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Politicamente corretto? Fin troppo

Una scena del Parsifal - PH Nurith-Wagner-Strauss

Alle Wiener Festwochen un Parsifal con la regia di Susanne Kennedy dagli esiti cinematografici

VIENNA, 17 giugno 2026 – Proprio come un film, pieno di effetti speciali. Da quando ci pensa l’intelligenza artificiale a crearli ormai non esistono limiti alle idee più azzardate: pazienza, poi, se sono estranee agli intenti dell’opera che va in scena. Nel Parsifal proposto alle Wiener Festwochen, dunque, dominano le immagini, relegando talvolta la musica di Wagner al ruolo di mero accompagnamento sonoro.

Il mezzosoprano Dshamilja Kaiser (Kundry) e il tenore Russell Thomas (Parsifal) – PH Nurith-Wagner-Strauss

Lo spettacolo ad altissima tecnologia ideato dalla regista Susanne Kennedy e dall’artista visivo Markus Selg, autore di scene e immagini video, avvolge sì lo spettatore, ma non lo aiuta certo a calarsi nell’esperienza musicale. L’idea – o meglio il Konzept, come si dice adesso – che lo spettacolo vorrebbe veicolare è quello di un sincretismo religioso, nell’intento di allinearsi al titolo della settantacinquesima edizione del festival viennese. Il regista svizzero Milo Rau, direttore artistico per il terzo anno consecutivo, l’ha infatti denominata La repubblica degli Dei: ideale esempio di tolleranza fra varie forme religiose. Se con l’«ottimismo della volontà» si può condividere questa aspirazione, la sconfessa però il tragico contesto storico odierno, con il rischio di non sembrare tanto un sogno utopistico, ma un tentativo di rimuovere l’evidenza, fino a nascondere la testa sotto la sabbia.
Gli aspetti religiosi proiettati su questo Parsifal non arrivano quasi mai a toccare corde emotive e lasciano l’impressione di aspirazioni concepite a tavolino. Raffigurare il protagonista di spalle con una postura da monaco buddista, oppure vederlo levitare come nell’induismo, travalica le intenzioni wagneriane, circoscritte “più modestamente” alla religione cristiana: il compositore si accontentava di salvaguardare il Graal dove è custodita la coppa contenente il sangue di Cristo.
Nello spettacolo viene naturalmente rispettato il politicamente corretto, e non importa se questo significa disattendere le didascalie wagneriane. Il protagonista è, infatti, nero; e per affermare l’inclusività di un’opera che più maschilista non potrebbe essere, gli scudieri qui sono donne (d’altronde la scrittura vocale di Wagner è per voci femminili). Se queste scelte appaiono condivisibili, a pesare negativamente sono le omissioni. A sempiterno memento, fin dall’inizio, la lancia che ha causato la ferita di Anfortas è costantemente sospesa a mezz’aria; mentre Kundry non esercita alcuna forma di seduzione su Parsifal, vanificando così drammaturgia e comprensibilità. Vengono abolite anche le fanciulle fiore, sostituite da donne che compiono ossessivamente gesti meccanici, facendo sparire la loro fascinazione erotica.
La pervasività delle immagini si è inevitabilmente riverberata sul versante musicale affidato a Yi-Chen Lin, direttrice taiwanese naturalizzata austriaca, che ha guidato l’eccellente Orchestra Sinfonica della Radio di Vienna (ORF) e lo straordinario Arnold Schönberg Chor (preparato dal leggendario Erwin Ortner). Una direzione rigorosa e precisissima, scandita da sonorità nitide e cristalline, ma fin troppo asettiche e avare di pathos. Nonostante il buon cast a disposizione, questo è un Parsifal assai poco cantabile: proiettato su uno Sprechgesang che nel 1882, quando l’opera fu composta, era ancora di là da venire.
Protagonista il tenore afroamericano Russell Thomas, che pur disegnando un personaggio con poche sfaccettature ha mostrato saldezza di mezzi e tenuta sulla distanza. Di notevole spessore vocale e dall’elegante linea di canto, il mezzosoprano Dshamilja Kaiser: una Kundry senza intenti seduttivi, ripiegata invece su una dignitosa rassegnazione. Un veterano come Albert Dohmen, che ormai affronta solo scritture da basso, ha interpretato Gurnemanz mantenendo intatta la pregnanza dell’emissione al di là dei i limiti di un’inevitabile usura timbrica. Voce voluminosa e risonante, il baritono Kartal Karagedik ha disegnato un antitradizionale Amfortas, facendone un personaggio combattivo più che macerato. Anello debole del cast, invece, Werner Van Mechelen nei panni di un Klingsor tetragono, volto alla mera declamazione anziché al canto. Infine, nel ruolo cammeo dell’anziano Titurel, una vecchia e inossidabile gloria come Kurt Rydl.
Nonostante qualche dissenso degli spettatori, non si tratta comunque di uno spettacolo provocatorio: è apparsa piuttosto un’operazione – suggerita dall’algoritmo? – finalizzata a intrattenere un pubblico generico, non particolarmente consapevole delle intenzioni affidate da Wagner alla propria opera testamentaria. Certo, un errore di sottovalutazione rispetto a una platea di lingua tedesca. A parte il fatto che Parsifal potrebbe essere tranquillamente eseguito in forma oratoriale, per meglio concentrarsi sui profondi significati spirituali, è certamente una di quelle opere cui la ridondanza visiva non giova. Nonostante le migliori intenzioni sul piano dell’ecumenismo religioso.