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LEVA MILITARE, PARLANO I GIOVANI

L’Italia si è svegliata con un richiamo che sembrava essere dimenticato ormai da decenni. A vent’anni dalla sospensione della leva obbligatoria, il dibattito sul ritorno dei giovani in divisa si riapre. La disamina si fa sempre più accesa, tra i cittadini e nei Parlamenti, con fratture difficili da risanare. Chi sogna una “scuola di vita” contro il disagio giovanile e chi vede nel progetto un anacronistico spreco di risorse.
Il campo di battaglia politico è diviso in due schieramenti principali. Da una parte c’è la proposta che punta a una leva universale di 6 mesi. Il progetto (Ddl Zoffili) prevede un servizio obbligatorio su base regionale per ragazzi e ragazze tra i 18 e i 26 anni, focalizzato su addestramento militare, protezione, soccorso e tutela del territorio. Dall’altra parte, invece, la proposta di una Riserva Nazionale Ausiliaria basata sulla volontarietà. La discussione è certamente molto delicata, il nodo cruciale resta quello economico e strutturale. Reintrodurre la leva obbligatoria costerebbe miliardi di euro per riaprire caserme oggi fatiscenti e gestire migliaia di giovani che, per la maggior parte, non hanno intenzione di intraprendere la carriera militare. Un esercito moderno ha bisogno di specialisti e può essere complicato formare persone adeguatamente qualificate in un lasso di tempo così ristretto. Analizzando i sondaggi più recenti, la frattura sembra essere di tipo generazionale. La popolazione over 50 è al 57% favorevole e ripone nella reintroduzione della leva militare la speranza di poter ridisciplinare i giovani di oggi. Gli under 30 sono invece contrari, esprimendo dissenso nel 70% degli interpellati; per la maggior parte dei giovani di oggi, questo progetto non rappresenta altro che un freno agli studi e un ritardo per l’ingresso nel mondo del lavoro.

Cosa ne pensano i ragazzi riminesi?
In una prospettiva tutt’altro che unanime, è importante ascoltare e approfondire il punto di vista di chi sarebbe coinvolto in prima persona queste proposte dovessero prendere forma e diventare realtà. Marco, 20 anni: “L’idea di essere obbligato a dedicare sei mesi per qualcosa che non mi sento di fare mi terrorizza. Lo trovo molto penalizzante per i giovani che hanno il desiderio di intraprendere un percorso scolastico, specialmente se questo richiede molti anni di studio, costanza e concentrazione. Ho appena iniziato l’università e il ritmo è serrato. Credo che il modo migliore per farci crescere sia aiutarci in ambito scolastico attraverso agevolazioni, laboratori e borse di studio. La disciplina si impara comprendendo, la scuola e le famiglie hanno il compito di renderci persone capaci e mature”.
Elena, 22 anni: “Non ho le idee totalmente chiare riguardo a questa proposta. Potrei ritenermi favorevole se fosse considerato un servizio civile potenziato. Molti dei miei coetanei sono spaesati, non hanno il senso civico e della comunità. L’introduzione di questo progetto sarebbe una buona occasione per imparare a gestire le situazioni di pericolo da un punto di vista personale, comunitario, per riacquisire il senso di disciplina, consapevolezza e autogestione, che forse negli ultimi tempi manca a molti giovani. Obbligare tutti? Forse è questo il problema di certe proposte e di certe correnti di pensiero: da una parte si crea uno scetticismo ideologico dovuto al ritorno ai vecchi valori che forse ci spaventa un po’, dall’altra parte, in ottica più pratica, sembra una follia economica e logistica. È vero che essere cittadini preparati e rispettosi è un dovere di tutti, ma chi vuole servire il Paese deve poterlo fare per scelta, non per imposizione”.
Non mancano, comunque, le voci dei giovani che sono favorevoli all’idea. Come quella di Gianmarco, 24 anni: “Sinceramente la percepirei come un’opportunità per crescere. Secondo il mio punto di vista non dovrebbe essere strutturata come una leva militare del passato, ma più come un’opportunità per imparare a gestire situazioni di pericolo, come possono essere terremoti, incendi, calamità naturali e per imparare a destreggiarsi in maniera corretta in contesti pericolosi. Spesso ci troviamo a vivere situazioni insolite e impreviste, e penso che sapere come gestire le emozioni, come muoversi e come agire nel modo corretto sia fondamentale. Si tratta di un’occasione per crescere, per limitare i danni dovuti all’inesperienza e per vivere in maniera più sicura. Una scuola pratica di vita, oltre ad essere un’esperienza condivisa, ricca di legami, di relazioni interpersonali e di nuove esperienze”.
In un contesto europeo dove le dinamiche internazionali sono in continuo mutamento, un confronto che si pensava essere obsoleto ritorna ad essere più attuale che mai. Il dibattito per l’Italia è ancora aperto: è necessario uniformarsi ai Paesi che hanno già iniziato a mobilitarsi in questo campo? Il servizio militare potrebbe donare un’opportunità formativa o rappresentare solamente un passo indietro rispetto alla professionalizzazione delle forze armate? La risposta, al momento ancora incerta, segnerà per tantissimi aspetti il futuro di un’intera generazione.

Alice Radavelli