Aban non è arrivato in Italia come clandestino, ammassato in un barcone precario. Non ha subìto violenze o torture da quei “trafficanti di esseri umani” che abbiamo iniziato a conoscere, in queste settimane, attraverso i racconti dei profughi sbarcati sul territorio riminese. Nel BelPaese lui è arrivato con viaggio e documenti regolari, a bordo di un aereo e con in tasca già quello “status” che molti migranti sognano e riescono ad ottenere solo dopo mesi di carte, commissioni e burocrazia: la protezione internazionale. La storia di questo giovane afghano di soli 26 anni, insomma, non è una di quelle che ti aspetteresti di ascoltare da uno di quei “disperati” in arrivo nel nostro paese. Ma man mano che Aban ce la riporta, in un italiano peraltro quasi impeccabile, i punti in comune con altri profughi incontrati in queste settimane di viaggio, si fanno via via più chiari. C’è un motivo semplicissimo per cui è stato costretto a lasciare la sua terra, la sua famiglia (una mamma malata, tre fratelli e una sorella) e ora non può più farvi ritorno: in Afghanistan lo considerano una spia, un nemico per aver collaborato con gli “occidentali”.
Dal 2007, quando iniziò come volontario, al 31 dicembre 2014, scaduto il contratto, Aban (nome di fantasia) ha lavorato come interprete per il contingente militare italiano nell’ambito dell’operazione Isaf, la missione internazionale di sicurezza della Nato. Aban ha lavorato in particolare per il Provincial Reconstruction Team (PRT) di Herat, uno degli organi civili-militari impegnati nella ricostruzione e assistenza alla popolazione ferita dalla guerra. L’italiano, ci riferisce, lo ha imparato direttamente sul campo, affiancando i militari, perfezionando sempre più la lingua ma anche la conoscenza della nostra cultura. Fino ad innamorarsene. “Al PRT di Herat eravamo una decina di interpreti, tre stanno ancora lavorando – racconta -. Conoscevo i rischi, sapevo che lavorando per i militari italiani sarei stato considerato dal mio popolo un nemico. Ma avevo anche sentito di una eventuale possibilità di arrivare in Italia: altri miei colleghi collaboratori di altri contingenti Nato, avevano iniziato a partire per i rispettivi paesi, sotto protezione”. A poche settimane dalla scadenza del contratto, a fine dicembre, il sogno diventa realtà. Il Governo italiano, tramite decreto legge e nota ufficiale del Ministero dell’Interno, consente ai cittadini afghani che hanno effettuato prestazioni “con carattere di continuità a favore del contingente militare italiano nell’ambito della missione Isaf” e che rischiano gravi danni alla persona in caso di permanenza in Afghanistan, di essere trasferiti in Italia “insieme con il coniuge e i figli nonché i parenti di primo grado, per il riconoscimento della protezione internazionale”. Così, come altre settanta persone, Aban parte per Roma – siamo nel febbraio 2015 – ma da solo. “I miei genitori hanno preferito rimanere là per stare vicini ai miei fratelli, spero prima o poi di poter farli venire in Italia. Il mio futuro è qui ed è quello che ho sempre voluto, ma la mia anima ed il mio cuore sono rimasti là”. Nel frattempo, il suo desiderio è quello di trovare un lavoro per poter mantenere economicamente i familiari: “In quanto primogenito, sono sempre stato l’unica persona a lavorare in famiglia. In Afghanistan funziona così. E questa regola vale anche se me ne sono andato: solo io posso avere un’occupazione”.
Ci parla di quegli anni, al PRT, come se fosse ieri. Un ricordo, in particolare, è più vivido degli altri, quello del giorno in cui ha rischiato la vita alla base e ha perso il suo amico. Era il 2011.“Stavo lavorando, allora la base del PRT era ancora nel centro di Herat. Ad un tratto ho sentito un grosso boato, colpi di proiettili. Erano diretti verso di noi. Vicino al campo c’era un palazzo di sette piani, i soldati afghani vi erano entrati e dalla cima dell’edificio riuscivano a mirare ogni angolo del campo. Dopo questo attentato, il secondo che il PRT di Herat aveva subito in pochi anni, il comandante decise di farci trasferire tutti in aeroporto”.
Ma qual è la situazione che Aban ha lasciato nel suo Paese? Perché lasciare l’Afghanistan? “Come me, tutti hanno sete di pace ma devono crescere nella rassegnazione, il timore diffuso è che le cose non sono destinate a migliorare. Le discriminazioni etniche, le violenze, in particolare sulle donne, la corruzione stanno devastando il paese. Con il nuovo governo la situazione appare ancora più instabile, tantissimi vorrebbero partire: i più ricchi non si sentono sicuri, i più poveri non hanno i soldi. Servono fino a 30mila dollari per lasciare il confine”.
Alessandra Leardini

