Il sistema produttivo della provincia riminese ha al centro settori maturi come il turismo, il commercio e l’edilizia, viaggia perciò a bassa produttività e, nel complesso, ancora in un quadro di tenuta. Ci sono dunque le condizioni per ragionare sul prossimo ciclo di sviluppo purché si colgano i segnali di accentuata maturità come l’invecchiamento della popolazione, la fuga dei giovani, i differenziali salariali rispetto alla media regionale, i trecento alberghi chiusi e le centinaia di alberghi in affitto in cui il lavoro deve remunerare anche la rendita.
A confronto con altre province di analoghe dimensioni, Rimini si è dotata nel corso del tempo di una rete di infrastrutture di alto livello, sostenendo un percorso di “capitalizzazione pubblica” che per ora garantisce la tenuta economica.
Non è da meno la presenza di alcune imprese industriali in grado di competere sul mercato globale, mentre in campo agricolo il passaggio dalla quantità alla qualità si è in parte compiuto. Il comparto dei servizi all’impresa e alla persona è però affidato a strutture societarie di ridotte dimensioni, perciò con bassa capacità di investimento strategico. Tuttavia emergono piccole start-up, portatrici naturali di innovazione, che chiedono di crescere per immettere produttività, in particolare nei comparti maturi. È un problema non certo solo riminese se in area Ue negli ultimi 30 anni la produttività è cresciuta del 40% contro un 65% degli Usa.
Ruggero II, re di Sicilia, nel 1130 circa, a fronte di una crisi strutturale dell’agricoltura, riunì il suo governo e disse: “Investiremo in sale e scienza!”. Il sale era l’oro del tempo, la scienza ce l’avevano gli arabi. Noi dovremmo investire in ricerca nei servizi digitali (il sale moderno) e ad alto contenuto di conoscenza.
Il nostro sistema economico si trova oggi di fronte ad una sfida ancor più complessa rispetto alle grandi crisi dell’Adriatico degli anni ’80 o del Covid: introdurre innovazione in tutte le componenti del sistema per reggere l’urto di una fase non breve che intreccia globalizzazione e nazionalismi.
Il Polo Universitario riminese, dalla metà degli anni ’90 ad oggi, ha dimostrato stabilità con trend di crescita ancora attivo. Ulteriore conferma arriva in questi giorni dall’acquisto di Palazzo Briolini in Corso d’Augusto. Tuttavia, rispetto al disegno originario degli anni Novanta, sono mancati in buona misura l’integrazione e lo scambio con il sistema economico provinciale. Questo aspetto “relazionale” della presenza universitaria deve essere particolarmente curato, mettendo in campo opportunità di richiamo delle intelligenze più dinamiche di cui dispongono il mondo dell’Accademia e quello della ricerca in generale. Il piccolo Tecnopolo riminese può essere lo strumento per lo sviluppo di questa funzione “relazionale” fra territorio e ricerca.
La premessa di questo ragionamento è che la ricerca, come dimostrano vari esempi in Europa, è attratta non solo da risorse economiche ma anche da condizioni confortevoli di accoglienza. Noi sappiamo “accogliere” e possiamo scommettere sulla capacità attrattiva del nostro territorio verso competenze di ambito universitario e/o industriale. La provincia riminese è un luogo dove si può fare ricerca e, nel contempo, vivere bene. Componente dell’accoglienza è l’entroterra per il quale emerge la necessità di mantenere popolazione favorendo l’occupazione, in particolare dei giovani. Sul rapporto fra presenza umana e natura si basa la difesa di quelle funzioni eco-sistemiche che garantiscono la permanenza nel tempo di beni naturali indispensabili come acqua e aria salubre.
Se siamo convinti, come Ruggero II, che l’immissione di flussi di ricerca sia la chiave per individuare nuovi drivers di sviluppo, se comprendiamo che servono risorse economiche per attirare ricerca, saremo allora in grado di compiere scelte selettive nella spesa. Renderemo così possibile la costituzione di un Fondo provinciale di investimento in ricerca e sviluppo in grado di sostenere la ricerca avanzata, sia universitaria che privata. Dovrebbero essere le Associazioni economiche a lanciare questa nuova fase dello sviluppo, arricchendo e dando prospettiva alla loro importante funzione di “sindacato”.
Tale fondo potrà essere costituito annualmente: a) con fondi regionali e statali su specifici progetti; b) con una piccola percentuale degli utili incassati dagli Eell derivanti dalle partecipate pubbliche (Ieg, Hera, Romagna Acque, Caar, ecc…); c) da aziende private interessate alla ricerca. d) dai titolari di concessioni su beni pubblici; e) con una quota minima della “Imposta di Soggiorno” finalizzandola sull’innovazione del prodotto turistico.
Un apposito Comitato, rappresentativo della realtà pubblica locale, del mondo economico e culturale, potrà definire anno per anno i drivers su cui orientare gli investimenti finalizzati al sostegno di start-up e della ricerca. Il Tecnopolo e i Dipartimenti universitari
Giuseppe Chicchi

