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PACE Preghiera e Profezia

“Non ci resta che pregare”: il brusio di queste parole, neanche troppo sommesso, lo registro un po’ dappertutto, andando in giro per ritiri ed esercizi spirituali, presso presbitèri diocesani, comunità religiose e incontri di preghiera con tante sorelle e fratelli laici. Riferito allo scenario internazionale, che non è eccessivo definire letteralmente ‘apocalittico’, con la sua interminabile, lugubre litania di guerre, stragi e distruzioni di massa, quella frase mi ritorna indietro con un amaro retrogusto di frustrazione e di rassegnata impotenza. E che sulla bocca di noi cristiani sembra tradursi spesso in un penoso: “ Siamo tutti ormai all’ultima spiaggia. Non c’è più niente da fare. Noi poveretti possiamo solo pregare”.

Non mi pare, certo, questo il senso di quella crociata di preghiera per una pace “ disarmata e disarmante”, lanciata da papa Leone XIV, fin dalla sua prima apparizione pubblica, dalla loggia delle benedizioni,

su piazza san Pietro. No, la preghiera per la pace non può essere la smielata ninna-nanna che ci fa cadere nell’innocuo sopore di chi si chiama fuori da ogni impegno e dal peso di ogni più coscienziosa responsabilità. La preghiera è una scossa che ci risveglia, non una nenia che ci fa scivolare tranquilli in un letargo inebetito e frastornato. Una preghiera così sarà possibile a due condizioni. La prima: che la pace venga ripensata “ come un vocabolario più che come un vocabolo”, secondo la felice espressione di don Tonino Bello. Al contempo sarà indispensabile restaurare l’immagine di Dio, che molti cristiani si portano dentro e che non può essere quella di un super-faraone vorace e implacabile, ma quella che Gesù ci ha ridisegnato: un Padre-Abbà che “ fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5,45). Una preghiera così pungolerà la crescita di una responsabilità comunitaria di tutti e singoli i discepoli di Cristo che potranno fare insieme quel prezioso passa-parola per cui non ci stancheremo di ricordarci a vicenda di quanto sia aumentata a una velocità inedita la spesa militare, che secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research

Institute) ha superato nel 2024 il livello record di 2.700 miliardi di dollari USA: una dinamica che distoglie risorse alla costruzione di un mondo abitabile, libero dalla fame ed orientato ad uno sviluppo davvero umano, contribuendo invece al degrado ambientale, anche con le emissioni climalteranti. Una preghiera così ci richiamerà alla responsabilità a cui veniamo sollecitati, ad esempio, dalla comunità delle agostiniane di Pennabilli, come ci informa “ Avvenire”: il discorso della pace non può essere lasciato solo ai potenti. Ma “ ciascuno dovrebbe avere il coraggio di guadagnare meno, rifiutandosi di lasciare che i propri soldi vengano investiti per produrre armi”. È il discorso delle cosiddette “ banche armate”.

Insomma la diplomazia non basta. C’è bisogno di profezia.

Francesco Lambiasi