Home Osservatorio Musicale Un fiorentino alla corte di Re Sole

Un fiorentino alla corte di Re Sole

Le Carnaval, una scena dello spettacolo- Ph ®Rolando Paolo Guerzoni

Al Comunale di Modena lo spettacolo di Emiliano Pellisari valorizza Le carnaval di Giovan Battista Lulli 

MODENA, 1 marzo 2026 – È raro che una messinscena riesca a raccordare episodi assemblati in un pastiche, seppure – come in questo caso – un labile denominatore comune esista, rappresentato dal carnevale. Lo spettacolo allestito al Teatro Comunale di Modena, e due settimane prima a Ferrara, sottolinea invece come a collegare fra loro i diversi episodi sia una cifra visiva – del tutto visionaria – in grado di evocare i fasti barocchi, di cui spesso si favoleggia, ma che appaiono così difficili da far rivivere in palcoscenico. Anche Le Carnaval, ballet-mascarade del fiorentino Giovanni Battista Lulli, musicista in carica alla corte di Luigi XIV, che allo sguardo odierno appare un po’ debole sul piano drammaturgico, riesce in tal modo a trasformarsi in una piacevolissima esperienza teatrale.

Il basso-baritono Biagio Pizzuti – Ph ®Rolando Paolo Guerzoni

Andata in scena per la prima volta nel 1675, questa successione di episodi, che Lully ormai naturalizzato francese aveva tratto da proprie opere (su testi di Molière, Benserade e Quinault), diventa unitaria nello spettacolo del regista Emiliano Pellisari. L’idea dell’impianto scenico, anche se non nuova (chi non ha presente lo specchio utilizzato da Svoboda nella Traviata?), è molto efficace e soprattutto ben gestita. Gli otto bravissimi danzatori della Compagnia NoGravity Theatre si muovono sdraiati a terra, sul palco: in questo modo, seguendo le indicazioni coreografiche dello stesso Pellisari e di Mariana Porceddu, costruiscono con i loro corpi ardite geometrie, altrimenti impossibili da creare in verticale. Le immagini oniriche riflesse nell’enorme specchio che fa da fondale creano l’illusione di guizzanti acrobazie aeree capaci di sfidare, appunto, la forza di gravità. Così, più che illustrare in maniera didascalica le dieci entrée del pastiche, forniscono una ricca gamma di suggestioni poetiche spesso pervase d’ironia, creando un seppur tenue legame drammaturgico in musiche prive del benché minimo collante. Un contributo fondamentale arriva poi dai bellissimi costumi di Daniela Piazza, di vaga ispirazione settecentesca: permettono anche ai cantanti, che ovviamente mantengono quasi sempre la postura eretta, d’inserirsi armoniosamente nella cornice visiva.

Più difficile, invece, far quadrare i conti sul versante musicale. L’Orchestra Modo Antiquo era diretta da Federico Maria Sardelli, che si spende da tempo per divulgare la produzione di Lulli poco conosciuta in Italia, tanto che nel novembre 2022 ha fondato a Firenze un istituto finalizzato a valorizzarne l’attività. Al netto di qualche sfasatura ritmica e occasionali cedimenti d’intonazione, avrebbe forse giovato un andamento più sostenuto per evitare il rischio di staticità. Ma all’epoca di Lully questi aspetti non rappresentavano un problema: gli intenti del balletto di corte erano di puro intrattenimento, tanto più se legato a un’occasione di festa come il carnevale, mentre quello che doveva arrivare alle orecchie degli ascoltatori era essenzialmente la celebrazione del sovrano.
La musica è comunque in grado di riservare sorprese: si scoprono inaspettate anticipazioni di opere future. La più vistosa è l’aria del soprano, Di rigori armata il seno, che – oltre due secoli dopo e diversamente orchestrata – diventerà l’aria del tenore italiano nel Rosenkavalier. Il libretto di Quinault però non si accontenta di mescolare lingue diverse – francese, italiano, spagnolo – e nella Marche pour la cérémonie de Turcs, appartenente al Borghese gentiluomo, inventa per il Mufti esilaranti storpiature alla turca che sembrano anticipare quelle di Romanelli nella Pietra del paragone rossiniana.

Cast ben rodato e nell’insieme omogeneo: i due ruoli femminili, soprano e mezzosoprano, erano affidati a Valeria La Grotta, un po’ aspra in acuto, e a Giuseppina Bridelli, dalla linea di canto più morbida. Efficaci il basso-baritono Biagio Pizzuti, nel dare voce alle esilaranti battute di Barbacola e del Mufti, oltre all’impeccabile tenore contraltino Philippe Talbot, dall’ottima – è persino pleonastico sottolinearlo – dizione francese. Altro specialista del canto barocco era il baritenore d’oltralpe Cyril Auvity, mentre completava il cast un secondo basso, Alexandre Baldo. Assai apprezzabile è apparso il contributo dei coristi, abbigliati anche loro con splendidi costumi: I Musici del Gran Principe preparati da Samuele Lastrucci, che con Sardelli è l’altro fondatore dell’Istituto fiorentino dedicato a Lulli.

Giulia  Vannoni