Il Ponte

Io, prete, e i miei giorni con il Covid

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don piergiorgio farinaÈ stata appena celebrata la prima giornata in ricordo delle vittime del Covid. I numeri drammatici dello scorso anno, le immagini impietose delle persone portate a cremare sui camion militari senza un momento di ricordo, senza una preghiera. Le decina di migliaia di morti che si sono aggiunti nel frattempo, la vite spezzate di tanti medici, infermieri, operatori sanitari, preti, volontari, operatori Caritas, addetti alla Protezione Civile… che si sono sacrificati senza tirarsi indietro, ma offrendosi con generosità e senza riserve in questo servizio di carità ed attenzione al prossimo in questo momento drammatico, sono sotto i nostri occhi come motivo di speranza in un mondo migliore.

Meglio sarebbe stato poter celebrare questo giorno come ricordo di un evento passato, purtroppo non è così!

Sono appena tornato, dimesso dall’ospedale “Bufalini” di Cesena, dopo più di tre settimane di ricovero nei diversi reparti di terapia Covid. Ho visto la drammatica situazione che tuttora esiste: appena un letto si libera viene rimpiazzato da un altro paziente ed altri ancora arrivano ogni momento.

Oltre alla competenza e bravura nei compiti specificatamente tecnici e sanitari, che permettono di salvare tante vite, debbo testimoniare l’infinita pazienza, premura ed attenzione con cui ogni persona viene trattata, rendendo un ambiente, necessariamente di sofferenza, un poco più sopportabile e quasi di amicizia. Un grazie pieno di riconoscenza a tutti coloro che lavorano con tanta abnegazione e spirito di servizio nei nostri Ospedali!

Ogni malato di Covid vive la sua esperienza personale e non credo se ne possa parlare soltanto in termini generali. Posso dire che guardando la sofferenza di chi è ricoverato in ospedale irrita la superficialità e la irresponsabilità di tanti che vanno avanti come se nulla fosse!

L’aver cura gli uni degli altri è un dovere che ci viene dall’appartenere alla stessa umanità ed è un precetto evangelico.

Per quanto mi riguarda debbo dire un grazie grande alle tante persone che mi sono state accanto in queste settimane con la simpatia, l’affetto e la preghiera.

Sono state tante, di diverse neanche conoscevo il nome, eppure è emersa una rete di rapporti che ti fa sentire parte di una comunità e mi fa pensare che comunque mai nessuno cammina da solo, ma è sempre sostenuto da tanti altri che gli stanno attorno! Camminiamo insieme! Tutto questo ha un grande valore umano ed ancor più conta da un punto di vista cristiano. La fede ci fa una sola cosa in Cristo!

Il giorno in cui mi hanno ricoverato mi è venuto un senso profondo di scoramento non solo pensando agli esiti che la malattia poteva avere, ma anche da un punto di vista pratico: le tante faccende giornaliere da sbrigare, le messe, i funerali… eppure tutto è andato avanti come prima e forse qualcuno potrà pensare anche meglio. Segno di una forza di coesione grande e della generosità di tante persone che si spendono per il bene delle nostre comunità. Un grande grazie a tutti.

Anche a quanti mi hanno sostituito nei servizi alla comunità.

Tutto dà l’idea di una bella comunità ove ognuno svolge il suo compito con amore e precisione. Una comunità cresce con i preti che il Signore gli dona, ma la sua vita è ben più radicata nel tessuto di fede della storia e delle caratteristiche di quel determinato territorio.

Permettetemi, infine, una riflessione più personale.

Noi progettiamo, ma poi un attimo dopo tutto svanisce. “Se il Signore non costruisce la casa invano lavorano i costruttori” (Salmo 127,1). Anche quando ci sentiamo padroni del mondo, la nostra vita ha i piedi d’argilla. “Si solo un soffio è la vita dell’uomo e come un’ombra l’uomo che passa” ( Salmo 39,6).

La nostra vita è così precaria e solo l’eternità di Dio può darci un qualche conforto. Quel poco, che abbiamo costruito con lui resta per sempre, del resto non rimane nulla! La possibilità della morte, non troppo lontana, mi ha fatto pensare a cosa resterà della mia vita.

L’ho rivista come in un film: le passioni, le battaglie, gli ideali, i sogni, tanti progetti, le delusioni, le amarezze, le gioie, gli incontri, le persone, i volti… tutto scompare in un attimo, resta solo quel po’ di bene che hai cercato di donare e che hai accolto con sincerità. La luce di Dio in un lampo consuma tutto e ti resta quella piccola fiammella tremolante che è la tua vita! Poca cosa, ma accanto alla luce di Dio e che la sua bontà apprezza!

Leggevo le notizie di questi giorni sul cellulare: il viaggio del Papa in Iraq, il tentativo di rappacificare gli uomini attorno ad una religione universale che riconosca la pari dignità di ogni essere umano e poi le polemiche meschine sulla benedizione agli omosessuali, le altre su come dire le messe nella basilica di San Pietro, lo scalpitare attorno ai nuovi incarichi in Vaticano… Lasciare questo mondo così meschino è tirare un respiro di sollievo! Pensavo al sorriso di Dio di fronte a tutto ciò ed insieme ad un velo di tristezza nel suo sguardo perché comunque di lui, e nella storia dell’umanità e nei duemila anni di cristianesimo, abbiamo capito ben poco!

Che Egli abbia misericordia di noi e ci aiuti ad averla verso il nostro prossimo senza mai giudicare!

Quand’ero più giovane e mi fidavo di più dei miei studi, mi azzardavo a fare previsioni sull’andamento della storia, sulla vita della chiesa, delle comunità cristiane… oggi ogni previsione è un azzardo ed una scommessa improbabile.

Resta stagliata sull’orizzonte la figura gloriosa di Cristo che canta la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio, della verità sulla menzogna e che trascina con il suo Spirito questa nostra storia verso un cielo nuovo ed una terra nuova. Quel poco tempo che ci resta ci farà così saggi da collaborare con lui con più determinazione ed impegno?

Costruire le nostre comunità facendone luoghi di accoglienza, di comprensione, di aiuto reciproco, di comunione, luoghi in cui Cristo abita ancora e lo si può incontrare è una piccola ambizione. Non sarà la rivoluzione, ma vuol dire spendere bene la propria vita. Il fuoco d’amore che mi spinse a diventare prete 45 anni fa non si è spento del tutto e chiedo al Signore la grazia che possa ardere ancora almeno un poco!

Con poche forze e quasi senza parola, perché o parlo o respiro, sono contento di essere tornato in mezzo a voi.

don Piergiorgio Farina

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