
Al Teatro Alighieri di Ravenna L’Italiana in Algeri, il primo capolavoro rossiniano
RAVENNA, 15 marzo 2026 – Se ne discute ormai da tempo. È bene che gli allestimenti decontestualizzino le drammaturgie operistiche? La risposta non può essere univoca: talvolta attualizzarle funziona, in altri casi no. Sulla scia degli insegnamenti brechtiani, da anni le regie tedesche mettono in atto drastici stravolgimenti: ora proponendo raffinate operazioni concettuali, dagli ottimi esiti in palcoscenico, ora limitandosi a stendere una generica patina di modernità (capita sovente con i titoli comici, soprattutto italiani, affrontati sempre con un filo di supponenza). Ma in questo caso i risvolti visuali sono spesso d’incomparabile bruttezza, almeno ai nostri occhi assuefatti a una ben diversa tradizione artistico-estetica.

Anche da noi comunque ci sono registi che cavalcano l’onda, nell’intento forse di catturare più facilmente l’attenzione di quella fascia di pubblico che – ormai rassegnato alla dilagante bruttezza – reagisce favorevolmente a questo tipo di stimoli. Si ascrive a tale filone L’Italiana in Algeri, primo capolavoro comico di Rossini (1813), andata in scena al Teatro Alighieri per la stagione lirica di Ravenna: la regia di Fabio Cherstich ottiene così l’applauso entusiasta degli spettatori più spensierati e, forse, non del tutto consapevoli dello straordinario valore di quest’opera. Gli effetti più pericolosi di simili operazioni si misurano infatti sul piano musicale. Vengono così confusi i due piani semantici della comicità: quelli legati alla meravigliosa leggerezza della musica rossiniana (Stendhal, grande estimatore dell’Italiana, la definì magistrale esempio di «follia organizzata») e le trovate sceniche che la contrappuntano fino a prevaricarla, suscitando però le grasse risate del pubblico.
Lo spettacolo di Cherstich propone dunque un’orgia di trovate: alcune sono divertenti, ma non fanno neppure in tempo a sedimentare e subito vengono travolte da una raffica di stimoli successivi. Lo stordimento visivo distoglie l’attenzione dal versante musicale: il pubblico, così, non distingue più se la comicità nasce dalle invenzioni registiche o dal formidabile ingranaggio comico innescato dalla musica. Con un fraintendimento – che innesta la marcia indietro rispetto a quanto si riteneva ormai acquisito per sempre – il genio di Rossini viene in tal modo declassato a quello di un qualsiasi autore farsesco, come succedeva fino a non molti anni fa.
Nello spettacolo ravennate, che sta girando attraverso numerosi teatri, personaggi dall’aspetto poco raccomandabile si affaccendano intorno a una grigia costruzione incompiuta (scena di Nicolas Bovey): cornice dove la cerimonia dei pappataci appare del tutto disinnescata, né trova spazio – ovviamente – quella parodia dei rituali massonici su cui il librettista Angelo Anelli forse intendeva ironizzare. Del resto Mustafà, più che avere la grandezza del Bey d’Algeri, sembra un losco scafista, e i profughi italiani arrivano su un gommone. È tutto ultracolorato, con scelte cromatiche volutamente stridenti: fa girare la testa l’ennesima raffigurazione della spiaggia – adesso di gran moda negli allestimenti operistici – con ombrellone e sedie a sdraio dai colori chiassosi. Naturalmente tutti sono vestiti malissimo (costumi di Arthur Arbesser), anche se la sorte peggiore tocca alla povera Elvira, in tutina leopardata e pelliccione sintetico. Comunque, pure Isabella non scherza: altro che incarnazione dell’eleganza italiana come vorrebbe il libretto. Per fortuna che il mezzosoprano Laura Verrecchia – piglio da primadonna – affronta la scrittura rossiniana con gran disinvoltura vocale e riesce a muoversi con scioltezza in un contesto non facile (riesce a fare un’ottima figura anche in uno sgargiante bikini rosso). Giorgio Caoduro è un Mustafà di caratura baritonale – semmai meno a suo agio negli affondi più gravi – che gestisce le colorature con encomiabile gusto. Un accattivante Lindoro è il tenore russo Ruzil Gatin: grazie alla facilità di emissione, riesce a trovarsi sempre a suo agio pure nella zona più acuta. Forse l’unico personaggio costruito dalla regia in modo appropriato e non volgare è quello di Taddeo, che il baritono Vincenzo Taormina ha reso particolarmente simpatico. Seppure senza mostrare particolari doti vocali, il soprano Gloria Tronel ha interpretato Elvira – è lei a intonare l’esilarante concertato Nella testa ho un campanello del finale primo – più grintosa che querula. Onnipresente in scena, nonostante il poco impegno vocale, Giuseppe De Luca – terzo baritono del cast – è stato uno stralunato Haly. Infine, si è fatta apprezzare nei suoi piccoli interventi il mezzosoprano Barbara Skora, interprete di Zulma. Un apprezzabile contributo vocale e scenico è arrivato dal Coro di Reggio Emilia preparato da Martino Faggiani.
Sul podio, Alessandro Cadario non sempre è riuscito a imprimere quella verve rossiniana necessaria all’Italiana, mentre avrebbe potuto ottenere assai più da un’Orchestra come la Toscanini. Ma se non è apparso sempre ideale l’appiombo tra buca e palcoscenico, va detto che seguire il ritmo forsennato delle trovate era forse difficile per tutti.




