Il Ponte

Sorridono le nostre rughe

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I nonni raccontano. E raccontano dalla parrocchia di San Raffaele a Rimini. Storie personali che inevitabilmente si intrecciano con la storia di una città, che seppur vivace e innovativa è riuscita a non scordare le tradizioni, la storia e la cultura di un tempo passato. Sapori e odori d’altri tempi, quindi, che emergono dalle testimonianze raccolte da Francesca Bagli, Bruno Rufo Baroncini, Giuseppina Gessi, Luciana Ricci, Manuel Semprini, Lino Tonti e Emilia Turazza. Sorridono le nostre rughe, è il testo edito da Il Ponte (con le illustrazioni di Bruno Rufo Baroncini) dove queste narrazioni sono raccolte, pronte a testimoniare il cambiamento di una generazione e di una città intera. Scrive don Giuseppe Bilancioni, in una nota introduttiva al corpus narrativo: “Quando in parrocchia, diversi anni fa, abbiamo cominciato timidamente l’avventura con gli anziani, aleggiavano numerosi progetti, ma forse neppure le persone che avevano risposto di buon grado al questionario iniziale si aspettavano tanti risultati, anche se li speravamo! (…). Oggi il buon seme dei nonni porta un altro frutto, questo libro che matura in primavera, nel mese di maggio, che da sempre prepara quello dei raccolti e del caldo afoso. Tempo che invita alla lettura e ai ricordi. Tempo propizio per fare un salto nel passato”.
Nove storie, da quella di Ena Ceccaroli, del 1912 che comincia a raccontarsi da lontano. “Ma che nome è si chiese la mamma quando seppe che la sua ultima nata era stata chiamata Ena. Ci trovavamo a Urbino, negli ultimi giorni di aprile del 1912. La risposta non venne mai. Forse, mio padre avrà trovato il nome in qualche romanzo, magari di letteratura russa, di cui era appassionato. In casa nostra si leggeva tanto, mio zio era professore, papà amministratore pro tempore di beni ecclesiastici, in seguito divenne segretario comunale”.
C’è poi la storia di Luisa Vici, 83 anni, da tutti chiamata Gigina. Una storia di vita singolare riportata nel libro da Luciana Ricci. “Sono nata alla Sacramora, dove il babbo era contadino. Ogni anno, però, per un mese e mezzo, girava con la squadra dietro la mietritrebbia e a me piaceva moltissimo vedere battere il grano, così certe volte andavo con lui. Oh, in quell’occasione i contadini ospitanti offrivano da mangiare, e che mangiare! Pollo, galline, brodo… Eh, quella volta ce n’era di miseria (…)”. Gigina va a scuola sino alla terza elementare, impara a cucire, comincia a lavorare in un negozio dove vende stoffa e camicie su misura, conosce e sposa Augusto. “Un giorno passo per la piazza dopo un comizio e mi vede Ceccaroni, il sindaco che mi fa: «Vuoi un lavoro che non vuole nessuno e che mi sembra fatto apposta per te? Si tratta di fare la secondina nel carcere femminile di Rimini, in alternanza con l’unica addetta, anziana, spesso malata e vicina alla pensione» (…). All’epoca, all’inizio degli anni ’70, la galera era ancora dentro Castel Sismondo e le guardie carcerarie erano vigili del Comune. Il reparto femminile comprendeva sei celle, porte strette ma topi grossi così. Nessuna finestra, materassi di foglie, un bidone per i bisogni corporali. Durante l’ora d’aria portavo le detenute nel cortile dove c’era un vascone, tipo abbeveratoio, pieno d’acqua fredda. Lì, in qualunque stagione e con qualunque tempo, le donne si lavavano e poi si asciugavano con un lenzuolo”. Poi Castel Sismondo viene dismessa ma la Gigina non accetta di trasferirsi a Forlì, tornando a lavorare nella camiceria. Oggi suo marito non c’è più. Suo figlio la va a trovare tutti i giorni e ha due splendide nipoti.
Fernando Morelli, invece del 1929 ama definirsi riminese doc. Ma dopo la morte della madre dovette trasferirsi, molto piccolo, da una zia a Viserba. “La domenica mattina -racconta Nando – tutto vestito elegante, mi portavano a messa nel Duomo, in carrozza! Però io invidiavo i miei fratelli che vivevano più liberi: dagli zii infatti ero obbligato a osservare tante regole di etichetta. Finalmente, finite le elementari, il sogno di tornare a casa si è avverato. Ero felice, anche se dalla finestra non avrei più visto passeggiare donne eleganti, ma povere bestie portate al macello che era proprio lì davanti”.
La vita di Nando, conserva ancora tante curiosità, una su tutte il suo matrimonio. “Ho incontrato l’Angelina. Mio babbo mi ha detto subito: «Attento, non mi far fare figuracce che è la figlia di una mia amica!». Quella volta, se si usciva un pò con una ragazza, insomma, se la si impegnava, poi non era bene lasciarla. Ho rispettato le parole del babbo e l’Angelina me la sono sposata nel ’54. Il matrimonio è stato piuttosto particolare. In Duomo, assieme a noi si sono sposati anche un fratello e una sorella di mia moglie. Tre banchi, uno accanto all’altro di fronte all’altare. Le spose vestite di bianco con l’abito uguale, gli sposi in gessato grigio, tutti uguali. Come ci guardava la gente! Dopo il pranzo di nozze siamo partiti in treno per Roma, tutte tre le coppie. Che risate, che allegria! Siamo andati nella stessa pensione al Gianicolo, dove abbiamo suscitato la simpatia generale. Un viaggio indimenticabile..”.
Sì, un viaggio indimenticabile.

Angela De Rubeis

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