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Un Barbiere multicolore

Una scena del Barbiere di Siviglia - PH Marilena Imbrescia

È andato in scena alle Muse di Ancona il capolavoro rossiniano nel collaudato allestimento di Michieletto 

ANCONA, 5 dicembre 2025 – Si può allestire un’opera anche in economia. Qualche sedia, una scala, un tappeto, cuscini e palloni. Lo spettacolo riesce a funzionare lo stesso, tanto più che Il barbiere di Siviglia è già un perfetto congegno a orologeria. Damiano Michieletto, che agli inizi della sua carriera aveva curato una regia del capolavoro rossiniano, è tornato più volte sui suoi passi, ripensando uno spettacolo che adesso – ormai ampiamente rodato – riesce comunque a salvaguardare l’ingranaggio comico concepito dal librettista Cesare Sterbini e potenziato da una musica irresistibile.

Il baritono Hae Kang (Figaro) – PH Marilena Imbrescia

Al Teatro delle Muse di Ancona è approdato l’allestimento del Maggio Musicale Fiorentino (qui ripreso da Tommaso Franchin): ultima tappa di un tour attraverso i teatri delle Marche e che, in precedenza, aveva toccato numerose località del nord Italia, Rimini compresa. Lo spettacolo è sempre lo stesso, ma lungo il percorso sono cambiati vari tasselli, con l’avvicendamento di orchestre e direttori diversi, oltre alle inevitabili variazioni del cast. Nello stesso tempo, però, permangono alcuni difetti iniziali dello spettacolo di Michieletto: qualche rumore di troppo sul palco e l’idea di far partire l’azione scenica, fin dalla sinfonia, con un viaggio in treno (una voce registrata annuncia che da Siviglia ci stiamo spostando in Ancona), laddove Rossini notoriamente detestava questo mezzo di trasporto, all’epoca pionieristico. Per il resto, in assenza di una vera e propria scenografia, la regia punta molto sulla caratterizzazione dei personaggi, che i coloratissimi costumi di Carla Teti enfatizzano spiritosamente: dalla mise variopinta di Figaro alla livrea quasi clownesca di don Bartolo, per non parlare del camuffamento da lucertolone di don Basilio. Divertenti alcuni effetti di straniamento, ottenuti facendo ricorso a maschere sul volto: una soluzione meno onerosa, e tutto sommato più ricca di allusioni teatrali, che sostituire i costumi. Efficace, infine, la trovata di far suonare a Rosina un violoncello, anziché il solito fortepiano, durante la lezione di musica (don Bartolo, ridestatosi dal sonno, la utilizzerà come una chitarra).

A rendere scorrevole lo spettacolo anconetano ha provveduto la bacchetta di Jacopo Brusa, alla guida della FORM, Orchestra Filarmonica Marchigiana, che lo ha corrisposto sempre con scioltezza e sonorità ben amalgamate. Il direttore ha impresso un passo incalzante e scorrevole alla sua lettura, fornendo allo stesso tempo un valido supporto a cantanti, sia pure un cast di valore alterno.
Su tutti svettava il protagonista, il baritono coreano Hae Kang, un Figaro non solo disinvolto e versatile in scena, ma dotato di buoni mezzi vocali e capace di fletterli alle esigenze della scrittura rossiniana, anche grazie alla buona dizione. Il personaggio del Conte di Almaviva – quando Il barbiere debuttò a Roma nel 1816 – era stato concepito per Manuel García, uno tra i massimi divi dell’epoca: in quei panni Pietro Adaini ha purtroppo evidenziato un volume vocale esiguo, con cui non sempre è riuscito a sostenere i suoni, né ha avuto quella facilità in acuto dei tenori di grazia cui oggi di solito viene affidato il personaggio (ha anche eliminato l’ultima aria in un’edizione sostanzialmente senza tagli). Aleksandra Meteleva è stata una Rosina con buona presenza di spirito; e se la voce appariva un po’ sorda, soprattutto nella regione grave, si poteva lodare la sicurezza del mezzosoprano russo nelle colorature. Nella parte di don Bartolo, il buffo Giuseppe Toia ha affrontato A un dottor della mia sorte – compreso il vorticoso sillabato – cercando saggiamente di puntare soprattutto sull’accento. Il personaggio negativo di don Basilio, che la regia dipinge (nel senso letterale del termine, perché anche il volto è colorato di verde) come un rettile provvisto di coda, era il basso Eugenio Di Lieto, dall’emissione omogenea e dal fraseggio compenetrato. Interpretava Berta la corretta Melissa D’Ottavi: vestita da vera cameriera, in abito nero e grembiulino bianco, efficace nella sua aria e sonora – più di Rosina – nel ‘finale primo’. Infine il baritono Davide Chiodo, indossando un impermeabile giallo abbagliante, ha ricoperto con sicurezza il piccolo ruolo di Fiorello.

Notevole successo per uno spettacolo divertente, dove le trovate surreali servono ad alleggerire quelle smaccatamente grottesche. Se queste avessero avuto il sopravvento, il rischio sarebbe stato di compromettere l’irresistibile comicità rossiniana.

Giulia Vannoni