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Il Piano Casa dell’UE e il suo impatto sulla crisi abitativa in Romagna

La presentazione del primo Piano Casa europeo, avvenuta il 17 dicembre scorso, segna un passaggio politico rilevante: per la prima volta l’Unione interviene in modo organico su un tema – l’abitare – che per decenni era rimasto quasi esclusivamente nelle mani degli Stati membri. La spinta nasce da un’urgenza evidente: negli ultimi dieci anni i prezzi delle abitazioni nell’UE sono cresciuti del 60% e gli affitti del 20%, mentre la domanda di case aumenta di oltre due milioni di unità l’anno. Una dinamica che sta erodendo mobilità sociale, competitività economica e coesione territoriale.
La Romagna non è estranea a questo scenario. Come più volte sottolineato dal direttore Primo Silvestri su TRE, il mercato immobiliare locale mostra segnali di tensione crescenti: canoni in aumento, scarsità di alloggi per residenti soprattutto nelle città costiere, difficoltà per studenti, giovani lavoratori e stagionali. L’esplosione degli affitti brevi – cresciuti in Europa del 93% tra il 2018 e il 2024 – ha inciso anche qui, sottraendo stock abitativo ai residenti e spingendo verso l’alto i prezzi nelle zone più attrattive.
Il Piano Casa europeo punta a intervenire su queste distorsioni con una strategia multilivello: più offerta abitativa, cantieri più produttivi, regole più semplici, investimenti pubblici e privati, revisione degli aiuti di Stato per favorire l’edilizia sociale. L’obiettivo è ambizioso: aggiungere 650.000 abitazioni l’anno oltre l’attuale capacità costruttiva, per un fabbisogno stimato di 150 miliardi di euro annui.
Per la Romagna, questo quadro apre almeno tre fronti di interesse.
Primo: l’aumento dell’offerta. Il territorio dispone di un patrimonio consistente di edifici dismessi o fuori mercato, che potrebbero essere riconvertiti in alloggi accessibili. Il Piano UE incoraggia proprio il riuso e la rigenerazione (su questo aspetto strategico è già allineata la Legge Urbanistica Regionale del 2017, base normativa dei PUG approvati o in corso di elaborazione a livello comunale), oltre alla costruzione di nuove unità. Ma per cogliere l’opportunità serve una governance territoriale più coordinata, capace di superare la frammentazione comunale che spesso rallenta i processi.
Secondo: la semplificazione amministrativa. La Commissione propone un pacchetto di snellimento su pianificazione, permessi e codici edilizi. In Romagna una maggiore efficienza potrebbe accelerare interventi oggi bloccati o economicamente poco sostenibili.
Terzo: il tema degli affitti brevi. Il nuovo regolamento europeo, operativo dal 2026, a cui va aggiunta la recente regolamentazione regionale, introduce registrazione obbligatoria degli host e condivisione dei dati con le autorità locali. Per città come Rimini, Riccione o Cesenatico – dove gli affitti turistici incidono in modo significativo sul mercato – questo strumento potrebbe finalmente offrire una base informativa solida per politiche mirate, evitando sia la deregulation totale sia misure punitive indiscriminate.
Il Piano dedica inoltre attenzione specifica a studenti e giovani, con investimenti per residenze, modelli abitativi innovativi e possibili garanzie per ridurre i depositi cauzionali. Un tema rilevante anche per la Romagna universitaria, dove la crescita degli iscritti del 25% in 10 anni non è stata accompagnata da un adeguato aumento dell’offerta abitativa.
Resta però una questione centrale, evidenziata spesso dagli articoli e inchieste di TRE: chi paga? L’efficientamento energetico, la digitalizzazione dei cantieri, la costruzione di nuovi alloggi richiedono risorse ingenti. L’UE ha mobilitato finora 43 miliardi e promette una piattaforma paneuropea di investimento, ma senza un forte coinvolgimento di Regioni e Comuni il rischio è che le misure restino sulla carta. In assenza del Piano Casa a livello nazionale, annunciato nell’agosto scorso dal Presidente del Consiglio Meloni al Meeting di Rimini, la Regione Emilia-Romagna ha lanciato un maxi-piano da 300 milioni di euro (200 da mutuo BEI + 100 regionali) per recuperare e ristrutturare circa 3.500 alloggi pubblici (ERP/ERS) sfitti, con l’obiettivo di azzerare le case vuote e assegnarle rapidamente a famiglie e lavoratori a reddito medio/basso entro il 2026.
In tale contesto, il Piano Casa europeo non è certamente la soluzione definitiva, ma rappresenta una cornice ambiziosa che può aiutare territori come la Romagna a uscire dalla logica dell’emergenza. La sfida, ora, è politica prima ancora che tecnica: decidere se l’abitare debba essere trattato come un costo da contenere o come un investimento strategico per competitività, coesione sociale e qualità urbana.

Luciano Natalini