Il Ponte

Il Passator “cortese”, tra realtà e leggenda

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Nell’autunno del 1850, esattamente 170 anni fa, Stefano Pelloni detto “Il Passatore” metteva a segno a Santarcangelo uno dei colpi più efferati della sua lunga lista di crimini.

Brigante famoso e temuto in tutta la Romagna, divenne col tempo una figura ambigua, al cui terrore veniva associato fascino e curiosità, fino ad essere descritto come acclamato dalle folle in poesie e canzoni. Perché?

Sempre mi torna al cuore il mio paese cui regnarono Guidi e Malatesta, cui tenne pure il Passator cortese, re della strada, re della foresta…”. Chissà perché anche Giovanni Pascoli si prese la briga di citare il Passatore nella sua “Romagna”, chiamandolo “cortese” poi? E mettendolo in rima con i Guidi e i Malatesta, che pur battagliando anch’essi, di cose buone ne fecero! Le sue gesta furono romanzate in numerosi film e messe in scena anche, niente po’ po’ di meno che, da Federico Fellini nel film “Il Passatore”, del 1947 (regia di Duilio Coletti). E gli oltre trenta romanzi scritti sulla sua storia hanno sicuramente contribuito a rendere la figura di Stefano Pelloni conosciuta ai più. Il brigante, ancora, è anche il protagonista di una famosa canzone popolare, scritta dal Maestro Secondo Casadei che a tutti i romagnoli non più giovanissimi è capitato di cantare o, perlomeno una volta, di ascoltare: “… questa è la triste storia di Stefano Pelloni, in tutta la Romagna chiamato il Passatore. Odiato dai signori, amato dalle folle, dei cuori femminili incontrastato re…”.

Analizzandola, si possono fare alcune considerazioni.  Odiato dai signori” è certo: si sa che rubava e che, per farlo, non esitasse ad uccidere chi si metteva di mezzo o cercava di ostacolarlo. “ Amato dalle folle”, chissà…

sicuramente si comprò i favori di qualcuno per ottenere un nascondiglio o un aiuto per una fuga improvvisa e per questo da essi era sicuramente benvoluto, ma tra questo e farsi amare dalle folle (tra le quali spargeva dolore e paura) ce ne passa.  Dei cuori femminili incontrastato re”, forse. È noto come qualche signora, spesso, sia affascinata dai bei tenebrosi (anche se, le cronache, attribuiscono al Pelloni uno sguardo truce e un viso arcigno). Il carattere, che di certo non era proprio di quelli che attraggono, il Passatore lo formò fin da giovane: si racconta che Stefano, ancora ragazzo, venne mandato dalla madre, per questioni di salute, alle Terme di Riolo dove, avendo modo di paragonare la sua vita con quella di altri frequentatori, maturò il suo astio verso le classi benestanti. Egli, che era figlio di umili persone (il padre era un traghettatore, di qui il soprannome “Passatore”, sul fiume Lamone) non accettò mai la differenza tra la gente povera e i ricchi e questo fece nascere in lui il desiderio di vendetta e di rivalsa sui benestanti e gli aristocratici. Ma, allora, perché nella tradizione popolare e, soprattutto, nella poesia La storia di Stefano Pelloni Andiamo con ordine, cercando di ricostruirne la storia. Stuvanén d’è Pasadour (Stefano figlio del Passatore, il traghettatore, appunto), venne alla luce il 4 agosto del 1824 a Boncellino, una frazione di Bagnacavallo, in provincia di Ravenna. Lasciò gli studi quando ancora non aveva terminato la scuola elementare e cominciò a dedicarsi al brigantaggio. Mise a segno il primo colpo sottraendo un paio di fucili da caccia. Per questo venne condannato ai lavori forzati, ma riuscì ad evadere sia dal carcere di Ancona sia da quello di Bagnacavallo. Da quel momento, circondato da numerosi uomini agguerriti e violenti e aiutato da spie e ricettatori senza scrupoli, formò una banda capace di ogni violenza, come furti, rapine, omicidi. La banda di Pelloni seminava il terrore dove passava, occupando interi villaggi, depredando e saccheggiando le abitazioni più signorili non esitando a torturare e, a volte, ad uccidere i proprietari. Tra il 1849 e il 1851 furono invase numerose cittadine nel ravennate, nel forlivese e pure del ferrarese. Una delle incursioni più efferate fu quella compiuta nella notte del 25 gennaio 1851.

Il terrore seminato nel territorio. L’attacco a Santarcangelo Questa delittuosa azione ha fornito lo spunto per la canzone di Casadei citata poc’anzi: era una sera tranquilla in quel di Forlimpopoli e, al Teatro Comunale (l’odierno Teatro Verdi) era di scena un’opera. Nel mezzo della rappresentazione, i briganti entrarono improvvisamente in sala e – sotto minaccia – costrinsero i presenti a consegnare loro denari e gioielli. Poi, si fecero accompagnare nelle ville dei notabili per saccheggiarle. Alcune donne vennero catturate e stuprate. Tra questa c’era Gertrude, sorella di Pellegrino Artusi (uno dei fondatori della cucina italiana), che impazzì per il dolore. Ancora oggi, molti cantastorie narrano la triste vicenda accaduta quella sera. Ma allora, perché sempre si continua a chiamarlo “cortese”? Le storie narrano che qualche mese prima del fattaccio di Forlimpopoli, il Passatore aggiustò un altro colpo a Santarcangelo. Era la notte del 22 settembre 1850 quando avvenne, infatti, l’assalto alla diligenza pontificia che transitava per la città clementina. Il brigante, aiutato da undici seguaci, fermò la carrozza trainata da cavalli e, disarmata la scorta, sfondò la cassaforte rubando l’intero contenuto. Non sufficientemente soddisfatto, spogliò di ogni bene i passeggeri aumentando così il suo bottino. Dopo la rapina, i malfattori si diressero nei pressi di Cesena a spartirsi la refurtiva aiutati, nel nascondersi, da un certo Giacomo Cantoni al quale furono concessi undici scudi come ricompensa. Solo un anno prima di questo colpo, Stefano Pelloni aveva compiuto un altro blitz criminale a Mandriole. Si racconta che lì vivesse un tale, Stefano Ravaglia, che aveva un tesoro composto da denaro e metalli preziosi. Affinché rivelasse il nascondiglio, egli venne torturato assieme all’intera famiglia e, infine, ucciso.

La fine del Passatore

Questi sono solo alcuni degli assalti di Stefano Pelloni che morì nella primavera del 1851 nelle campagne del ravennate dove, grazie a una spiata, fu catturato e poi ucciso. Cadde sotto i colpi di un fucile proprio sul Lamone, su quelle acque che lo videro nascere. Il suo cadavere venne fatto sfilare per tutte le strade della Romagna, per dimostrare al popolo la fine di un uomo violento che, nella sua breve vita, seppe seminare morte e terrore. Fu forse grazie alla poesia di Pascoli e a quell’aggettivo che gli affibbiò, “cortese” appunto, che divenne tuttavia un personaggio famoso conosciuto come un Robin Hood della Romagna. Al contrario, il Passatore non rubava di certo ai ricchi per donare ai poveri.

Anzi, egli obbligava i poveri ad aiutarlo trovando nascondigli per tutta la banda durante le rapine. Se non venivano uccisi essi stessi, erano ricompensati con pochi danari, spesso ciò che restava dalla ripartizione dei bottini tra Pelloni e gli altri componenti della squadra.

Ma allora, ci chiediamo ancora una volta, perché viene tuttora chiamato “cortese”?

Perché gli vengono ancora intitolati ristoranti, strade, manifestazioni sportive? Quest’anno si è giunti alla 48^ edizione de La 100 chilometri del Passatore (annullata per l’emergenza sanitaria e posticipata alla primavera del 2021), una gara podistica che annualmente, l’ultimo sabato di maggio, parte da Firenze per arrivare a Faenza. Insomma, un delinquente mai pentito che ha rapinato, ucciso, stuprato, torturato uomini e donne, paesi interi, e che ha ancora oggi comunque la fama di essere gentile, un eroe ribelle che si è opposto con coraggio alle ingiustizie. Come scrive Eric J.

Hobsbawm ne “I banditi – II banditismo sociale nell’età moderna” (Einaudi, 1971) “… Il brigante non comincia la sua carriera di fuorilegge con un delitto, ma come vittima di una ingiustizia. Non si distacca mai interamente dalla sua comunità. Molte volte muore per tradimento, è invisibile e invulnerabile, è ammirato e appoggiato dai suoi compagni”. Chissà?

Roberta Tamburini

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