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Se Uberto è uno streamer

La Serva Padrona, una scena dello spettacolo - PH Emma Graziani

La serva padrona, il capolavoro di Giovanni Battista Pergolesi in scena al Teatro Galli con repliche riservate anche alle scuole 

RIMINI, 15 novembre 2023 – Chissà se per intercettare il pubblico giovane e appassionarlo al teatro d’opera la ricetta è ricorrere a una rassicurante, almeno nelle intenzioni, visualità contemporanea. Magari si scopre che i nativi digitali si aspettano qualcosa di tradizionale oppure – assuefatti a immagini ultrasofisticate – sono indifferenti agli aspetti visivi e per loro è più importante che ci sia una musica capace di catturarli. Sotto questo profilo, La serva padrona rappresenta un’assoluta garanzia. Comunque, in assenza di indagini rigorose e sondaggi effettuati su ampi campioni di pubblico, sarebbe davvero necessario ottenere un riscontro sulle aspettative e il gradimento – non rappresentato necessariamente dagli applausi – degli spettatori più giovani. E il capolavoro di Pergolesi, andato in scena al Teatro Galli anche con due repliche mattutine per gli studenti delle scuole, si presterebbe benissimo allo scopo: il materiale di partenza – musica e libretto – della Serva padrona individua un lavoro drammaturgicamente perfetto, piacevolissimo all’ascolto e di straordinaria comunicativa pure per chi non ha familiarità con il teatro musicale. Oltre tutto si tratta di un’opera dall’importantissimo significato storico, che bisognerebbe davvero conoscere.

Lo spettacolo visto a Rimini, frutto di una coproduzione con il Teatro Alighieri di Ravenna, punta decisamente su una visualità contemporanea. Regia, scene e costumi sono di Roberto Magnani che concepisce un grande monitor esteso a tutto il boccascena, con animazioni fumettistiche sul fondale (regia video curata da Alessandro Tedde). Al centro un letto dal quale si alza Uberto, verosimilmente uno streamer intento a una diretta su qualche canale YouTube. Lo interpreta Paolo Leonardi – lunghe chiome fluenti e gesti un po’ annoiati – alle prese con una scrittura musicale per niente semplice, che richiederebbe notevole estensione (si è trovato a suo agio nel registro più grave). Non ha niente del maturo scapolone – forse un po’ misogino o, quanto meno, guardingo verso il genere femminile – tratteggiato nei versi di Gennarantonio Federico, tanto più che i sovratitoli permettono al pubblico di seguire passo dopo passo le parole del libretto.
Più plausibile il ritratto di Serpina, archetipo di tante servette scaltre del melodramma settecentesco: ruolo affidato al soprano Elena Salvatori, che è apparsa debitamente disinvolta nelle vesti di maliziosa cameriera.
Ma, oltre ai due protagonisti, l’originale prevede anche il personaggio muto di Vespone, servo di Uberto. Qui era il giovanissimo mezzosoprano Sveva Pia Laterza, che ottiene una significativa visibilità in una sorta di entr’acte inserito tra prima e seconda parte, quando si abbandona a riflessioni di carattere filosofico (parole appositamente scritte da Pierfrancesco Venturi e musiche di Damiano Ferretti, mentre Gabriel De Pace ha firmato il preludio che precedeva l’opera). Forse l’intento degli autori era quello di riecheggiare Jean-Jacques Rousseau che, ai tempi della disputa francese, era stato fra i più entusiasti sostenitori dell’opera di Pergolesi. Non bisogna infatti dimenticare che, a breve distanza dal debutto (Napoli, 1733), La serva padrona segnò un punto di svolta nella storia del teatro lirico: quasi vent’anni dopo innescherà a Parigi la celeberrima “querelle des bouffons”, che vedeva contrapposte le fazioni dei sostenitori della più paludata musica francese ai fautori dell’immediatezza italiana, come appunto il filosofo Rousseau.

La serva padrona è infatti caratterizzata da un formidabile ritmo teatrale, frutto della simbiosi tra lo spiritoso libretto e la musica, per cui la preoccupazione principale dell’orchestra dovrebbe essere quella di non disinnescarlo. L’Ensemble strumentale del Conservatorio Verdi di Ravenna (primo violino un collaudato professionista come Alessandro Tampieri), formato in prevalenza da strumentisti giovani, era diretto da Federico Ferri, che ha dilatato un po’ troppo i tempi, con il rischio di allentare anche l’andamento drammatico.
Si resta dunque con qualche perplessità. Che impressione avrà ricevuto il pubblico, tanto più se questo rappresentava il primo approccio con l’opera?

Giulia  Vannoni