Home Ponte Giovani “PERCHÉ FILMAVANO INVECE DI SCAPPARE”?

“PERCHÉ FILMAVANO INVECE DI SCAPPARE”?

È la domanda che sintetizza una grande parte dei commenti espressi all’indomani della terribile tragedia di Crans-Montana, in cui quaranta giovani, metà dei quali minorenni, hanno perso la vita in un incendio scoppiato nel locale in cui festeggiavano Capodanno. Un pensiero molto semplice, che può apparire lineare o addirittura ragionevole, ma che in realtà addolora, ferisce, perché sembra voler trovare nelle vittime la colpa di quanto accaduto. Adolescenti, felici e “su di giri” mentre facevano festa in totale spensieratezza, non hanno saputo reagire con la lucidità di un adulto a una situazione in cui pochi secondi hanno fatto la differenza tra la vita e la morte. È davvero così difficile da capire? Chi, a quell’età e in quel contesto, avrebbe fatto diversamente? Inutile rispondere. E per fortuna anche chi è competente in questi temi è intervenuto per sottolinearlo.
Prezioso, in questo senso, l’intervento dello psicologo esperto di relazione tra giovani e mondo digitale Giuseppe Lavenia, che nei giorni del tragico evento ha lasciato il proprio pensiero sulle pagine di Repubblica. “Di fronte a tragedie come questa, l’opinione pubblica spesso si aggrappa a una domanda rassicurante: ‘Perché non hanno fatto la cosa giusta?’. – spiega – È rassicurante perché ci illude che esista sempre una scelta corretta, lucida, razionale. Ma è un’illusione adulta, non una verità psicologica. Ci sono almeno due aspetti fondamentali che stiamo dimenticando. Il primo riguarda il cervello: fino ai 20-22 anni la corteccia prefrontale non è completamente sviluppata. In una situazione estrema (fiamme, fumo, panico, urla, caos) pretendere una risposta ‘adulta’ da un cervello con questa immaturità è semplicemente falso dal punto di vista neurofisiologico. Agli adolescenti non si può pretendere lucidità nel panico. Il secondo aspetto è ancora più scomodo, perché riguarda tutti noi. Filmare diventa un meccanismo di difesa. Uno schermo tra sé e l’orrore. Un modo per non essere travolti da ciò che sta accadendo. Di fronte a un trauma improvviso, la mente cerca una distanza. Non è cinismo. Non è superficialità. È sopravvivenza emotiva. E allora c’è un interrogativo che dovremmo avere il coraggio di porci, invece di puntare il dito: perché stiamo chiedendo ai ragazzi, giovani e giovanissimi, di salvarsi da soli?”. Questa è la vera domanda.