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LA CRISI DEL COMMERCIO DI PROSSIMITÀ

Secondo i dati della Camera di Commercio della Romagna, a Rimini, i negozi di commercio al dettaglio erano 5.261 nel 2014 e sono scesi a 4.556 a fine 2024, con un saldo di 705 negozi in meno, pari ad una riduzione di circa il 13%

La crisi del commercio di cui si parla apertamente nella nostra città e in tutta Italia, è iniziata non da ieri, ma almeno venti anni fa. Anche se le ragioni della crisi, nel tempo, sono radicalmente cambiate. Intanto, va subito detto che non è tutto il commercio che soffre, ma è il piccolo commercio, le botteghe tradizionali, mentre il grande commercio, le catene della distribuzione organizzata e, oggi, l’online, godono di ottima salute.

Tutto è iniziato con l’apertura dei supermercati e poi degli ipermercati.

Tutti o quasi, a Rimini, ricordano l’apertura dell’iper a “Le Befane”, proprio venti anni fa. Fu una rivoluzione, sia per i consumatori sia per i commercianti. In Italia, e anche in Emilia-Romagna, le grandi catene avevano già iniziato ad aprire e affermarsi, ma Rimini aveva resistito.

L’arrivo dell’iper segnò un punto di rottura con il passato. Iniziò la chiusura dei piccoli negozi di tipo tradizionale, a partire da quelli alimentari, per poi proseguire con il settore dell’abbigliamento, degli elettrodomestici e dei casalinghi. Un recente studio della Confesercenti racconta che in Italia, in quindici anni, sono scomparsi 103.000 negozi: dai giocattoli, alle ferramenta.

I negozi di vicinato sono la categoria più colpita. Ci sono oltre 1.100 comuni in Italia, senza un negozio alimentare specializzato. La ricerca mette in evidenza che in quindici anni nonostante la scomparsa di migliaia di negozi, la superficie commerciale complessiva è aumentata del 7,4%, grazie all’allargamento della dimensione media dei punti vendita, passata da 117 a 144,5 metri quadrati, un balzo del 23,8%.

Un processo di ristrutturazione trainato dalla convergenza verso il formato medio. Diminuiscono botteghe e piccoli negozi e, allo stesso tempo, si ridimensionano anche le maxi-superfici. Cambiano le abitudini di acquisto e cambia, soprattutto, la composizione socio economica della popolazione. Aumentano gli anziani, crescono gli stranieri, diminuiscono i giovani e pure le giovani coppie conviventi.

Anche in Emilia Romagna la crisi è evidente.

Tra il 2011 e il 2025, la Regione ha registrato una riduzione dei punti vendita del 14,4%, a fronte di un aumento della superficie commerciale complessiva. Solo nel 2024 si sono registrate 666 attività cessate. Secondo i dati della Camera di Commercio della Romagna, a Rimini, i negozi di commercio al dettaglio

erano 5.261 nel 2014 e sono scesi a 4.556 a fine 2024, con un saldo di 705 negozi in meno, pari ad una riduzione di circa il 13%. A tenere a galla le statistiche è l’aumento di attività non tradizionali, dall’e-commerce alla vendita per corrispondenza. Però, facendo un giro nel centro storico di Rimini la situazione è evidente, le attività sfitte sono il 18% del totale, come ha dichiarato, di recente, l’assessore alle Attività economiche Juri Magrini. Il presidente della Confcommercio di Rimini, Giammaria Zanzini, osserva che senza il commercio di prossimità “non regge né la manifattura, né il valore del made in Emilia-Romagna”.

Da qui la richiesta di regole più stringenti e dell’istituzione di un Garante del Piccolo Commercio.

Ricordando che nell’ultimo anno ha chiuso un altro 2,2% delle attività commerciali. Il Comune di Rimini prova a contrastare il fenomeno, ad esempio, ha già aumentato l’Imu, l’imposta sulle proprietà immobiliari, per le attività commerciali sfitte e ha promosso incentivi fiscali a favore dell’apertura di negozi temporanei, ma anche queste misure non hanno dato effetti significativi. Del resto non è facile contrastare questa situazione che come abbiamo visto, non è solo locale ma riguarda tutta l’Italia e per molti versi è estesa anche a gran parte dei Paesi europei. I centri storici tendono ad avere residenti con età avanzata, poco propensi ad acquisti frequenti. D’altro canto i negozi situati nei centri storici sono difficilmente raggiungibili, i parcheggi sono pochi e spesso sono anche costosi. Inoltre, sappiamo bene quanto sia comodo e sempre più facile fare acquisti online. Non c’è dubbio, però, che continuando così i centri storici si impoveriscono, perdono attrattività e diventano anche più insicuri. Bisogna mettere insieme politiche di settore diverse, da un lato interventi di tipo fiscale ed incentivi per nuove imprese, ma anche politiche urbanistiche per valorizzare gli spazi commerciali. Infine, occorre curare le iniziative per la sicurezza urbana.

Alberto Rossini