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PROCESSO AI SOCIAL

Proprio in queste settimane si è tenuto il primo storico processo ai social network, accusati di essere pensati, progettati e sviluppati al fine preciso di sfruttare le vulnerabilità dei giovani e creare in loro dipendenza, ovviamente per trarre profitto dalla loro presenza prolungata sulla piattaforma. In tribunale lo stesso Mark Zuckerberg, noto amministratore di Meta (Facebook e Instagram), ma sotto esame anche Youtube (quindi Google). Processo dal verdetto molto chiaro: sì, questi social creano dipendenza e le aziende sono state negligenti nel tutelare la sicurezza dei minori.

Nel frattempo, in alcuni Paesi cominciano a nascere i primi divieti di utilizzo dei social per i più giovani, come il caso emblematico dell’Australia. Il dibattito

I social media sono stati progettati davvero per creare dipendenza. Negli ultimi anni il tema è stato oggetto di innumerevoli discussioni, ricerche e interrogativi, che hanno finalmente avuto una risposta: proprio in questi giorni è arrivato dalla giuria di Los Angeles il verdetto del primo storico processo alle piattaforme social, che ha visto salire sul banco dei testimoni persino Mark Zuckerberg. Verdetto di condanna.
L’amministratore delegato di Meta è stato chiamato a rispondere all’accusa secondo cui le applicazioni controllate dalla sua azienda, come Facebook e Instagram, sfrutterebbero intenzionalmente algoritmi e strategie per mantenere gli utenti più giovani incollati allo schermo, compromettendone la salute mentale. Una tesi avvalorata da prove schiaccianti: nel corso del processo sono state presentate testimonianze di dipendenti Meta che, in documenti interni riservati, avrebbero definito Instagram “una droga”, o confermato che uno degli obiettivi primari dell’azienda fosse spingere gli utenti a trascorrere più tempo possibile sulle piattaforme. Eppure, anche di fronte all’evidenza, Zuckerberg ha cercato in tutti i modi di sottrarsi alle proprie responsabilità, sostenendo che le problematiche citate siano legate più all’uso improprio delle app da parte degli utenti che a mancanze di Meta.

Il caso dell’Australia. La via giusta?

Una testimonianza che non fa che confermare il disinteresse delle Big Tech nei confronti del benessere di chi usa i loro prodotti: di fronte a un comportamento simile, inevitabilmente altri enti sono spinti a regolamentare l’accesso a queste piattaforme, primi tra tutti gli organi politici. Sono sempre di più i governi che dichiarano di avere un iter legislativo già avviato o in fase di studio per impedire l’utilizzo dei social a bambini e adolescenti, seguendo il modello dell’Australia, diventata il primo paese al mondo a vietare i social ai minori di 16 anni indipendentemente dal consenso dei genitori.
La legge, entrata in vigore il 10 dicembre 2025, impone alle aziende proprietarie delle più note piattaforme social e di streaming di verificare l’età dei propri utenti con una serie di controlli incrociati, basati sulla richiesta di documenti o dati biometrici e sull’analisi dei comportamenti di utilizzo delle applicazioni. A rispondere di eventuali violazioni, sanzionate con multe fino a 50 milioni di dollari australiani (circa 28 milioni di euro), non saranno i ragazzi che trasgrediscono la regola, bensì le piattaforme che non ne hanno impedito l’accesso.

L’impatto della misura è stato più immediato del previsto: a un mese dall’introduzione del divieto, il Commissario per la sicurezza informatica australiana ha reso nota la chiusura di quasi 5 milioni di account di minori di 16 anni dalle 10 piattaforme interdette, tra cui Facebook, Instagram, TikTok, Snapchat, Youtube, X (prima Twitter) e Twitch. Da questi risultati appare evidente che il social media ban australiano sarà solo il primo di una lunga serie di divieti volti a inibire l’accesso ai social a bambini e adolescenti, delineando una direzione d’intervento che, però, desta non poche perplessità. Il principale obiettivo dei governi che hanno attuato o studiato simili proposte di legge è quello di tutelare la salute mentale dei minorenni, proteggendoli da contenuti non adatti a loro: ma imporre un divieto è davvero la via più efficace per riuscirci?

Parola ai giovani

L’emittente televisiva australiana ABC l’ha chiesto ai diretti interessati: su oltre 17mila intervistati tra i 9 e i 15 anni, il 75% ha dichiarato che avrebbe continuato ad utilizzare i social nonostante il divieto. E le opinioni sull’efficacia della misura sono ancora meno confortanti: solamente il 9% dei ragazzi pensa che la legge sia una buona idea e appena il 6% che funzionerà. Alcune testimonianze hanno rivelato il dubbio principale: gli adolescenti ritengono i propri coetanei troppo abili per non trovare strategie con cui aggirare il divieto. Ed è esattamente ciò che sta accadendo: incoraggiati dall’assenza di ripercussioni nei loro confronti, i giovani stanno continuando ad utilizzare i propri account social sottotraccia sfruttando alcuni malfunzionamenti nei metodi di verifica dell’età, oppure si spostano su piattaforme non vietate ma altrettanto pericolose, tra cui i chatbot come ChatGPT.

Se gli interventi politici hanno certamente contribuito a mettere pressione sulle grandi aziende tecnologiche, le responsabilità a carico di queste ultime sono ancora troppo poche: in questa situazione, i divieti rischiano di diventare l’unica barriera a piattaforme che, escludendo i più vulnerabili in partenza, potrebbero trasformarsi in luoghi sempre più inospitali, senza alcuna misura di protezione per chi dovesse trasgredire le regole. Insomma, vietare i social è inutile se le leggi non sono accompagnate da ulteriori contromisure: oltre a battersi per applicazioni che non sfruttino le debolezze dei ragazzi ma siano progettate su misura per loro, è essenziale educarli fin da piccoli ad un uso più consapevole di questi strumenti, dimostrando che possono anche rappresentare spazi di condivisione e di amicizia, come erano stati originariamente pensati.

Giulia Cucchetti