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La riflessione sulla lingua dal Manzoni a oggi

La questione della lingua non è mai stata un mero esercizio accademico, da Isocrate, secondo il quale era sufficiente parlare la lingua greca per essere considerati greci, in qualunque parte del mondo si vivesse, a Gramsci che nei suoi Quaderni dal carcere afferma che “la quistione della lingua” è sempre stata un aspetto della lotta politica.

In Italia la riflessione – talvolta il dibattito – sulla lingua continua dal Medioevo, ma in maniera originale, assai diversa da quella degli altri paesi europei.

Come notava Graziadio Isaia Ascoli, il fondatore della scienza glottologica italiana, nel proemio al primo numero dell’«Archivio glottologico italiano» (1873), la Francia con l’unità politica aveva “attinto la sua favella” da Parigi, in Germania, che pure non aveva mai avuto un centro monarchico e civile da potersi paragonare a Parigi, era stato Lutero che con la sua “miracolosa” traduzione della Bibbia “aveva rotto l’unità della fede e creato l’unità della nazione”.

In Italia, un impulso verso una unità linguistica sarebbe potuto venire da una politica linguistica da parte dell’unica istituzione capace di coprire l’intero territorio nazionale e di occuparsi anche della lingua parlata, cioè la Chiesa di Roma. Ma la Chiesa, nel Concilio di Trento, aveva riaffermato la sua diffidenza e indifferenza per le lingue materne nel rito e persino nelle Letture, lasciando alle lingue parlate, come era da secoli, soltanto la predicazione.

A partire dal De vulgari eloquentia di Dante, dunque, erano stati gli uomini di cultura che avevano tenuto in vita una embrionale politica unitaria e l’esigenza di una lingua che superasse le barriere economico politiche. Per questo la lingua si era sviluppata come strumento pressoché esclusivo di una comunità di dotti e di letterati.

In questa direzione si erano mossi – tanto per citarne alcuni – Leon Battista Alberti con la Grammatichetta, Baldassar Castiglione col Cortegiano, Machiavelli col Discorso intorno alla nostra lingua e in particolare Bembo che, con le sue Prose della volgar lingua, aveva fissato nelle opere di Dante, Petrarca e Boccaccio (le “Tre Corone”) le ragioni ideologiche, culturali e letterarie della ricerca dei comportamenti linguistici ideali, E aveva puntato la norma su un fiorentino accertato dai testi.

La massima “aperura” del dibattito aveva riguardato i testi da prendere a modello: rimanere ancorati ai testi delle “Tre Corone” o prendere in considerazione altri testi letterari? Limitarsi a prendere come modello il fiorentino o allargarsi al toscano parlato? Le polemiche che avevano accompagnato la prima e la seconda edizione del Vocabolario della Crusca (1612, 1623) rendono bene le ragioni del dibattito. Contestando la preminenza degli antichi sui moderni, mettendo in discussione la mancata accoglienza di autori nuovi come Torquato Tasso, ponevano il problema della compatibilità della nuova cultura con una lingua vecchia. Considerazione interessante e appropriata, ma ristretta, comunque, a un numero non certo grande di intellettuali.

I termini del dibattito erano rimasti sostanzialmente gli stessi anche agli inizi dell’Ottocento, quando a contrapporsi furono le posizioni di Antonio Cesari e di Vincenzo Monti.

Manifesto del cosiddetto “purismo” è la Dissertazione circa lo stato presente della lingua italiana che il Cesari pubblicò nel 1810. In essa l’abate veronese sostiene che la lingua italiana aveva avuto il suo secolo d’oro nella Toscana del Trecento, in quanto il linguaggio toscano, portato alla sua massima grazia dai grandi scrittori del Trecento, si era già costituito come puro, perfetto e leggiadro: «Ora io dico: essere quello appunto l’aureo secolo della lingua toscana, dal quale è bisogno ritrarre, chi vuol aver fama di buon dicitore».

Occorre allora, secondo Cesari, cancellare le eleganti modulazioni artistiche prodotte dalla raffinata cultura rinascimentale, le stravaganze italianiste e barocche del Seicento, l’ingresso imponente dei francesismi del Settecento, l’influsso corruttore di altri sistemi linguistici (burocratico, tecnico, scientifico…) per tornare «alla semplicità e al candore» degli scrittori del Trecento. Anche dal punto di vista lessicale egli non vede la necessità di ricorrere a neologismi, dal momento che tutte le parole che servono si possono già trovare nei testi del Trecento: «è da vedere, se le cose nuove si potessero con le parole che sono in piedi nominare; il che certo si troverebbe esser vero, chi ben avesse ripescato ne’ Classici. […] Anche le voci morte e dismesse possono, recandole in uso, ripigliar nuova vita. […] Perché pare che la miglior maniera d’arricchir la lingua sia quella, di restituirle la natural dote e le native ricchezze, […], il pescare ne’ Padri di questa lingua e raccoglierne le voci, o dimesse o da’ compilatori del Vocabolario dimenticate, sarà un vero arricchirla».

Su posizioni diverse, interviene nel dibattito il Monti, con la Prolusione all’insegnamento di Eloquenza nell’Università di Pavia del 1803 e con i sei tomi della Proposta di alcune correzioni e aggiunte al Vocabolario della Crusca, pubblicati dal 1817 al 1824. Lo scopo del trattato è dichiaratamente quello di apportare «correzioni» al Vocabolario, che accusa di registrare «senza discernimento tutto il materiale offerto dai testi antichi», mentre la legittimità nell’utilizzo dei vocaboli non può provenire solo dai testi di un prestabilito numero di autori del passato. Una parte considerevole è occupata dall’esame delle voci del Vocabolario della Crusca, disseminate nei vari tomi e inframmezzate da interventi differenti e da due trattati redatti dal genero, Giulio Perticari (Scrittori del Trecento e L’Amor patrio di Dante). Convinto che alla definizione e alla continuità della lingua colta della tradizione italiana abbiano contribuito in maniera decisiva scrittori di tutte le regioni (e non solo di Firenze e della Toscana), propone un modello linguistico basato sulle migliori opere dell’intero sviluppo storico della lingua italiana, eccezion fatta per i testi barocchi.

Particolarmente significativa è la parte relativa alle “aggiunte”. A suo parere l’Accademia fiorentina fornisce un vocabolario basato esclusivamente sul versante retorico-letterario e quindi inutile a scienziati e filosofi, costretti a ricorrere nelle loro opere a neologismi cosmopoliti che deturpano la lingua «più bella […] di quante se ne parlano sulla terra». Quindi, contro la teoria dell’immutabilità – al centro delle posizioni dei tradizionalisti – prevede la possibilità di un (sia pur limitato) arricchimento della lingua. Dove è da notare che l’accoglimento degli inevitabili neologismi, in altri stati legati al consenso spontaneo della comunità dei parlanti, è ancora una volta risolto per via dottrinale, attraverso procedimenti analogici.

Anche per Manzoni il problema della lingua nasce come un problema retorico-stilistico. La forma dei Promessi Sposi pubblicati nel 1827, infatti, da subito gli sembra impropria e non abbastanza espressiva, a volte troppo dialettale altre volte troppo legata alla grammatica. Decide così di rivederla e già nel settembre dello stesso anno si reca a Firenze, per “risciacquare i panni in Arno”, come scrive nella dedica apposta sulla copia dei Promessi sposi nell’edizione del 1840 donata a Emilia Luti, l’istitutrice fiorentina che insieme agli amici Niccolini e Cioni l’aveva aiutato nell’opera di revisione. Respingendo la distinzione tra lingua letteraria e lingua parlata, la scelta è quella di conformarsi non ad una lingua letteraria, come artificio retorico, ma ad una lingua che affondi le radici nella parlata popolare dalla quale «essa trae alimento per la sua vita». Una lingua d’uso capace di riflettere l’evoluzione delle vicende culturali ed esprimere il movimento del pensiero umano. Lingua che non può che essere – a suo parere – il fiorentino delle persone colte.

Ma l’interesse al problema della lingua, che è una costante della riflessione del Manzoni dal Sentir messa (forse del 1835) alla Unità della lingua e dei mezzi per diffonderla del 1868, acquista presto un significato sociale e politico.

Nella Italia appena unificata solo il 2,5% della popolazione sapeva parlare l’italiano, affidandosi normalmente al dialetto, tanto che, quando i fratelli Visconti, durante un viaggio in Sicilia parlavano italiano furono scambiati per inglesi! L’italiano non lo si apprendeva vivendo i quotidiani rapporti sociali, ma solo grazie allo studio scolastico e il suo uso era eccezionale, non spontaneo. Per di più nella condizione economica dell’Italia di quegli anni lo studio della lingua era privilegio di pochi e diventava un contrassegno di classe. La situazione linguistica rifletteva dunque non solo le differenze che storicamente si erano verificate tra regione e regione, ma anche quelle tra le classi esistenti nel paese.

In questa situazione Manzoni cercò «un mezzo adeguato e unico per intendersi da un capo all’altro della penisola» e lo identificò nella lingua fiorentina.

Il titolo Sentir messa lo si deve ad una polemica letteraria. Nel 1834 era stato pubblicato il romanzo Marco Visconti di Tommaso Grossi, che aveva avuto una pessima recensione da parte dell’abate Michele Ponza, il quale, criticando il fatto che Grossi aveva usato «non i bei modi italiani, ma i modi lombardi e milanesi», notava tra le altre storpiature che nel romanzo era scritto “sentir messa”, mentre la messa “si ode”, “si assiste”, “si ascolta”. Manzoni entra nella polemica per difendere le scelte linguistiche dell’amico con questa operetta, che raccoglie parte del materiale che aveva elaborato in tempi precedenti, quando progettava un trattato linguistico. Inizia esaminando le più importanti teorie linguistiche dal De vulgari eloquentia in poi, soffermandosi in particolare sulle più recenti, del Cesari e del Monti; quindi espone il suo punto di vista, sostenendo che non c’è distinzione tra lingua e dialetti, perché i dialetti sono lingua e la lingua nazionale in Francia come in Italia si è costituita grazie all’accettazione di un particolare dialetto; che va eliminato il diaframma tra lingua letteraria e lingua del popolo, in modo che sia comune il linguaggio di chi parla e di chi ascolta, di chi scrive e di chi legge; che fondamentale di ogni lingua deve essere l’uso. Perciò, mentre l’uso parlato tra il XIV e il XVI secolo era “udire la messa”, l’uso del presente è “sentir messa” e questo bisogna accogliere. L’uso al quale attingere deve essere quello toscano, compreso anche dalla gente più umile (al fiorentino Manzoni arriverà più tardi), capace di dar nome alle cose dell’ambiente esterno e dare espressione ai diversi moti dell’animo. Perciò, se la norma della lingua deve essere l’uso, non hanno valore le leggi dell’analogia e della etimologia.

Manzoni, in realtà, non pubblicò mai questa opera. La sua pubblicazione è relativamente recente e risale al 1923, ad opera dell’editore Domenico Bulferetti, che dichiara di aver ricevuto il manoscritto «per somma gentilezza di Donna Matilde Schiff Giorgini, nipote di Alessandro Manzoni».

Per avere scritti sulla lingua pubblicati in vita dal Manzoni, bisogna aspettare il 1868, quando escono la relazione Sulla lingua italiana e sui mezzi per diffonderla, apparsa sul fascicolo di marzo della «Nuova antologia», la lettera Intorno al libro «De vulgari eloquio» di Dante Alighieri e la Lettera intorno al Vocabolario, uscite entrambe sulla rivista «Perseveranza». Nel 1870 i tre scritti, insieme ad altri testi sulla lingua verranno ripubblicati in un’unica opera dal titolo Opere varie di A. Manzoni, edizione riveduta dall’autore.

Nella relazione sulla lingua italiana, che gli era stata commissionata dall’allora ministro della pubblica istruzione Emilio Broglio, il Manzoni ribadisce la sua convinzione che la lingua deve essere una, omogenea e viva, cioè basata sull’uso; che non ci può essere distinzione tra lingua letteraria e scritta e lingua parlata; che una lingua unitaria può esistere solo grazie alla diffusione di un unico dialetto, in quanto organismo linguistico vivente come è successo in Francia, che ha adottato il dialetto di Parigi o in Spagna, che ha adottato il dialetto di Madrid; che – dal momento che in Italia non c’è stata una capitale che «abbia potuto forzare in certo modo le diverse province ad adottare il suo idioma» – il dialetto non può essere che il toscano, «per la virtù di alcuni scritti famosi al loro primo apparire e per la felice esposizione di concetti più comuni».

Il mezzo più efficace per propagare una lingua comune dovrebbe essere la scuola e la compilazione di un vocabolario che il ministro Broglio fece pubblicare nel 1870 col titolo Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze. Un vocabolario, quindi, non più basato sulla autorità degli scrittori classici, ma sull’uso vivo del fiorentino. Le tesi manzoniane almeno sulla carta riscossero un certo successo nella politica scolastica. Vennero – per esempio – compilati dizionari dialetto-italiano e per un certo periodo vennero trasferiti i maestri in una regione diversa dalla propria, perché per fare lezione non potessero utilizzare (come succedeva quasi normalmente) il loro dialetto, che ovviamente non sarebbe stato compreso. A limitare l’applicazione delle teorie manzoniane fu prima di tutto l’organizzazione scolastica, che non era in grado di agire con pari intensità in tutte le regioni e a tutti i livelli sociali. Si opponevano, inoltre, la mancanza di finanziamenti e di maestri e la povertà di milioni di abitanti, oltre che la preoccupazione che l’alfabetizzazione delle classi marginali suscitava tra i rappresentanti della classe egemone del paese.

Solo nuovi rapporti tra i ceti sociali e le regioni sul piano economico, intellettuale e sociale avrebbero potuto diffondere una lingua comune.

La più forte risposta alle teorie di Manzoni in questo senso fu quella di Graziadio Isaia Ascoli, come emerge dal Proemio al primo numero dell’«Archivio glottologico italiano» (1873) che abbiamo già ricordato. L’Ascoli riconosce al Manzoni il grande merito di «aver estirpato dalle lettere italiane l’antichissimo cancro della retorica» e col Manzoni si trova d’accordo nel riconoscere la necessità di una lingua unitaria. Analizzando le ragioni di tale mancanza, trova che, al contrario della Germania in Italia abbiano avuto grande peso “due inciampi”: la «scarsa densità della cultura e l’eccessiva preoccupazione della forma». La scarsa densità della cultura e il conseguente perdurare di una forte disparità culturale, essendo pochi gli “arbitri” della lingua, avevano prodotto di conseguenza l’immutabilità della lingua. Nota il linguista Tullio De Mauro che a metà dell’Ottocento un inglese, uno spagnolo, un tedesco anche colti non erano più in grado di comprendere i testi antichi della loro lingua, mentre un italiano anche di mediocre cultura era in grado di intendere un testo della metà del Quattrocento come il Novellino. L’Ascoli concorda con le posizioni del Manzoni anche nel mettere il problema della diffusione della lingua nazionale al centro delle questioni dell’Italia postunitaria e nell’individuare come essenziale il ruolo della scuola e dell’educazione linguistica, ma ritiene che né Il novo Vocabolario né la decisione di inviare nelle scuole maestri toscani possano risolvere il problema. La polemica è soprattutto con i “fiorentinisti”, coloro che vorrebbero imporre l’uso del fiorentino parlato, sostituendo – a suo dire – alla retorica della “tersità classica”, quella della “tersità popolana”. Egli ritiene invece che una lingua comune si costruisca con l’apporto di tutte le parlate. Saranno poi i parlanti a provocare una “selezione naturale” adottando di preferenza un vocabolo anziché un altro, come è successo – fa l’esempio – tra il fiorentino anello (accolto nel Novo Vocabolario) e l’aretino ditale (scelto dai parlanti) o scegliendo una forma in relazione del registro da adottare: «nessuno vorrebbe che un ministro in parlamento dicesse “l’Inghilterra arriccia il naso” oppure “noi in queste cose di Turchia non ci si ficca il naso”». Ma la lingua non è solo un problema di lessico, è prima di tutto la conseguenza dello sviluppo politico-sociale, per questo è convinto che all’unità linguistica si possa arrivare solo in via naturale con lo sviluppo culturale e sociale della nazione.

Nella storia più recente c’è stato di nuovo un intervento per tentare di imporre dall’alto una norma unica uguale per tutti, puntando a una lingua comune che potesse cementare la coesione nazionale. È stato quello del fascismo. Venne introdotto il libro di testo unico per tutte le scuole del paese. Vennero prodotte grammatiche e dizionari. I mezzi di comunicazione di massa, allora ai primi passi (radio, cinema, ma anche stampa e fotografia), contribuirono alla diffusione del “corretto italiano”, a cominciare dalla radio, che fin dalle sue prime trasmissioni (1924) adoperò generalmente un registro medio. Venne pubblicato anche un Prontuario di pronunzia e di ortografia, che privilegiava, naturalmente, la pronuncia romana: non règime ma regìme, non rùbrica ma rubrìca, non i suoni toscani lèttera e velóce, ma i romani léttera e velòce. Interventi normativi toccarono anche la toponomastica: durante il ventennio furono modificati forzosamente oltre mille nomi di comuni, come Scorticata che divenne Torriana. Non mancò nemmeno una accanita avversione ai dialetti, dettata dal timore che alimentassero spinte regionalistiche e localistiche. Il divieto del loro impiego fu rigido nella stampa, nella letteratura e nel teatro, anche se più tollerante nel cinema. Furono inoltre emanate molte leggi che scoraggiarono o proibirono l’uso di forestierismi, fino a prevedere un’imposta quadrupla sull’esibizione pubblica di forestierismi nelle insegne commerciali. Atteggiamento che si inasprì dopo il 1936 per la spinta del clima xenofobo. Perfino un ente prestigioso come il Touring club italiano fu costretto a cambiare nome in Consociazione turistica italiana. Agli iscritti fascisti e ai dipendenti statali venne proibito di usare il pronome allocutivo Lei, col pretesto di una sua supposta origine spagnola. Nessuno di questi interventi ebbe però seguito; nei media resistette almeno fino agli anni Settanta la norma fonetica suggerita dal Prontuario (salvo il diffondersi di alcune varianti fiorentine), ma fu invece del tutto fallimentare il divieto del Lei; i forestierismi combattuti dal regime ebbero molto più successo delle proposte sostitutive formulate dalla Commissione per l’italianità della lingua, probabilmente per la scarsa omogeneità della campagna di propaganda, il prestigio loro attribuito nel sentire comune, la loro maggiore efficacia rispetto ai termini corrispettivi proposti per l’italiano, nonché l’abitudine dei parlanti. L’uso del dialetto arretrò, ma rimase comunque molto diffuso se Tullio De Mauro afferma che nel 1951 «per oltre quattro quinti della popolazione italiana il dialetto era ancora abituale» e solo il 18,5% degli italiani aveva del tutto rinunciato ad esso.

Si deve proprio agli studi del De Mauro, in particolare Storia linguistica dell’Italia unita (19631) e Storia linguistica dell’Italia repubblicana (20141) la verifica empirica delle tesi dell’Ascoli, che cioè all’unità linguistica si può arrivare solo in via naturale con lo sviluppo culturale e sociale della nazione. Esaminando il quadro della situazione culturale e sociale dal tempo dell’unificazione politica del 1861 ad oggi, De Mauro prende in esame i fattori che hanno aiutato il diffondersi dell’unità linguistica. Mentre i mutamenti demografici e sociali non erano arrivati a intaccare nel profondo le condizioni linguistiche dell’Ottocento, nel Novecento, invece, molti fattori hanno contribuito ad aumentare notevolmente il numero di coloro che sono in grado di parlare e di capire l’italiano, a partire dal servizio militare e dal prolungato coinvolgimento di grandi masse popolari sul fronte della prima guerra mondiale. La sua analisi si appunta in particolare sui fenomeni della urbanizzazione, della immigrazione dal Sud al Nord come conseguenza della industrializzazione, della emigrazione e immigrazione. Oltre a questi: l’avvento della radio e della televisione la diffusione della lettura dei quotidiani e dei giornali frutto a sua volta della aumentata scolarità specie dopo il 1963 con la istituzione della Media unificata. Le statistiche più recenti parlano dello 0,5% di analfabeti, contro all’80% al tempo dell’unità d’Italia.

Si può parlare, dunque, di una lingua comune all’intero paese, anche se essa – come notava Pasolini già a metà degli anni Sessanta – sembra essere povera di espressività: «un articolo di giornale caratterizzato da espressività viene cestinato, perché il lettore medio provvederebbe da sé a ignorarlo»; la televisione, «occupandosi nelle sue trasmissioni di tutto lo scibile, fa coesiste lingue speciali», operando però su tutte interventi selezionatori, come «la reticenza, l’eufemismo, il cursus pseudo parlato, la sdrammatizzazione ironica…»; il telegiornale ripete moduli il più possibile uguali, evitando «ogni espressività addirittura anche col tono della voce». Perfino lo slogan pubblicitario, «di per sé espressivo, attraverso la ripetizione perde la sua espressività, e si fossilizza».

In questo contesto appare evidente che la lingua letteraria, quella che per secoli aveva garantito una embrionale unità linguistica, ha perso la sua antica aureola e il vecchio ruolo guida ed è rimasta una tra le lingue, senza più alcun particolare tratto specifico, con poco prestigio e con una ridotta funzione innovatrice o regolatrice, che è passata invece ai mass media.

Quel che è peggio, è il fatto che nonostante l’analfabetismo sia ridotto allo 0,5% permangono importanti dislivelli culturali e linguistici e si assiste a un preoccupante analfabetismo strutturale. Secondo le indagini Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) del 2013 solo «meno di un terzo degli italiani in età di lavoro padroneggia a sufficienza le capacità di lettura, di scrittura, di calcolo e risoluzione di problemi non di routine». Deficit che viene riscontrato anche nell’uso delle tecnologie informatiche. E la responsabilità non può essere attribuita solo alla scuola. Il fatto è che manca in Italia l’“apprendimento per tutta la vita” (lifelong learning), per cui accanto all’analfabetismo primario si assiste a quello che da alcuni è chiamato dealfabetismo o analfabetismo di ritorno: adulti che in età giovane hanno raggiunto anche alti livelli di istruzione, per l’abbandono delle pratiche di lettura e di acquisizione di informazioni per via scritta sono regrediti a livelli molto più bassi. Persone che non hanno meditato abbastanza sulla celebre frase di Eco: «Chi non legge a 70 anni avrà vissuta solo una vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi contemplava l’infinito, perché la lettura è una immortalità all’indietro».

Nella nostra quotidianità la parola appare mortificata, depauperata di significato, ridotta a slogan, a mero vocabolo. Non teniamo più conto dell’avvertimento che Platone ci indirizza nel suo Fedone, secondo il quale parlare scorrettamente, oltre a essere una cosa brutta in sé fa male anche all’anima.

Sono in particolare i politici e coloro di cui diciamo che “fanno tendenza” che usano male le parole. Alcune volte se ne servono per mascherare verità poco “popolari” e ci parlano di “legge di mercato” invece che di “sfruttamento”, di “flessibilità” invece che di “disoccupazione”, di “economia sommersa” invece che di “lavoro nero”, di “guerra preventiva” invece che di “aggressione”. Altre volte le usano per manipolare le coscienze e indurre paure e frustrazioni, come quando, evocando tragici scenari da fine del mondo, definiscono “invasioni” gli sbarchi dei tanti sventurati che hanno tutto il diritto di cercare una strada per poter vivere con dignità.

Già gli antichi, da Tucidide, a Catone, a Sallustio avvertivano che il declino morale e politico di uno Stato è contrassegnato dall’uso distorto e ingannevole delle parole. È citata spesso ancora oggi la celebre frase di Tacito a proposito del comportamento aggressivo dei romani: «dove fanno il deserto lo chiamano pace».

Sul versante del che fare? i linguisti insistono sulla necessità di “preoccuparsi” della lingua che usiamo. Lo fanno con sottolineature diverse, con molta passione ma senza allarmismi.

A quanti esercitano il delicato mestiere di rivolgersi a pubblici vasti De Mauro dedica Guida all’uso delle parole (19801, 200312) esortando «a parlare e scrivere semplice e preciso», per sconfiggere il virus del parlare e scrivere complicato e ampolloso, che proviene da una realtà in cui la lingua che avrebbe dovuto essere comune, era invece «l’abito buono della domenica». «La sola regola nel mondo della comunicazione con parole è data dagli altri coi quali comunichiamo. La sola vera regola è la capacità che una parola o una frase ha di trasmettere a interlocutori e riceventi determinati il senso che con essa volevamo trasmettere». Non si deve aver paura di chi ci può accusare di usare parole di origine straniera, dialettali o colloquiali, perché «la lingua non è una sorta di monolito – afferma – un meccanismo che o lo si possiede o non lo si possiede, ma un punto di convergenza degli apprendimenti e dell’uso reale dei concreti parlanti entro la comunità cui appartengono». Per aiutare a parlare e scrivere semplice e preciso per capire e farsi capire (è il sottotitolo del libro) offre, dunque, un repertorio di 7000 parole, che costituiscono il vocabolario di base, quelle che conosciamo meglio, quelle che, quando le usiamo, ci aiutano a farci capire dal numero più alto possibile di persone che parlano italiano. Strumento non solo per gli specialisti, ma anche per le scuole e per un’ampia cerchia di utilizzatori, da usare in tutti i contesti e con tutti i registri, anche per spiegare le parole meno comuni che sia necessario usare.

Anche Vera Gheno, nel suo godibilissimo libro, Potere alle parole (2019), pieno di aneddoti divertenti, proprio partendo dall’esperimento fascista di cui si è detto, è del parere che ad una lingua non si possano imporre regole dall’alto: la lingua, e quindi la norma linguistica, non è monolitica, in ambito linguistico il cambiamento è normale e naturale. Non è che ciò annulli il concetto di errore, ma di questo vien data una definizione sociologica più che linguistica: l’errore linguistico è quello che comporta la riprovazione sociale e fa fare una figuraccia. Occorre quindi che il parlante (Noi!) trovi un non facile equilibrio tra la norma e l’uso, tenendo conto prima di tutto del registro che gli è necessario adottare in un determinato contesto. Chi andrebbe a spiaggia coi tacchi a spillo o in ciabatte a un ballo elegante? Anche se non tutti i parlanti di una lingua possono essere dei linguisti, vale la pena riflettere sul fatto che la “salute” di una lingua dipende da chi la parla. Non ha senso e non serve comportarsi come nazigrammar/nazisti della grammatica (così li definisce la Gheno) accusando il network, i neologismi e i forestierismi di essere responsabili della decadenza della lingua. Occorre invece scegliere di utilizzarla con consapevolezza, al meglio delle proprie capacità e competenze, svegli e curiosi circa il significato e i modi d’uso delle parole. Serve a non farsi strumentalizzare, e a rispettare a nostra volta il prossimo, perché – per tornare a Isocrate – il ben parlare aiuta a ben pensare.

Cinzia Montevecchi