Il Ponte

Santi, maestri di riconversione

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sandra sabattiniCome essere?’, ‘cosa fare?’ è il binomio di termini, spesso posti in alternativa quando si guarda la Chiesa nell’intento di correggerne la fisionomia. Uno degli oggetti privilegiati nel dibattito attuale fra le realtà ecclesiali più impegnate è proprio lo sforzo di cambiamento della Chiesa in termini di vita, di strutture e progetti pastorali.

La comunità cristiana (in particolare l’aggregazione parrocchiale), che professa una fede talora povera di contenuti e ricca di pratiche un po’ logore, che esibisce un incerto cammino di comunione, che si lancia in molteplici attività (leggi ‘attivismo’) è ancora in grado di essere una proposta evangelica credibile e provocante in un mondo scristianizzato? Perchè il tentativo di rinnovamento, pur se accompagnato dall’assistenza spirituale di devozioni, è spesso incapace di essere forza generatrice di novità e di vita? Chi rimane in me, e io in Lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla’ (Gv 15,5) è parola certa; forse è andato perduto il contatto della progettazione umana con la sua Fonte vitale? Prima di elaborare ogni progetto pastorale sembra allora necessario operare una conversione, un ritorno alla propria Origine.

Un fascino particolare

I santi sono maestri di questa (ri) conversione. Come può essere che una ragazzina come Sandra Sabattini esercitasse, su chi veniva in contatto con lei, un fascino che spalancava le porte dell’infinito, che spingeva gli interlocutori verso un senso nuovo della vita, verso il gusto della libertà e della gioia? Quanti lontani da Dio l’avvicinavano, avvertivano in lei una ‘sorta di maternità spirituale’, un senso di pulizia interiore, delicatezza, semplicità, profondità di preghiera, che attiravano e contagiavano: vedevano non un Dio astratto, ma l’Amore reso concreto dal dono di sé.

Vivere nella fede

Non che Sandra fosse esente da situazioni difficili o cariche di sofferenza (si pensi, ad esempio, alla sua condivisione presso le comunità di recupero per tossicodipendenti), ma in esse viveva la certezza che tutto ciò che Dio permette è avvolto nel suo amore. Citando don Oreste scriveva: Cos’è la fede…? … avere fiducia nel progettista del nostro esistere… credere all’amore che Dio ha per noi… non è credere a delle verità, ma ad una persona (3.9.1982). Tutto, allora, diventava per lei occasione di crescita; anche lo scoprirsi piena di niente o constatare la propria nullità davanti alla grandezza di Dio si trasformava in motivo per fare un passo avanti verso la maturità nella lotta contro la sua presunta ipocrisia.

Che cosa vuoi che io faccia?

Lasciare le redini a Dio era forse il modo migliore per superarsi. Il suo interrogativo Signore, cosa vuoi che io faccia?

(27.2.1980) non era solo un’istanza di chiarezza sulle scelte concrete da praticare nella vita, ma anche la richiesta dell’atteggiamento spirituale giusto nell’affrontare la realtà, secondo la sua scelta di seguire Gesù povero e servo.

La sequela del Maestro che condivide la vita degli ultimi fino al dono della propria vita l’aveva affascinata fin dal suo primo incontro con don Oreste e a 15 anni affermava la sua certezza di essere chiamata a condividere
la vita di Cristopovero. Questa consapevolezza si trasformava in lei nel desiderio di mutamento (.. è giunto il momento di accettare tutto il Cristo e cambiarmi radicalmente, 26.2.1978), che faceva eco alla scelta di Dio.

L’affermazione Scelgo Te e basta, scritta a 16 anni, va letta proiettandola sul desiderio di una vita che ha come modello Gesù: Il mio modo di esistere lo prendo da Cristo (4.11.1975).

L’affascinava la parola di Gal 2,20: …non vivo più io, ma Cristo vive in me…

Una scelta radicale

Un’altra frase del Vangelo ricorreva spesso nella meditazione di Sandra: ‘Vai, vendi tutto quello che hai e vieni con me’ (Lc 18,22). La prendeva sul serio, perché l’avvertiva come guida nel suo cammino di conformazione a Cristo povero. Lo sforzo di essere disponibile al distacco totale per seguire il Maestro rendeva l’esistenza di questa ragazza una lotta dura e implacabile, perché si rendeva conto che il cammino verso la povertà è lungo e mai completamente percorso.

In mezzo a queste cose cercava di scorgere il piano ‘definitivo’ di Dio su di lei. La sua attrattiva per il radicalismo la spingeva a desiderare scelte totalitarie, come la missione in Africa o il servizio stabile presso una casa famiglia. La sua statura di atleta la rendeva consona alla lotta che ingaggiava anche con Dio: Signore, aiutami ad avere pazienza. Aiutami a non affrettare i tempi. Ma ti prego, fammi capire qual’è la mia strada… ( 17.10.1978). Sarebbe stata disponibile anche a lasciare gli studi, cosa che non fece grazie alla sua obbedienza ferrea ai responsabili della comunità.Le restava, comunque la preghiera: Non rimane che la contemplazione, l’adorazione, l’aspettare che Lui ti faccia capire ciò che vuole da te (8.10.1978).

La preghiera

La preghiera era parte integrante della spiritualità di Sandra, ma l’incontro con il Signore era per lei un imperativo categorico fin da piccola. Già in età scolare aveva scelto un ‘luogo speciale’ nella cripta della chiesa di S. Girolamo: nella piccola porzione di pavimento presso l’altare, davanti al tabernacolo si sedeva a terra con la schiena appoggiata al muro. L’atteggiamento del corpo faceva eco allo stato dell’anima: il riconoscimento della sua piccolezza davanti alla maestà di Dio si traduceva in abbassamento fisico: era segno di umiltà.

Sandra non tralasciava mai la sua ora di adorazione a costo di sacrificare il sonno, perché aveva fatto suo l’assunto di don Oreste, ‘occorre un’ora di preghiera al giorno per vivere, e mezz’ora per non morire’. Dal fondatore aveva imparato che la contemplazione è anche il metodo di conformazione a Cristo: Il fine della mia vita è l’unione con il Signore, lo strumento per giungere a ciò è la preghiera (13.3.1977). Non c’erano scelte o iniziative che non passasse al vaglio della preghiera: il silenzio davanti a Lui gli permetteva di parlare.

Sandra utilizzava tutte le forme di preghiera: rosario, adorazione, meditazione sulla Parola di Dio e anche la Liturgia delle ore della quale scriveva:… diciamo cose veramente grosse quando preghiamo con le lodi o i vespri (19.9.80). La colpivano alcuni versetti dei salmi: ‘Sta in silenzio davanti al Signore e spera in Lui’ (Sal 37); ‘Sto in silenzio, non apro bocca, perché sei tu che agisci’(Sal 39)….Talora sgorgava dal suo cuore anche una lode spontanea: … potessero le mie ore essere una lode continua a Te… (19.8.1981).

La gioia come evangelizzazione

Dalla preghiera Sandra usciva trasfigurata: la letizia del suo cuore era stampata sempre nel suo sorriso bello, luminoso, accogliente che contagiava tutti. Era una gioia che nasceva dal profondo, che non veniva scossa dai contrattempi, perché nasceva da una relazione intensa con il Signore e anche da una vita fondata sulla fatica quotidiana di scegliere ciò che è buono. A soli 15 anni scriveva: Felicità è fare la gioia altrui, non la propria.

La gioia era per lei anche uno strumento di evangelizzazione; Sandra non si preoccupava di fare piani pastorali, anche se urgeva in lei il desiderio di comunicare ad altri la ricchezza ricevuta. A sedici anni scriveva: Se credi veramente in una cosa, perché non vuoi fare partecipi a ciò anche gli altri? Io sento che non posso obbligare gli altri a pensarla come me…Posso solo far conoscere loro la mia gioia, saranno poi loro a scegliere…

Una santa fidanzata

Ciò che di Sandra aveva attirato Guido era l’idea di purezza che traspariva dalla sua persona, la profondità di pensiero e di sentire, la grande maturità nella fede, la gioia di vivere, il disprezzo per la mediocrità. Ai suoi occhi lei fungeva da traino nella maturazione della fede nella coppia. Sandra sentiva l’amore di coppia come l’altra faccia della vocazione ai poveri, del resto l’essere tutta per Dio era una convinzione che lei portava avanti con determinazione, senza distinzione tra vita spesa per gli altri e la vita di coppia: era un rapporto di libertà. Dieci mesi prima di morire scriveva: Liberi… Liberi dalla carne, dalle cose materiali, dalle emozioni, dalle passioni: cioè vivere queste cose senza restarne imbrigliati, per aprirsi a Dio, al suo Amore, che è spazio infinito. Questo modo di concepire la vita esercitava un fascino irresistibile, soprattutto in chi le era più vicino.

Il distacco

Con il passare del tempo sentiva allentarsi i legami con la ‘materialità’ a partire dai suoi limiti e questo le dava un grande senso di libertà; anche la sua vita non le apparteneva più, perché era un dono del suo Creatore al quale andava restituita.

Al termine della sua vita Sandra aveva raggiunto il culmine di quella povertà che faceva parte della sua vocazione, una povertà che andava oltre la condivisione della vita altrui. Chi ha conosciuto Sandra conferma in lei la tensione fra la gioia di vivere, il desiderio di lavorare al servizio degli uomini e il sogno di essere sciolta da ogni legame terreno per raggiungere la beata felicità del paradiso.

La sua vita è la storia di un’anima che ha vissuto nella ‘memoria inconsapevole’ di essere stata chiamata dall’eternità per realizzare il disegno pensato per lei; si è lasciata avvolgere dal Mistero che l’ha penetrata, ha suscitato in lei il volere e l’operare, l’ha condotta per le vie ordinarie di questo mondo seminando amore, sorriso, gioia, l’ha guidata a costruirsi quel bell’otre nuovo, dal quale un popolo sempre più numeroso attinge per sperimentare con lei ‘la sobria ebbrezza dello Spirito’.

Laila Lucci

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