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Nel cono d’ombra di Rossini

Una scena della Donna selvaggia - Ph Luigi Angelucci

Alla Corte Malatestiana di Fano La donna selvaggia di Carlo Coccia proposta in prima esecuzione moderna 

FANO, 25 agosto 2026 – Fra i tanti musicisti inghiottiti dal cono d’ombra di Rossini c’è anche il longevo Carlo Coccia, nato dieci anni prima del compositore pesarese e morto a novant’anni a Novara: la città dove svolse per più di tre decenni l’incarico di maestro di cappella (non è un caso che a lui sia dedicato il teatro cittadino).
Una delle rare occasioni per ascoltare un titolo dal suo ricco catalogo – La donna selvaggia, cui all’indomani della prima arrise gran successo – si deve alla quinta edizione del festival “Il belcanto ritrovato”, che ha il suo centro di gravità a Fano, pur con qualche dislocamento in altre località della provincia di Pesaro-Urbino: una rassegna che prende avvio quando sta per chiudersi il ROF, continuando fino a tutto agosto, quasi a sancire l’ideale contiguità tra il genio pesarese e tanti contemporanei schiacciati dalla sua ingombrante presenza.
Definita ‘dramma eroicomico’ dal librettista Giuseppe Foppa (che per Rossini aveva già scritto L’inganno felice e La scala di seta), La donna selvaggia nasce nel 1813 da una commedia dello stesso Foppa, dove la protagonista – coperta con una pelle di animale – assume le sembianze di una belva. Siamo ancora lontani dal triangolo romantico soprano-tenore-baritono, e semmai ci troviamo nei paraggi dell’archetipica pièce à sauvetage: Matilde, concepita in chiave di contralto, è ingiustamente accusata di tradire il marito (il duca Ildebrando, scritto per basso), mentre il tenore qui è un consigliere del duca, che pur avendo ricevuto l’incarico di giustiziare la donna le risparmierà la vita, inscenando una finta uccisione. D’altronde la vicenda è ambientata nel XIV secolo, epoca in cui l’adulterio femminile veniva senza troppi complimenti liquidato con la morte.

Martiniana Antonie (Matilde, la protagonista) – Ph Luigi Angelucci

A Fano La donna selvaggia è andata in scena nell’edizione critica curata da Mario Varela Crespo, che ha tenuto conto delle diverse stesure riguardanti l’opera nell’arco della sua breve, ma fortunata esistenza. La bacchetta di Enrico Lombardi, sul podio dell’Orchestra Sinfonica Rossini, ha evidenziato sempre chiarezza d’intenti: ben corrisposto dagli strumentisti, il direttore ha impresso un andamento serrato alla musica, ottenendo una cangiante varietà dinamica.
I due personaggi principali (interpretati all’epoca dai mitici Marietta Marcolini e Filippo Galli, due nomi indissolubilmente connessi al primo Rossini) erano affidati al mezzosoprano rumeno Martiniana Antonie e al basso Alessandro Abis. Lei, con voce sempre ben timbrata e ottima scioltezza nelle colorature, ha disegnato una Matilde volitiva e in grado di fronteggiare ogni avversità. Lui è apparso piuttosto efficace nel canto di coloratura, pur con i limiti di una voce poco espansa e risonante. Il tenore Paolo Nevi ha affrontato la scrittura sopracuta del consigliere buono, sfoggiando luminosità e squillo. Grande rilievo musicale ha la dama della duchessa, il soprano Paola Leoci, che canta in modo impeccabile un’aria assai impegnativa aggiunta nella versione di Napoli da un anonimo collaboratore di Coccia. Fra gli altri personaggi da segnalare il brillante Matteo Torcaso, sicuro vocalmente e disinvolto nei panni del basso buffo Oranteo: concepito non come l’ennesimo ruolo di contorno, ma elemento significativo negli equilibri drammaturgici che caratterizzano l’opera semiseria. Apprezzabile nei panni del fratello della protagonista il baritono Carlo Sgura, meno incisivo il basso Zheng Wang, anima nera dell’intreccio. Completava il cast nel piccolo ruolo di Gilberto un secondo tenore, Timoteo Bene junior. Al Coro del Teatro della Fortuna (preparato come sempre con professionalità da Mirca Rosciani), solo nella componente maschile, spettavano brevi e significativi interventi.

Il regista Alessandro Brachetti, avvalendosi della collaborazione per l’impianto scenico di Gabriele Sassi e di Marta della Monica per i costumi, ha firmato uno spettacolo che permette di seguire con facilità la vicenda – fatto non scontato, laddove i personaggi tramano tutti uno contro l’altro – e ha anche cercato di far emergere i pochi spunti comici del libretto.
Lo spettacolo si è tenuto nella Corte Malatestiana: spazio molto bello e suggestivo, non c’è dubbio, ma che presenta tutti gli inconvenienti legati ai luoghi aperti per quanto riguarda gli equilibri sonori – importantissimi in opere di questo tipo – e gli inevitabili rumori di contorno. Per lo spettatore implica poi il disagio di stare immerso nell’umidità notturna ed esposto agli assalti di fastidiosi insetti. Con il Teatro della Fortuna, tra i più belli d’Italia, non è stata forse la scelta migliore.

Giulia  Vannoni