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La tragedia di Macbeth

La coppia protagonista, Franco Vassallo e Marily Santoro - PH Riccardo Gallini

Un cast di pregio al Teatro Galli di Rimini per Macbeth, capolavoro verdiano tratto da Shakespeare

RIMINI, 8 febbraio 2026 – Delle tre opere verdiane che segnano l’incontro con Shakespeare, Macbeth è quella di maggior presa sull’ascoltatore. Si rimane ipnotizzati da personaggi scesi a patti con il male, in preda a una sete di potere destinata a produrre conseguenze funeste. La potentissima vicenda (il libretto è di Piave revisionato da Andrea Maffei) viene scandita da una musica basata su incessanti contrasti drammatici, che catturano con la loro inesorabile alternanza, senza mai allentamenti di tensione.

Il baritono Franco Vassallo e il soprano Marily Santoro – PH Riccardo Gallini

Dagli inizi di novembre, quando ha debuttato a Pisa, nei teatri di numerose città del centro nord sta girando uno spettacolo approdato ora al Galli di Rimini, dove si è scelto di eseguire la seconda versione dell’opera: quella del 1865, senza però le danze. La nuova produzione firmata dal regista Fabio Ceresa ha il principale punto di forza nella scena fissa di Tiziano Santi, che concepisce una serie di cornici bianche quadrate concentriche, dalle dimensioni sempre più piccole e in grado di creare un suggestivo effetto prospettico. Il minuscolo fondale che si viene così a formare permette di stabilire un legame con le presenze soprannaturali che aleggiano in Macbeth: ora legate alle ambizioni di ascesa al potere, ora inquietanti reminiscenze dei cadaveri lasciati lungo la strada dalla diabolica coppia protagonista.
In primo piano, fra le presenze demoniache si trovano ovviamente le streghe (qui solo tre e molto più simili a parche): figuranti che appartengono alla compagnia di danza Fattoria Vittadini. Risultano poco congrui alla tragica vicenda invece i costumi luccicanti di Giuseppe Palella, con effetti da “albero di Natale”, forse più adatti a un intrattenimento televisivo. La resa delle singole scene non è sempre efficace – ad esempio quella dei sicari o del banchetto in cui appare il fantasma di Banco – e alcune appaiono talvolta mal risolte sotto il profilo estetico.
In compenso – e questa resta la cosa più importante – l’Orchestra Giovanile Cherubini suona benissimo nel suo insieme, come dimostrano i primi piani solistici: peccato che Giuseppe Finzi non azzardi di più nello sfruttarne le potenzialità. Il direttore si limita a valorizzare i pur fondamentali aspetti ritmici (come si sa, in Verdi questa componente ha un fortissimo significato espressivo) soprattutto in funzione delle contrapposizioni fra blocchi sonori, rinunciando così a ottenere un continuum drammatico.
La compagnia di canto ascoltata a Rimini accostava nuovi e già affermati talenti a collaudate glorie verdiane. È il caso del protagonista Franco Vassallo, un veterano del ruolo: voce ancora voluminosa e morbida, che gli consente d’arrivare senza affanni all’ultima aria Pietà rispetto, amore, anche se forse gli manca un accento drammatico realmente incisivo. Non nuova a interpretazioni di Verdi il giovane soprano Marily Santoro, che ha sfoderato solidità di mezzi e un’apprezzabile gamma espressiva, è andata in continuo crescendo nell’arco della recita: da una Luce langue apparsa meno incisiva fino alla scena del sonnambulismo davvero notevole. Il basso Roberto Scandiuzzi – oltre quarant’anni di carriera costellata di successi – ha disegnato il ruolo di Banco con notevole spessore drammatico, grazie a un timbro grave passato quasi indenne attraverso gli oltraggi del tempo. Al tenore spetta un’unica aria, Ah, la paterna mano, che resta una delle più belle mai scritte da Verdi: il compito di valorizzarla è stato assolto da Matteo Falcier con pregevoli risultati. Ben risolti anche i ruoli minori: il tenore Francesco Pittari ha disegnato uno squillante Malcolm; Erica Cortese è stata in grado d’imprimere un bel colore mezzosopranile alla Dama di lady Macbeth; e l’encomiabile basso rumeno Alin Anca ha affrontato il triplice ruolo del medico, del sicario e di Arnaldo. Insoddisfacente il Coro Lirico di Modena (preparato da Giovanni Farina) che, oltre alle imprecisioni negli attacchi e ai problemi di appiombo ritmico, è incorso anche in altre defaillance, tradottesi in slittamenti d’intonazione. Un vero peccato per un’opera come Macbeth, che trova nella componete corale uno dei suoi tanti motivi di fascino. Senza tener conto, poi, che a metà ottocento si caricava anche di profondi significati politici, con l’adesione ai valori patriottico-risorgimentali.