Il Ponte

Parabola Glanert

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Nei concerti di Montepulciano due brani del compositore tedesco: il primo scritto quando aveva sedici anni, il secondo due anni fa  

MONTEPULCIANO, 30 luglio 2020 – Quest’anno Beethoven è d’obbligo. E il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, fondato da Hans Werner Henze nel 1976, ha voluto naturalmente celebrarlo nella ricorrenza del duecentocinquantenario dalla nascita, attraverso i numerosi brani inseriti negli appuntamenti del cartellone.

L’omaggio più consistente al genio di Bonn è stato affidato a un concerto in piazza Grande dove Markus Stenz, direttore che purtroppo si ascolta di rado in Italia, ha guidato l’Orchestra della Toscana – quest’anno nella città poliziana non c’erano i ragazzi di Manchester, rimasti bloccati in patria – nell’ouverture dalle Creature di Prometeo e nella Terza sinfonia.

Il direttore Markus Stenz – Ph Giacomo Bai Studio Pichini

Abituati ad associare questo direttore soprattutto alla musica contemporanea (tante prime esecuzioni, Henze compreso, si devono a lui), Stenz ha spiazzato gli ascoltatori con una lettura di Beethoven entusiasmante sia per la capacità di restituire le atmosfere incantate del Prometeo sia, ancor più, per una interpretazione dell’Eroica lucida e tesa, aliena da qualsiasi retorica e, al tempo stesso, capace di trascinare e coinvolgere. Grazie a una chiara visione dell’architettura del brano ha saputo scandire i temi beethoveniani, intrecciandoli sempre con la massima fluidità; sorprendente, poi, è apparsa la sua elasticità ritmica, che sembra scaturire dal suo completo coinvolgimento fisico. Stenz non utilizza infatti la bacchetta, ma riesce ugualmente a trasmettere le sue intenzioni – sbalorditivo il fraseggiare duttilissimo dell’orchestra nell’ultimo movimento – attraverso una gestualità di esemplare chiarezza.

Inserito fra queste due pagine immortali, Idyllium, brano orchestrale di Detlev Glanert, sessantenne compositore di Amburgo di casa al Cantiere (di cui, in passato, ha diretto anche alcune edizioni), composto nel 2019 su commissione del Concertgebouw di Amsterdam e proposto in prima esecuzione italiana. Una pagina intensa e suggestiva, di grande fascino, che rappresenta un omaggio indiretto a Brahms, come si può leggere in filigrana e persino in modo del tutto esplicito nel finale, pur avvalendosi di una scrittura del tutto contemporanea.

Non era questo il solo brano di Glanert ascoltato nella giornata: nel concerto cameristico pomeridiano è stato eseguito – in questo caso si trattava di una prima assoluta – Zwei Liebeslieder per Trio: suo primo lavoro, scritto nel 1977 dall’appena sedicenne compositore. Ovviamente la complessità è assai diversa rispetto a quella di Idyllium e riporta piacevolmente l’orologio indietro, a scelte che oggi possono sembrare persino ingenue e un po’ datate: lasciano però intuire il talento di uno dei pochi musicisti di oggi che non si è ghettizzato in formule rigide, ma sa spingere lo sguardo a tutto campo e, soprattutto, ha il coraggio di confrontarsi con la grande tradizione.

E se ora noi guardiamo con un certo distacco a quegli anni e a quel clima culturale, i tre esecutori – quarantaquattro anni in tre e, quindi, pressoché coetanei dell’autore al momento della stesura del brano – hanno affrontato la loro impegnativa prova con la massima serietà e consapevolezza. Vincitori del concorso Jugend Musiziert, i componenti lo Zeisig Trio (la quindicenne violinista Leila Fathali, vera leader dell’ensemble, con una personalità musicale già ben delineata; Aaron Woyniewicz, violoncello, il più giovane; e Yuanzhen Sun, pianoforte), concentratissimi, hanno entusiasmato il pubblico per una esecuzione del tutto impeccabile. Quando hanno chiamato sul palco l’autore, Glanert sembrava commosso sia per l’impegno profuso dai ragazzi sia per un moto di nostalgia che, sicuramente, lo ha riportato a ripensare a quegli anni con indulgenza. I tre giovanissimi hanno avuto modo di offrire un ampio saggio della loro bravura con una cristallina esecuzione del Trio in sol maggiore Hob. XV/25 di Haydn, proseguendo con un vigoroso Trio élégiaque n.1 di Rachmaninov e concludendo con il più raro Trio op. 17 di Clara Schumann.

Uno di quei concerti che invita a guardare con ottimismo il futuro, anche in un anno così difficile, di cui il Cantiere – come del resto tutte le istituzioni musicali – ha pagato le spese. Ma fortunatamente per noi, pur rimodulando il progetto iniziale per adattarsi alle nuove disposizioni sanitarie, non ha rinunciato ad andare in scena.

Giulia Vannoni

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