La tragedia di Crans-Montana, che nella notte di Capodanno ha visto morire oltre 40 tra giovani e giovanissimi in un incendio in discoteca, non colpisce solo per il dramma umano che rappresenta
È profondo, infatti, il segno lasciato sui giovani stessi di tutto il mondo, che forse per la prima volta hanno capito che divertimento, euforia e la spensieratezza tipica (e legittima) della loro età non fa rima con invincibilità. Esiste un prima e un dopo Crans-Montana, su cui i giovani stessi di Rimini riflettono. Le loro testimonianze
Il 1° gennaio 2026 doveva essere il risveglio bianco di una nuova stagione. Invece, per la comunità internazionale e per decine di famiglie, il nome di Crans-Montana è diventato sinonimo di un ‘inferno di cristallo’. La tragedia consumatasi all’interno del bar-discoteca ‘Le Constellation’ intorno alle 1.26 di notte ha squarciato il velo su una realtà che spesso preferiamo ignorare: il confine tra l’euforia della festa e il rischio di perdere tutto.
La cronaca
I fatti, secondo le autorità del Canton Vallese, parlano di un bilancio drammatico: 41 vittime accertate e 116 feriti, molti dei quali con gravi complicazioni respiratorie e ustioni. Tra chi non è tornato a casa, figurano sei giovanissimi italiani. Secondo le prime ricostruzioni pare che il rogo sia stato innescato da fontane pirotecniche posizionate su bottiglie di champagne; le scintille avrebbero raggiunto il soffitto rivestito di schiuma fonoassorbente non ignifuga, provocando la rapida propagazione delle fiamme e la saturazione del locale di fumo tossico, che ha azzerato la visibilità in pochi minuti. Le indagini sono ora concentrate sul rispetto delle norme di sicurezza. Gli investigatori stanno valutando un superamento della capienza consentita per la serata e accertando le condizioni di accessibilità delle uscite di emergenza al momento dell’incendio.
Le conseguenze e il dibattito sulla sicurezza
I proprietari della struttura risultano sotto indagine per gravi violazioni delle norme di sicurezza e per le responsabilità legate al disastro. La tragedia ha riacceso il dibattito sulle misure di prevenzione negli spazi di pubblico spettacolo e sui controlli durante eventi ad alta affluenza. In Italia resta centrale il richiamo all’Articolo 80 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), che impone verifiche preventive della Commissione di Vigilanza per i locali aperti al pubblico: un sistema di controllo che, secondo molti osservatori, richiede applicazione rigorosa soprattutto in occasione di eventi straordinari e feste improvvisate.
Il cambio di prospettiva
Alla luce di questi fatti, qualcosa si è spezzato in modo irreversibile nella nostra testa. Se fino a ieri la festa era il luogo della spensieratezza, dove l’unico limite era magari l’orario di chiusura, oggi il divertimento sta subendo una sorta mutazione genetica. Non è più solo una questione di musica o di estetica: è una questione di percezione del rischio. Il diritto di divertirsi non può più essere separato dal diritto di essere protetti. C’è un prima e un dopo Crans-Montana: il ‘dopo’ è fatto di giovani che entrano in un locale e, prima ancora di ordinare da bere, cercano con lo sguardo il profilo verde di un’uscita di sicurezza. È dunque la fine dell’era dell’incoscienza “dorata” e l’inizio di una consapevolezza più matura?
Le riflessioni
Abbiamo chiesto a tre ragazzi riminesi di riflettere su cosa resti dopo il fumo di quella tragica notte.
Giovanni, 24 anni, parla di come ha capito che l’invincibilità sia in realtà una pericolosa illusione. “Quando sei in pista, con i bassi che ti vibrano nello stomaco, ti senti onnipotente. La tragedia di Crans-Montana mi ha tolto questa sensazione. Ho pensato a quei ragazzi: erano come me, in una località rinomata, con i vestiti scelti magari mesi prima. Non vai a una festa pensando a dove sia posizionato l’estintore, ci vai per esserci. Ma ora mi sono accorto che se vedo una stanza senza finestre e troppa gente, avverto un peso sul petto. Mi sono reso conto che l’invincibilità che sentiamo a vent’anni è un’illusione. Forse dovremmo smettere di pensare che la sicurezza sia un concetto noioso e iniziare a vederla come il diritto fondamentale di tornare a casa la mattina dopo”.
La riflessione di Alice, 25 anni, pone l’accento sulla responsabilità individuale del pubblico e sul peso anche delle nostre scelte come frequentatori: “Spesso ci sentiamo attratti dagli eventi ‘segreti’ o improvvisati perché sembrano più autentici e meno commerciali. Ma la verità è cinica: se un locale non ha le licenze o le uscite a norma, per chi organizza siamo solo numeri su un registro d’incasso. La profondità del dolore di Crans-Montana sta nel fatto che delle vite si sono spezzate per un risparmio sui materiali o per una porta sbarrata. Dobbiamo imparare a essere consumatori critici del divertimento: se un posto è palesemente sovraffollato, andarsene non è un gesto di debolezza, ma di rispetto per se stessi. La nostra pelle vale più di una serata”.
Se per Alice la soluzione risiede in una scelta consapevole del singolo, c’è chi sposta l’asse della questione sulla rottura di quel patto sociale che lega chi offre un servizio a chi lo riceve. Filippo, 29 anni, alle feste ha smesso di andarci già da un po’, ci offre però un punto di vista lucido sulla dimensione etica e ‘contrattuale’ della sicurezza. “A quasi trent’anni, guardo a questa vicenda con un senso di profonda ingiustizia. Esiste un patto di fiducia implicito quando varchi la soglia di un club: tu paghi un ingresso e il gestore ti garantisce un ambiente protetto. Quando questo patto viene tradito per avidità, non è un incidente, è un fallimento del sistema. La sicurezza non è solo un timbro su un modulo burocratico, è una cultura che deve partire da noi. Dobbiamo pretendere che la legge venga applicata senza sconti, perché il silenzio di fronte a un’irregolarità può costare la vita a chi ci sta accanto”.
Il divertimento non deve essere un atto di fede cieca. La memoria dei ragazzi di Crans-Montana ci chiede di essere partecipanti attivi, informati e attenti. La prossima volta che entri in un locale, dai un’occhiata alle tue spalle. Non per paura, ma per onorare la bellezza di una festa che deve poter finire solo quando si accendono le luci dell’alba.
Martina Bacchetta

