Proposta dal Conservatorio Maderna-Lettimi una riscrittura drammaturgica dell’opera The Consul
RIMINI, 24 marzo 2026 – Si esce dal teatro con la voglia di ascoltare l’opera per intero. Anche da una scarna riduzione come quella andata in scena al Galli di Rimini s’intuisce che The Consul tocca nervi scoperti della nostra società, incredibilmente attuali. Non è un caso che questo ‘dramma musicale’ di Giancarlo Menotti, ispirata a un fatto di cronaca, abbia fatto incetta di riconoscimenti fin dal suo apparire, a Broadway nel 1950: dal Pulitzer per la musica a un Award.

Certo l’originale in tre atti – ognuno suddiviso poi in due quadri – è molto più imponente rispetto alla versione proposta dal Conservatorio Maderna-Lettimi. L’opera è concepita per numerosi personaggi, mentre in questa selezione musicale sono previsti solo tre cantati, che saranno poi intervallati da pagine strumentali, per una durata complessiva di neppure un’ora. A contrappuntare gli episodi interviene la voce recitante dell’attrice Elena Bucci, interprete della Segretaria, che nell’originale aveva il compito di selezionare le pratiche su cui poi deciderà il Console. Sottolineando la crudeltà di una burocrazia all’apparenza neutrale, Menotti – autore di musica e libretto – aveva concepito questo personaggio come un’algida e asettica burocrate, mentre nell’adattamento drammaturgico della stessa Bucci e di Alfonso Antoniozzi è lei, invece, a offrire una differente chiave interpretativa: non più una figura schiacciata dalla disciplina e appiattita sulle incombenze burocratiche, priva di empatia verso chi richiedere permessi e autorizzazioni d’importanza vitale, ma un personaggio tormentato che si pone domande angosciose sul proprio ruolo.
Antoniozzi (ex baritono e docente di arte scenica del conservatorio di Cesena-Rimini) firma anche la regia di questa produzione: una scena spoglia, dove i tre interpreti vocali cantano a leggio, e una sedia per la Segretaria, mentre sul fondale scorrono immagini – quasi sempre in bianco e nero – molto efficaci nel configurare una non meglio precisata società che evoca gli ultimi decenni del novecento. Del terzetto canoro, proveniente dalla classe di canto di Alda Caiello, non fa parte ovviamente il Console: pure nel libretto di Menotti è una presenza solo evocata, che non compare mai in scena. C’è invece l’attivista politico John Sorel, un combattente per la libertà in attesa di espatriare per sottrarsi alle minacce della polizia segreta. Il ruolo, che Menotti aveva concepito per il grande baritono Cornell MacNeil, divo del Metropolitan, a Rimini è stato affidato al giovane Yang Yang, messo alla prova dall’impegnativo confronto con un’orchestra piuttosto densa. La sua anziana e malandata madre era il mezzosoprano Tania Notte, cui tocca una struggente ninnananna che canta al nipotino in fasce. L’espressivo e intenso soprano Anastasia Egorova ha interpretato Magda, la moglie del protagonista: il personaggio più tragico (non a caso è un ruolo con cui si sono cimentate interpreti del calibro di Virginia Zeani), in perenne attesa che il Console firmi il visto necessario a raggiungere il marito. Dopo le morti di figlioletto e suocera, caduta ormai ogni speranza di rimuovere gli ostacoli burocratici, preferisce suicidarsi – in un drammatico finale – aprendo il gas nella propria abitazione.
Andrea Crastolla ha guidato l’Orchestra del Conservatorio Maderna-Lettimi, dove è docente di Composizione Corale e Direzione di Coro. Se gli equilibri sonori tra ensemble strumentale fin troppo sonoro e voci un po’ acerbe non sono apparsi sempre ben bilanciati, il direttore ha saputo valorizzare le molteplici componenti della scrittura di Menotti, in cui convivono la grande tradizione operistica – familiare al compositore italiano, seppure di formazione musicale e carriera americana – e le suggestioni delle avanguardie che hanno caratterizzato la seconda metà del novecento.
La difficoltà dei ruoli vocali, comunque, spiega solo in parte le ragioni che hanno fatto uscire di repertorio quest’opera: un peso, forse maggiore, l’hanno esercitato i pregiudizi ideologici, legati sia alla scrittura musicale di Menotti – considerata troppo tradizionale – sia al soggetto. Basterebbe pensare alle polemiche che Il Console suscitò nel 1971 al Maggio Musicale, dove andò in scena con la traduzione italiana di Fedele D’Amico: qualcuno vi aveva letto una denuncia di quanto accadeva nei paesi dell’area sovietica. Visto però che i meccanismi della storia spesso si ripetono, adesso – semmai – sono gli Stati Uniti e altre nazioni considerate democratiche a mettere in discussione i diritti civili. E dunque oggi si può guardare a quest’opera con occhi diversi.
Giulia Vannoni





