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Memoria dell’abisso

Il Prigionero, il Coro del Teatro Nazionale Croato - PH Damijan Simčič

Alla Risiera di San Sabba per il Piccolo Opera Festival un dittico inedito che s’interroga sulla libertà

TRIESTE, 29 giugno 2026 – A rendere speciale la serata non è solo l’abbinamento in dittico tra Il sigillo, una prima esecuzione assoluta del quarantottenne fiorentino Maurizio Agostini, e Il prigioniero di Luigi Dallapiccola, ma la scelta dello spazio dove rappresentarli: la Risiera di San Sabba a Trieste, con il suo tragico carico di memorie.

Il sigillo, il tenore Federico Lepre – PH Damijan Simčič

Evento fra i più importanti del diciannovesimo Piccolo Opera Festival (la manifestazione transfrontaliera che coinvolge alcune località del Friuli e quelle della contigua Slovenia), le due opere riflettono sul tema della libertà, che il cartellone declina a ogni appuntamento con sfumature diverse e, qui, nei suoi risvolti più drammatici. Il prigioniero (composto tra il 1944 e il ’48) oggi non è un titolo raro e lo scorso anno – cinquantenario dalla morte del musicista istriano – ha avuto esecuzioni di pregio: tuttavia, a illuminarlo con luce diversa, e suggerire nuovi motivi di riflessione, spesso contribuiscono i collegamenti che s’innescano quando viene accostato ad altri lavori. In questo caso, appunto, Il sigillo, ‘monologo per tenore’ composto da Agostini su libretto di Maria Carla Curia. Protagonista è un prete che dopo molti anni ritorna nella sua canonica, ormai deserta. Qui riaffiorano le memorie del feroce assassinio di una donna, avvenuto in tempi lontani, di cui lui stesso potrebbe essere stato autore: un ricordo rimosso attraverso un’esemplare attività di missionario, rimasto però in qualche andito nella memoria, e che ha reso prigioniera la sua anima. A interpretare il personaggio di questo sacerdote, che sembra uscito dalle pagine di Bernanos, il tenore Federico Lepre, convincente in scena e assai efficace nel disegnare le sfaccettature del personaggio – dalla malinconica tenerezza dei ricordi al crescente tormento che lo assale – grazie a un’ottima proiezione del suono e a una dizione sempre nitida, indispensabile alla comprensione del testo.
Il prigioniero – il libretto è dello stesso Dallapiccola che si è avvalso di più fonti letterarie – si concentra invece sull’ultima, e ancor più atroce, tortura inflitta a un condannato a morte dall’inquisizione spagnola: dopo che gli hanno fatto credere di essere ormai prossimo alla liberazione, verrà invece giustiziato. Cinque i cantanti: il baritono Tamon Inoue, il condannato; il mezzosoprano Arlene Miatto Albeldas, sua madre; il tenore Enrico Basso, nel duplice ruolo del carceriere e del grande Inquisitore; infine – quasi a realizzare un’ulteriore liaison des scènes fra le due opere – ancora Lepre, nei panni del primo sacerdote, e il baritono Stefan Petković, in quelli del secondo. Un’interpretazione che, nell’intento di enfatizzare gli aspetti drammatici della partitura, puntava soprattutto su un declamato non sempre immune da forzature, sebbene ci fossero le condizioni per una lettura più cameristica. La versione proposta, infatti, era quella con il solo accompagnamento del pianoforte (peraltro realizzata dallo stesso compositore), qui rinforzato da organo e percussioni: ovvero, il medesimo organico utilizzato per Il sigillo.
La direzione era affidata a Mario Ruffini, musicologo specialista di Dallapiccola, mentre firmava la regia Davide Garattini Raimondi, coadiuvato dalle scene e i costumi di Domenico Franchi. Nel Sigillo, il regista ha puntato su ciò che nel libretto non viene detto esplicitamente e, però, si può intuire. Si vedono così transitare bianche figure di donna: la prima è incinta, la seconda tiene un bambino fra le braccia, la terza è ormai quel cadavere che sarà gettato nel fiume. Per Il prigioniero ha invece assecondato le suggestioni innescate dallo spazio circostante, che si riverberavano negli abiti e nei pochi oggetti di scena: non a caso il vertice emotivo dell’esecuzione è stato raggiunto durante i due suggestivi intermezzi, quando il Coro Nazionale Croato di Fiume (preparato da Matteo Salvemini) era disposto alle spalle degli ascoltatori, producendo una sensazione di doloroso straniamento.
Del resto la Risiera di San Sabba non rappresenta una cornice qualsiasi. Il campo di detenzione nazista – l’unico in territorio italiano dotato di forno crematorio – da cui transitavano gli ebrei destinati ai lager, e dove furono torturati e uccisi tanti italiani aderenti alla Resistenza, è un luogo emblematico di come la libertà sia stata soffocata. Nel modo più feroce.