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La vedovanza nella Bibbia

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vedovanza nella bibbia ordo viduarumIn questa tappa del nostro cammino alla scoperta dell’Ordo viduarum, andiamo a conoscere la vedovanza nella Parola di Dio.

Nell’Antico Testamento le vedove sono annoverate fra quelle categorie di persone a cui Dio riservava una particolare protezione. Mancare loro di rispetto o non assisterle potevano essere gravemente puniti dalla Legge: era, in sostanza, un dovere assisterle, proteggerle e onorarle.

Al di là delle prescrizioni da osservare, vi sono racconti, nell’Antico Testamento, che hanno come protagoniste delle vedove, alcune delle quali avranno un ruolo nella storia della salvezza. Tra queste ricordiamo la giovane vedova Rut, moabita ( nell’immagine), esempio di fedeltà e di obbedienza, prima alla suocera e poi a Dio, al cui volere si abbandona definitivamente.

La grande generosità della vedova di Zarepta diventa altro esempio della sconfinata Provvidenza divina che non abbandona mai chi gli mostra fedeltà.

Ella, infatti, pur mettendo a rischio la sua vita e quella del figlio, decide di affidarsi a Dio, obbedendo al Suo ordine di sfamare e assistere il profeta Elia indigente; la ricompensa a questo atto di prodigalità è l’abbondanza di cibo nella carestia e la restituzione in vita del figlio morto.

Figura altrettanto esemplare è quella della giovane vedova Giuditta, che dopo aver dato tutti i suoi beni ai poveri e indossato un sacco, si consacra a Dio, a Lui solo dedicandosi per tutta la vita, finché Egli Stesso non fa appello alla sua debolezza di donna e di vedova per salvare il suo popolo: mentre il nemico incombe sulla città, Giuditta con uno stratagemma e con il sostegno e la forza di Dio, riesce a uccidere il capo dei nemici, portando i suoi cittadini alla vittoria.

Nel Nuovo Testamento, lo sguardo di Gesù alle vedove è benevolo e pieno di rispetto: spesso ne fa oggetto di esempio, come la vedova insistente con il giudice per la perseveranza, o la vedova dell’obolo per l’offerta totale di sé e dei suoi averi, oppure Gesù si commuove di fronte al loro dolore, come per la vedova di Naim.

Queste donne hanno in comune, oltre alla loro condizione vedovile, un dolore che non è ripiegato in se stesso, ma che si apre alla preghiera, ed un atteggiamento di totale abbandono a Colui che ha tolto ma ha anche dato, e in abbondanza.

Vedove fedeli alla memoria dei loro sposi terreni, che, consacrandosi a Dio e al Suo volere, si sono aperte alla condivisione delle difficoltà dei fratelli, divenendo di nuove spose del loro Signore e di Lui strumento stesso di salvezza.

Approfondiamo ora il termine “vedova”

Il biblista Bruno Maggioni, che ha approfondito la Parola di Dio sulla vedovanza, all’inizio di un suo studio è arrivato a questa conclusione: “ Vedova nel greco della Bibbia dei Settanta, nel greco del nuovo Testamento, come nel greco comune, è kera”. Questa radice, nel greco antico, parla di abbandono, dell’essere solo, ci parla di vuoto, di deserto… Capiamo quindi che “ kera”, proprio come termine, mette in luce un’idea di privazione.

Anche in ebraico la parola “ almanà” ha come tema centrale quello di “ restare solo”, solo anche nell’indigenza, senza difesa.

In latino “ vidua” significa “ priva di dualità”.

Tutto questo ci mostra come la vedova, nel mondo antico, è colta negativamente, cioè in alcuni aspetti di debolezza, di indigenza, di solitudine, di assenza di peso sociale.

Certamente da allora molto è cambiato, soprattutto dal punto di vista sociale e Lunedì 1 novembre avverrà in Cattedrale la consacrazione nell’Ordo viduarum (Ordine delle vedove) di Manuela Longhi.

Proponiamo tre articoli di don Davide Pruccoli, delegato vescovile dell’Ordo Viduarum, per comprendere il significato e la teologia dell’Ordine, a partire dalle sue origini, la presenza in Diocesi . Verranno poi proposte testimonianze di chi ha scelto di farne parte nella mentalità delle persone.

Accade spesso che attraverso l’esperienza della sofferenza e della morte, la persona vedova inizi a ricercare il silenzio e la preghiera come momenti privilegiati di incontro spirituale.

La Croce, conosciuta ed abbracciata nella sofferenza di chi non c’è più, ora si rivela strada maestra, scala che fa salire in cielo, ma anche condivisione, testimoniando a chi è ancora nel buio che essa anticipa la luce della Risurrezione.

Preghiera, carità, ministero della consolazione diventano i luoghi spirituali dove Gesù si fa trovare e rimane con la persona vedova, perché possa donare agli altri quello che ha da Lui ricevuto.

Il primo luogo di responsabilità che si presenta alla vedova cristiana e a maggior ragione alla vedova consacrata, è la sua famiglia.

Di là si diffonde come raggi di sole a quella famiglia di famiglie che è la comunità parrocchiale, per completarsi nel servizio alla Chiesa diocesana.

Pertanto nell’Ordo viduarum viene conferito un valore primario alla famiglia e alla Chiesa locale, come luoghi di santificazione, dove vivere con gli altri e per gli altri.

Infatti la consacrazione a cui il Signore ha chiamato la vedova consacrata, senza separarla dalla famiglia e dal mondo, approfondisce la consacrazione battesimale e nuziale e fa vivere alla persona vedova un’appartenenza a Cristo molto più radicale, trasfigurando anche i rapporti più intimi, quelli con i figli, che sono il frutto del matrimonio.

Essi, anche se spesso non ne sono consapevoli, rientrano nella consacrazione che la vedova fa della propria condizione, per cui la consacrazione si configura anche come speranza che tutta la famiglia venga trasfigurata da un amore nuovo illuminato dall’azione dello Spirito Santo.

Amore purificato che viene ripresentato a Dio come nuovo sigillo di fedeltà, come cosa sua per sempre e questo non è che l’inizio della missione della vedova consacrata.

In questa metamorfosi spirituale la persona vedova passa dal dolore al dono, dal pianto all’offerta dello sposo che le era donato.

La vedova cristiana è condotta dall’amore di Dio dal Venerdì santo alla domenica di Risurrezione. Ella quindi continua da sola quel cammino a cui ogni coppia di sposi cristiani è avviata sin da quando si sposa, cioè verso l’eternità, verso quell’Amore divino a cui, è già pervenuto lo sposo che l’ha preceduta.

don Davide Pruccoli

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