Il Ponte

Nel segno della festa

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Nel segno della festa. Così abbiamo vissuto domenica 8 gennaio il saluto e il grazie al vescovo Francesco, per i suoi 15 anni di servizio alla comunità riminese. Un lungo, tambureggiante, insistito applauso ha manifestato la gratitudine, certo non di convenzione, di un popolo. Il grande abbraccio di una Chiesa fatta di volti, storie, gioie e dolori, condivisi in questi anni in cui abbiamo camminato insieme come comunità cristiana e umana di questo territorio. La nostra è una realtà non facile, ma capace di innamorarsi delle persone che dimostrano di sapersi donare senza riserve e con sincerità. Non mi piace fare dei “santini” (com’è d’uso per chi se ne va) e “don Francesco” sa che non ne farò. Ma di lui mi sono sempre piaciute la battuta pronta, l’incoraggiamento in ogni situazione presente, l’invito continuo ad “essere felici”, a saper sorridere. Gli ho sempre invidiato l’incredibile memoria, che l’ha certamente aiutato nel rapporto (uniconel suo genere) con la gente, che si è sempre sentita riconosciuta e accolta personalmente.

“Don Francesco” si vanta di essere il primo collaboratore de ilPonte e certamente è vero, per la mole di materiali che ci ha permesso di pubblicare in questi anni, dai commenti ai Vangeli alle storie di Natale per i bambini, alla miriade di messaggi su tutte le tematiche della vita della nostra comunità, da quelle ecclesiali a quelle più sociali. Del resto scrivere sembra non gli costi fatica e la sua è una penna di qualità, ricca di vocaboli, immagini e significati. Non sarò certo io a scoprire la sua cultura nutrita di tanta (e “ruminata”) Parola di Dio, ma anche di riferimenti culturali molto eterogenei.

Sui contenuti della sua pastorale l’insistenza continua alla comunione, al dialogo, all’incontro. Forte la sua coscienza, che ho sempre amato alla follia, che nell’essere fino in fondo cristiani, si è veramente umani. Come pure ribadire che seguire Gesù è un’esperienza di fede, non il masticamento di “ una lista di proposizioni indigeribili”. E come ha insistito anche nell’ultima omelia: “ Oggi non possiamo più credere per convenzione, ma solo per convinzione. Non più per abitudine, ma solo per passione. Non più per tradizione, ma solo per decisione”.

Vivi, sì proprio vivi, nella fede, nella carità e nella speranza, ci ha detto fino alla fine. Mi piace allora concludere con un grazie per essere stato trasparente all’azione dello Spirito Santo in questi anni di servizio. Amo farlo citando una lettura recente di un testo di Romano Guardini che scrive: “Nella ricerca della fede cristiana, infatti, emerge un punto, che non appartiene al mondo; un luogo, in cui si può camminare; uno spazio in cui si può entrare; una forza su cui ci si può appoggiare; un amore, a cui ci si può affidare”.

Con tutti i limiti della sua e nostra umanità, Francesco questo cammino fra noi l’ha compiuto.

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