È andato in scena al Comunale di Modena Stiffelio con la regia di Pier Luigi Pizzi e un ottimo cast
MODENA, 11 gennaio 2026 – Un’opera che procede mantenendo un portentoso equilibrio tra passato e presente, soprattutto sul piano formale, per la capacità di guardare alla grande tradizione e fonderla con un linguaggio musicale radicalmente innovativo: è Stiffelio, ultimo lavoro realizzato da Verdi prima della Trilogia Popolare. Fin dalla première (Trieste, 1850) ebbe però problemi con la censura: il soggetto della potentissima vicenda, in grado di tenere il pubblico inchiodato alla poltrona, fu ritenuto sconveniente. Il libretto, che Piave aveva tratto da un dramma francese, ruota infatti attorno al concetto del perdono. Non sarebbe un tema scabroso, se non fosse che la fedifraga in questo caso è una donna – caso all’epoca abbastanza raro – e il tradito un pastore appartenente a una setta religiosa protestante. Dopo un lungo travaglio interiore, e una gelosia tutta interiorizzata che lo porta a pensare al divorzio, arriverà però a perdonare la moglie infedele, richiamandosi, durante una predica in chiesa, all’episodio evangelico dell’adultera. Sesso, religione e divorzio inevitabilmente decretarono la scarsa fortuna di quest’opera: Verdi ne rimase talmente deluso da revisionarla drasticamente, cambiandone il titolo in Aroldo – andato in scena sette anni dopo per il neonato Teatro di Rimini – e dove protagonista è un crociato al posto dell’uomo di chiesa.

In entrambe le versioni, comunque sia, le due opere sono rimaste sempre di rara esecuzione. È particolarmente interessante, quindi, la nuova messinscena che sta circolando per i teatri emiliani: partita da Piacenza, ha fatto tappa a Modena e il prossimo fine settimana approderà a Reggio Emilia. Tanto più che, per l’occasione, le cose sono state fatte al meglio, a cominciare dagli aspetti visuali. Affidata a Pier Luigi Pizzi la regia: l’anziano ed espertissimo uomo di teatro, che già nel 2003 si era cimentato con un pregevole Aroldo, concepisce lo spettacolo come un film in bianco e nero – i fondali sembrano magnifiche cartoline – dove si respirano gelide atmosfere ibseniane che configurano la tetra regione austriaca prevista dal libretto. La raffinata ed elegantissima cornice visiva di Pizzi non sarebbe bastata, però, senza grandi interpreti: a loro spetta il compito di rendere il complesso dramma psicologico che vivono i personaggi, imbrigliati sul piano musicale da una sintassi che lo stesso Verdi era ormai in procinto di abbandonare (basterebbe pensare alla cabaletta del baritono O gioia inesprimibile) e che richiede ai cantanti un dominio assoluto della scrittura.
Terzetto protagonista dunque eccellente. A cominciare proprio dallo Stiffelio di Gregory Kunde, da qualche anno passato a Verdi dopo una lunga militanza rossiniana: anzi, è forse da questa consuetudine con il belcanto che deriva la sua straordinaria capacità di controllo vocale, a dispetto dell’anagrafe (settantadue anni fra un mese). Il tenore ha reso con straordinaria efficacia espressiva il conflitto interiore che attanaglia il protagonista, in virtù di un canto che, se con il tempo ha perso qualcosa in termini timbrici, resta formidabile per risonanza e densità interpretativa. Sua moglie Lina è la giovane Lidia Fridman, soprano dall’emissione sempre impeccabile e sicura, scandita da fiati lunghissimi: una figura astratta e quasi immateriale tanto è diafana e filiforme, capace però di esprimere con grande intensità (vedi l’aria Ah! dagli scanni eterei) il suo turbamento per i cedimenti avuti in assenza del marito. Nei panni del vecchio padre Stankar, preoccupato di difendere un’astratta idea di onore della famiglia, Vladimir Stoyanov è stato in grado ancora una volta di rispondere a tutti i desiderata del baritono verdiano, in termini di scorrevolezza della linea vocale non meno che di accento e fraseggio. Bello e giovane, il tenore Carlo Raffaelli ha evidenziato apprezzabile precisione, ed è apparso adattissimo sul versante scenico a incarnare il fatuo tentatore di Lina. Completava il quintetto protagonistico Adriano Gramigni, che ha interpretato il vecchio ministro Jorg con una voce di basso forse meno ieratica del dovuto.
Sul podio Leonardo Sini ha tratto sonorità fluide dalla Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini e dal Coro del Teatro Municipale di Piacenza (preparato da Corrado Casati), privilegiando i contrasti dinamici e riuscendo ad armonizzare la duplice anima di Stiffelio – romantica e rossinista – ben evidente sin dalla sinfonia, avendo cura di evitare drastiche fratture. Non proprio ideale invece il rapporto con il palcoscenico, avvertibile in qualche attacco talvolta impreciso.
Uno spettacolo, nell’insieme, straordinariamente appagante. E se resta un rammarico riguarda solo le rare occasioni di ascolto per un’opera così avvincente.
Giulia Vannoni






