Home Storia e Storie IL FILO CHE UNISCE L’URBE A SAN VITO

IL FILO CHE UNISCE L’URBE A SAN VITO

CONTROVERSIA RUBICONIS (4)L’ultima tappa del saggio inedito che indaga l’identificazione del Rubicone nel sistema Uso-Marecchia, sottolinea le corrispondenze geografiche e di coordinate che uniscono Roma con il “confine sacro” alle porte di Rimini

 

Il miliario rinvenuto a San Vito è una prova determinante e rivela la logica monumentale della Via Emilia che unisce i confini regionali. Il reperto cita il fiume Trebbia come limite a ovest (Piacenza), mentre identifica il Ponte di San Vito sull’Uso – che allora raccoglieva le acque anche del Marecchia – e, recando il numero di 7 miglia, rimanda al confine est di Rimini, chiudendo idealmente la Via Emilia tra due fiumi e due ponti. Cesare avrebbe potuto sostare al VII miglio per riflettere con Asinio Pollione, avrebbe potuto spingersi a pregare fino al Tempio di Giove, che si trovava poco distante da quella direttrice: sarebbe stato ancora davanti all’Italia. Il miliario era ubicato infatti nell’area strategica di manovra gallica a ridosso della Repubblica metropolitana romana. Perché proprio lì? Nel 2 a. C., l’anno in cui ricevette il titolo di Pater Patriae, Augusto avviò una grandiosa opera di rinnovamento delle grandi strade consolari. Consapevole del valore politico della memoria, volle omaggiare il suo padre adottivo, monumentalizzando i nodi chiave della sua ascesa. Per l’occasione, a distanza di un cinquantennio, fece collocare il cippo in questione: un atto ideologico al fine di sigillare la legittimità della nuova era imperiale, nata da quel passaggio di confine violato dal Dictator.

Augusto, dopo aver trasformato la Gallia Cisalpina in una parte dell’Italia, voleva consacrare un confine che al tempo di Cesare era ancora arretrato (obbligandolo a servirsi dei cavalli), voleva traghettare il vecchio limite militare dentro una rinnovata rete stradale civile, cancellando l’ombra della guerra fratricida. In questo modo, impiantando il miliario come sigillo del restauro (proprio sull’ex confine) al Ponte di San Vito, a circa 6 miglia dal Ponte di Rimini (che diventerà quello di Tiberio), celebrava la pacificazione e l’unificazione del territorio. Il miliario inserisce quel punto nella continuità monumentale della strada che il Princeps Senatus fece lastricare da Rimini al fiume Trebbia. La sua stessa imponenza, circa 3 metri e 80 centimetri di diametro – superiore alla media dei miliari – ne accentua il carattere visibile e celebrativo tipico dei tratti più significativi dell’assetto romano. La sua collocazione individua un nodo strutturale della viabilità antica, dove la strada incontra un attraversamento fluviale stabile.

È in corrispondenza di questi punti – non marginali, ma organizzati e monumentalizzati – che un corso d’acqua può assumere rilievo storico emblematico. In questa prospettiva, l’Uso si inserisce coerentemente nel sistema infrastrutturale romano, mentre altre identificazioni risultano meno ancorate al tracciato reale e più distanti dai nodi documentati. Parallelamente, gli argomenti fondati sul “colore rosso” del fiume non sono discriminanti: più corsi d’acqua della zona, dal Marecchia all’Urgone, possono presentare acque rossastre per la natura ferrosa dei terreni, mentre le fonti antiche, come Lucano ( Pharsalia, I, 214), evocano il colore puniceus (porpora, cremisi) senza spiegarne le cause (oltre alla composizione minerale delle rocce delle sorgenti, alle diverse attività umane del territorio, i purpurarii, per esempio, tingevano di rosso le vele delle navi nelle acque dell’Ariminus).

In conclusione, il miliario di San Vito dimostra un dato solido: fissa con precisione un punto reale della geografia romana. Ed è a partire da questi punti certi dove Roma misura, organizza e monumentalizza lo spazio – che ogni identificazione deve essere costruita.

Il miliario rinvenuto a San Vito è stato analizzato da molti studiosi, tra cui Pietro Veggiani, come l’indicatore del VII miglio da Rimini. In pratica, considerando l’Arco d’Augusto (ingresso trionfale in città per chi giungeva da Roma) come punto di partenza, si percorre il tratto urbano fino al luogo dove sorgerà il Ponte di Tiberio; da qui si snodano le 6 miglia restanti per giungere al miliario di San Vito. Ciò conferma che il confine politico della Repubblica si trovava a 7 miglia dall’Arco di Rimini e che Cesare occupò la città assicurandosi il passaggio sul fiume, dove poi sarebbe nato il celebre ponte augusteo-tiberino, stringendo Rimini in una morsa.

Con i ponti militarmente occupati – che ovviamente avevano altra struttura più modesta, rispetto a quella celebrativa voluta in seguito da Augusto – la città era intrappolata fisicamente tra i fiumi e la costa, senza possibilità di ricevere aiuti in tempi rapidi. Ricapitolando: se confrontiamo i dati della Tabula Peutingeriana, la citazione di Cicerone e il ritrovamento del miliario, otteniamo una triangolazione alquanto precisa. La Via Emilia inizia ufficialmente al Ponte di Tiberio, sul fiume Marecchia (l’antico Ariminus), che si trova a poco più di 6 miglia dal Ponte di San Vito sull’Uso: il fiume che segnava il confine d’Italia al tempo di Cesare. Se a queste 6 miglia extraurbane da percorrere sulla Via Emilia si aggiunge il primo tratto urbano dall’Arco d’Augusto, si ottengono le 7 miglia già ricordate sul miliario augusteo. Poiché la distanza Roma-Rimini che ha in mente Cicerone è, per l’appunto, di 193 miglia, il confine militare doveva trovarsi al VII miglio, dove è stato rinvenuto il miliario monumentale augusteo (nel territorio sammaurese di San Vito, a 200 metri dalla sponda nord dell’Uso). Il ritrovamento dei piloni dell’antico ponte romano sotto la piazza ricostruita di San Vito fissa il punto fisico dell’attraversamento. Ciò detto, non si dimentichi un fattore di estrema rilevanza logistica: il miliario augusteo segna fisicamente la fine del VII miglio, ma la prospettiva del cartografo della Tabula è diametralmente opposta.

Muovendosi da Ravenna verso Rimini, egli vede davanti a sé 8 miglia prima del nodo di Rimini; in questa ottica il Rubicone è all’VIII miglio perché rappresenta il traguardo di quella frazione di marcia. Al contrario, Augusto, che pensa alla strada in senso opposto da Roma “verso la Gallia” pone il confine alla fine del VII miglio: lo stesso punto geografico viene quindi definito dal 7 per chi esce dall’Italia e dall’8 per chi vi entra. Proprio lì, alla luce di quanto precedentemente esposto, se sommiamo le 193 miglia, otteniamo le 200 miglia indicate da Cicerone: il ponte voluto da Augusto non era solo un’opera ingegneristica, ma la soglia legale della Repubblica.

La Tabula Peutingeriana cessa così di essere distorta come appare: la distanza che vuole il Rubicone a 12 miglia da Rimini non è necessariamente un errore del copista, ma una realtà geografica. La Tabula, che riporta San Giovanni in Compito sotto il nome di Ad Confluentes (Alle confluenze), suggerisce che la foce dell’Uso giungeva più a nord rispetto a oggi, in una zona costiera con anse naturali del fiume e un terreno instabile o paludoso, probabilmente verso l’attuale confluenza di Gatteo Mare. Cesare, per evitare intercettazioni e la costa poco praticabile, lasciò la Popilia, prese vie secondarie e arrivò alla stazione di sosta di Savignano Ad Confluentes – una mutatio, o un incrocio stradale logistico per mercanti e viaggiatori, che collegava la Via Emilia a una via che conduceva alla Popilia – quindi proseguì ancora per altre cinque miglia tra il silenzio della notte, trovandosi allora nella zona che diventò il Ponte Romano di San Vito.

Tra i reperti locali (C. Curradi a c. di, San Vito e Santa Giustina, Maggioli, 1988, p. 27) spicca un signaculum bronzeo con dicitura specchiata AV.ID (da interpretare come Augusti Idoneum o Augusti Idem): forse non un timbro da fornace, ma un sigillo doganale per merci imperiali esenti da dazio in transito sulla Via Emilia. Dal 2018 al 2020 sono stati scoperti i resti di un presidio militare nella zona di Gatteo Terra. Se il confine fosse stato a Savignano o a Gatteo stessa, la posizione di questa base militare sarebbe stata illogica.

I romani costruivano gli avamposti sui nodi chiave di un confine strategico per sorvegliarlo: senza il Ponte di San Vito il castrum di Gatteo non avrebbe avuto uno scopo difensivo significativo, specie per controllare un confine costiero di fango e canneti. Cesare e Augusto ragionavano sulla Via Emilia e sul valore dei suoi ponti, non sulla spiaggia come facciamo noi oggi con il turismo costiero. Mentre il calcolo della Tabula per civili viaggiatori misurava la distanza fino alla foce, o alla dogana costiera (12 miglia), Cesare, da genio tattico quale era, prese la corda dell’entroterra stradale del VII miglio, un confine che doveva apparire stabile e predisposto, non soggetto a scomode mareggiate e ai mutamenti di linea costiera.

Egli violò il confine nel punto più vicino a Rimini: attraversò San Vito nel tratto cruciale della Via Emilia e lì pronunciò il famoso Alea Iacta Est, diventando nemico dello Stato. Se controlliamo su Google Maps, il tratto Rimini-Uso, a San Vito, è di circa 10,4 km: 7 miglia romane valgono sorprendentemente 10,37 km. Infine, a queste evidenze itinerarie si somma una sbalorditiva coincidenza geodetica: il Ponte Romano e il luogo del rinvenimento del miliario monumentale di Augusto si trovano sulla medesima longitudine (12° 27’ E) di Monte Mario – il meridiano fondamentale della cartografia italiana prima dell’adozione di Greenwich – e in corrispondenza della dorsale occidentale del Gianicolo e del Vaticano, tradizionalmente associati al culto di Giano, divinità dei confini e dei passaggi. Nessun altro corso d’acqua della zona presenta un allineamento zenitale analogo che unisce idealmente l’Urbe e il confine del Rubicone: un asse che, per questa straordinaria convergenza rivelatrice, mi piace qui rinominare Meridiano Rubicone.

In altre parole, in base ai calcoli esposti, è nel Punto Zero del confine presso San Vito che la strada incrociava il fiume Rubicone. Lì, dove la storia diventava leggenda, la legge di Roma cambiava natura: finiva l’Italia; iniziava la Gallia. (4-fine)

Fulvio Gridelli