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Il trionfo del Tempo e del Disinganno, una scena dello spettacolo di Carsen - Ph Fabrizio Sansoni

A Roma Il trionfo del Tempo e del Disinganno di Händel in forma scenica con la regia di Carsen 

ROMA, 14 aprile 2026 – Spettacolarizzare un dialogo filosofico, in origine neppure concepito per il palcoscenico, è una sfida stimolante per un regista. Il trionfo del Tempo e del Disinganno sfugge a una precisa classificazione musicale e si discosta dall’«oratorio» – almeno così come era stato codificato in ambito romano nel seicento – né risponde alle caratteristiche della «cantata», concedendo in tal modo la massima libertà interpretativa a chi vuole metterlo in scena. Del resto il libretto del cardinale Benedetto Pamphilj, musicato nel 1707 dal ventiduenne Händel, più che alludere a questioni religiose offre una disincantata riflessione sul senso della vita e la sua caducità. Dettaglio, infine, di non trascurabile importanza: Il trionfo possiede una teatralità degna dei migliori melodrammi, con i suoi quattro personaggi che incarnano altrettante allegorie.
Il soprano Johanna Wallroth (Bellezza) - Ph Fabrizio SansoniAi numerosi registi che si sono cimentati in questa impresa si è aggiunto Robert Carsen con uno spettacolo nato per Salisburgo cinque anni fa e adesso ripreso per la stagione del Teatro dell’Opera. Nel frattempo sono cambiati gli interpreti e Carsen ha fatto alcuni adattamenti per rendere l’allestimento più calato nella realtà romana. Nella moderna allegoria concepita dal regista il personaggio centrale è la Bellezza, raffigurata come una delle tante aspiranti modelle dei nostri giorni: in palcoscenico si assiste dunque alla finale televisiva di un «beauty talent contest», sullo sfondo della Città Eterna, dove ovviamente la Bellezza trionfa.
La materializzazione del «carpe diem», da cui prende le mosse la riflessione sviluppata nel libretto e che qui è inteso come spasmodica frenesia di consumo, viene raffigurata dal Piacere (una sorta di manager dalle fattezze simili a Mara Maionchi): è questa figura a trascinare la Bellezza attraverso studi televisivi e festini, scandite da continui cambiamenti d’abito, grandi bevute e l’immancabile polvere bianca. In questo effimero vortice il Tempo e il Disinganno, più che interlocutori dialettici, sembrano destinati a essere solo dei perdenti. Il primo, cui il testo assegna il compito di ricordare l’implacabile trascorrere degli anni, indossa una tonaca da prete; altrettanto funebre e severo – seppure più alla moda – il secondo, che mette in guardia la Bellezza dalla caducità di gioventù e avvenenza.
Nella seconda parte si assiste a un radicale cambiamento visivo (a firmare la scena, insieme ai costumi, è Gideon Davey): il palco, grigio e spoglio, viene illuminato solo dalla luna. Ormai sazia della sua futile esistenza, dopo essersi sdraiata come se fosse dallo psicanalista, la Bellezza comincia finalmente a prendere coscienza della vacuità dei propri atteggiamenti e a porsi interrogativi sui significati dell’esistenza.

Travolta dall’orgia di immagini (bisogna dare atto a Carsen, comunque, di aver gestito con mano sicura la folla di figuranti che affollano il palcoscenico), la musica corre il rischio di passare in secondo piano, tanto più che l’Orchestra del Teatro dell’Opera, integrata con qualche strumento antico, spesso non è apparsa amalgamata a sufficienza. Così, la lettura di uno specialista del repertorio barocco come Gianluca Capuano – anche concertatore al cembalo – è risultata monocorde e nell’insieme poco incisiva. Né i quattro interpreti vocali, oltre all’inconveniente di una dizione pressoché incomprensibile, potevano sfoggiare voci in grado di rendere giustizia alla sontuosità canora di Händel. Pur rispondendo ai desiderata registici, l’avvenente soprano svedese Johanna Wallroth, interprete della Bellezza, non aveva il peso vocale sufficiente per un ruolo così impegnativo. Più a suo agio con il canto di coloratura era Anna Bonitatibus, anche se ha risolto la celeberrima aria Lascia la spina, cogli la rosa con ampio ricorso al falsetto. L’espressivo controtenore Raffaele Pe possiede un volume troppo fioco per l’acustica dell’Opera di Roma, mentre il tenore Ed Lyon ha evidenziato vistosi problemi di omogeneità vocale e appiombo ritmico.
La debolezza musicale dell’esecuzione, a sua volta, ha amplificato anche i limiti dell’attualizzazione registica. Dal 2021, anno in cui lo spettacolo di Carsen ha debuttato a Salisburgo, sul pianeta la situazione è radicalmente cambiata: in un mondo che si trasforma ininterrottamente, sono diventate altre le priorità. Adesso, la futilità di esistenze che hanno come unico traguardo la partecipazione ai talent non viene più nemmeno percepita come un preoccupante pericolo sociale. E concentrasi su questi comportamenti appartiene già al passato prossimo: visto che tutto invecchia con una velocità forse maggiore rispetto a quanto capita alla Bellezza, su cui riflette Il trionfo.

Giulia  Vannoni