Nel rapporto tra i giovani e la fede, lo sappiamo, è un argomento spinoso all’interno della società di oggi. L’abbandono della religione istituzionale da parte di ragazzi e ragazze è un fenomeno che ha preso grande piede negli ultimi anni e che con il passare del tempo sembra si stia accrescendo e diffondendo celermente. Viene logico, quindi, domandarsi che significato dare a tale progressivo allontanamento e quali possano esserne le cause scatenanti: si sta sperimentando una graduale perdita di interesse verso il senso della spiritualità e del mistero, oppure la presa di distanze è dovuta a una sempre meno sentita appartenenza alla Chiesa come istituzione? E chi continua a frequentare la Chiesa, lo fa alla ricerca di quali valori, e con quale opinione su di essa? Cosa è cambiato non solo nella società e nei ragazzi di oggi, ma in generale in quest’epoca frutto di rapidi e radicali cambiamenti che hanno sconvolto e sconvolgono tanti significati, un tempo largamente accettati e condivisi? Domande importanti, che cerchiamo di affrontare proprio attraverso le parole di due giovani con opinioni ed esperienze diverse.
Secondo Agata, riminese di 20 anni, il periodo storico in cui ci troviamo a vivere oggi è un importante fattore: “ La mentalità di oggi è davvero cambiata se pensiamo solo ad una cinquantina di anni fa, e il nostro modo di vivere ha subìto grandi trasformazioni, mentre la Chiesa come istituzione, a mio parere, è rimasta indietro rispetto a tanti di questi cambiamenti. Ora come ora, con certi suoi atteggiamenti e opinioni, non attira sicuramente la popolazione più giovane, in particolare riguardo a temi delicati, ad esempio l’orientamento sessuale. Certo, la Chiesa ha delle fondamenta che non può tradire, che derivano dalle Scritture, ma in certe circostanze e su determinate tematiche, che escono da un’esplicita interpretazione dei Vangeli, forse sarebbe giusto farsi un esame di coscienza e ricordarsi che la Chiesa è fatta di uomini e che, in quanto tali, non hanno il diritto di giudicare e dovrebbero rispettare e non escludere categoricamente chi ha un’opinione diversa dalla loro: su certi aspetti credo che il dogmatismo sia esagerato. Oltretutto, sempre riprendendo il fatto che il mondo di oggi sia molto diverso dal passato, la concezione del divino fatica a trovare spazio in una società odierna che promuove molto individualismo e poca comunità; anche se, a parer mio, nessuno vive credendo in nulla, che professi una religione o meno: penso che in qualche modo e con varie manifestazioni ci sia una propensione al metafisico intrinseca nell’essere umano. Per quanto riguarda me, io sono cresciuta in una famiglia molto credente, andavo a messa tutte le domeniche, ma è ormai un paio d’anni che mi sono allontanata e ora come ora, se dovessi rispondere alla domanda se credo o meno, tenderei molto di più verso il no. Tuttavia penso che, un po’ per ambiente di crescita, un po’ per necessità, ancora sento che c’è qualcosa di più grande di me, e che alla fine le cose non accadono per caso, ma con un progetto per ciascuno di noi”.
Flavio invece ha 21 anni ed è legato alla religione e alla Chiesa: “ Penso che la fede dia qualcosa in cui credere, uno scopo e un motivo alla vita. Senza qualcosa che ci dia un obiettivo o una prospettiva di fiducia verso un mondo migliore, diventa davvero complesso andare avanti. Comunque in ultima battuta, per quanto ci si possa girare attorno, la fede ti chiede di fare un salto nel vuoto, di affidarti, ed è un passo molto difficile da compiere, tant’è che non tutti riescono anche solo a concepirlo facilmente. Anch’io ho avuto un periodo di grandi dubbi che però, a posteriori, diventano essi stessi fondamentali per credere, perché è normale avere delle perplessità e ragionarci sopra, anzi, sono proprio un segno del non limitarsi passivamente a ricevere degli imperativi. La fede non dà risposte oggettive e insindacabili o certezze inamovibili: credo che alla fine la sua essenza stia anche nel mistero, nell’incertezza e nonostante ciò nella decisione di affidarsi. Se devo pensare al mio rapporto con la Chiesa a livello di istituzione, uno dei punti più critici su cui mi sono posto diversi interrogativi è stato il valore del rito in generale, al quale onestamente mi sono sempre sentito un po’ estraneo, forse perché l’ho vissuto più come un’imposizione, soprattutto quando ero piccolo, senza coglierne il profondo significato al quale mi sto ultimamente un po’ avvicinando. Quello che mi dispiace è che nella percezione comune le persone di Chiesa hanno necessariamente una mentalità chiusa e prevenuta, mentre dalla mia esperienza personale ho avuto modo di conoscere tanti sacerdoti o fedeli che sono tutto il contrario. Del resto, è senz’altro vero che ci sono persone del genere, che si arroccano in un rigido sistema di contrapposizione tra ‘noi’ e ‘gli altri’, ma non bisognerebbe fare di tutta l’erba un fascio”.
In ultima battuta, abbiamo chiesto a Flavio come, secondo lui, si possa cambiare questa concezione di una Chiesa così rigida: “ Di sicuro tutto deve partire da tutti, per usare un gioco di parole. La Chiesa, d’altronde, la costruiscono le persone che la vivono, e non è prendendone le distanze che possiamo cambiarla in meglio, ma mettendoci in gioco in essa portando avanti i nostri ideali”.
Andrea Pasini

