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Guardando al futuro

Alcuni strumentisti dell'Orchestra Haydn - PH Michele Purin

Un bellissimo concerto diretto da Ivor Bolton con la partecipazione di Francesca Aspromonte ha inaugurato la stagione dell’Orchestra Haydn

BOLZANO, 6 ottobre 2026 – Se è un obbligo inserire Joseph Haydn fra gli autori del concerto inaugurale nella stagione dell’orchestra che porta il suo nome, non è facile sottrarsi al consueto abbinamento con gli altri grandi esponenti, Mozart e Beethoven, dell’inossidabile triade classica. Invece il programma impaginato da Ivor Bolton per la serata d’apertura dell’Orchesta Haydn, a Bolzano con replica il giorno successivo a Trento, si è scostato con eleganza da quest’aurea routine, grazie a proposte tutt’altro che scontate. A partire proprio dalla scelta dei due brani iniziali di Haydn.

Il direttore Ivor Bolton e il soprano Francesca Aspromonte – PH Michele Purin

Dopo la breve Ouverture dall’opera L’infedeltà delusa (1773), di cui gli strumentisti hanno valorizzato tutta la gradevole scorrevolezza, è toccato al brano vocale Miseri noi, misera patria!. Pur vantando un ragguardevole catalogo operistico, Haydn – tranne rare eccezioni – non fu mai un autore così smaliziato da sostenere lavori teatrali ad ampia campata: riesce invece a esprimersi al meglio con le più ristrette dimensioni di una ‘cantata drammatica’, come appunto questa (resta incerta la data di composizione), dove sfoggia pure notevole familiarità con il virtuosismo vocale all’italiana. Il soprano Francesca Aspromonte ha impresso accenti intensamente drammatici ai versi di Metastasio, riuscendo a mantenere un’emissione limpida anche nelle discese verso la zona più grave e, dunque, meno adatta alla sua estensione.
Dopo questo esordio incentrato sul compositore di Eszterházy, il programma era interamente dedicato a Mendelssohn, autore che ha saputo assimilare l’eleganza formale di Haydn, vivificandola attraverso nuovi e più variegati innesti, per lasciarla poi in eredità alla futura stagione romantica. Il compito di introdurre un’aria, ancora interpretata dall’Aspromonte, era affidato alla Trompeten-Ouvertüre op.101 scritta a soli diciassette anni (anche se l’ultima versione risale al 1833) e che, come suggerisce il titolo, preveda un consistente intervento di trombe. Nulla, però, a che vedere con le massicce sonorità che un po’ alla volta si affermeranno nel corso del XIX secolo: anzi, con il suo finale sospeso lascia una sensazione di apollinea leggerezza, e che la lettura di Bolton – ben assecondato dall’orchestra – ha fatto emergere in modo nitido. Il brano vocale si avvale di frammenti ancora metastasiani e fu concepito per la grande Maria Malibran (anche se alla prima del 1834 cantò un’altra interprete): la pagina è apparsa particolarmente congeniale all’Aspromonte, che ne ha saputo valorizzare gli echi della Zauberoper presenti sottotraccia, così come quelli più contigui al belcanto. La sua particolarità è legata anche all’inserimento di un assolo di violino (l’impeccabile Stefano Ferrario, spalla della Haydn), quasi a suggerire un confronto ravvicinato e suggestivo tra strumento e voce umana, protagonisti entrambi di raffinati ‘portamenti’. Il soprano ha infine proposto come bis – omaggio doveroso nell’imminenza dell’anno beethoveniano – l’aria di Marzelline O wär ich schon mit dir vereint dal Fidelio, dove ha sfoderato notevole ricchezza di colori e accenti che ne testimoniano il coinvolgimento emotivo.
Il percorso si è concluso con la Sinfonia n.5 in Re minore, più nota come Riforma. Nelle intenzioni del compositore doveva rappresentare la celebrazione di un avvenimento religioso di tre secoli prima: la “Confessio Augustana” in cui venivano esposti i principi del luteranaesimo (Mendelssohn era di famiglia ebrea, ma aveva abbracciato la religione protestante), un po’ sulla scia dell’amatissimo Bach, alla cui riscoperta contribuì in maniera determinante. In realtà – e Bolton è stato ben attento a sottolinearlo – al di là di qualche accenno solenne che affiora in filigrana, si scorgono le premesse dei germi strumentali di tanta musica futura, soprattutto wagneriana, a cominciare dai fremiti che attraversano le sonorità degli archi. Impossibile ritenere che Wagner, oltre mezzo secolo dopo, per il suo Parsifal (nel motivo del Gral) non avesse ben presente questa composizione.