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Giovani e tecnologie: il Covid può acutizzare le dipendenze?

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dipendenza-smartphoneAl giorno d’oggi non è sbagliato dire che lo schermo di un qualsiasi dispositivo digitale sia divenuto come una finestra sul mondo. La velocità, la frenesia, la tempestività di un click ci consente di spostarci dall’altra parte del pianeta in un attimo; partecipare a conferenze con altre cento persone; parlare con qualcuno che vive in Cina, in Russia o in America.

Insomma, abbiamo a disposizione, nella ‘limitatezza’ di una tastiera e un monitor, la libertà di muoverci, di cercare tutto ciò che vogliamo. È un vantaggio?

Certamente sì. Può diventare un rischio?

Purtroppo, anche. La digitalizzazione di quasi ogni aspetto della nostra esistenza ha, come tutte le cose, dei pro e dei contro. Pro: sicuramente l’accorciarsi delle distanze fisiche, la rapidità di ricerca, il miglioramento di molte procedure burocratiche. Contro: il lento ma costante allontanamento da relazioni interpersonali puramente umane che può condurre a episodi di solitudine, depressione, isolamento. Ad alienazione in un mondo che, seppur con tutte le sembianze reali, non è altro che una mera ‘copia’ fittizia di ciò che ci circonda. E, proprio in questo periodo storico caratterizzato dalla pandemia da Covid-19, il computer e i vari dispositivi elettronici hanno rappresentato gli strumenti più ‘disperati’ per poter far fronte a tutta una serie di difficoltà. Oggi, ancor più di ieri, la tecnologia è pilastro delle nostre vite, volenti o nolenti. Per questo si sarebbe portati a pensare che per i giovani, nativi digitali, le difficoltà siano di meno. Ma è davvero così? Il punto, infatti, è un altro: proprio perché abituati alla tecnologia, i giovani sono i più esposti a forme patologiche di dipendenza dai dispositivi elettronici. Uno su tutti: lo smartphone.

In epoca Covid, il rischio dell’acutizzarsi di queste dipendenze è amplificato? È la domanda che si è posta l’Unità Operativa Dipendenze Patologiche di Rimini e di Forlì. Quanto questa forzatura a stare chiusi in casa, senza poter vedere o confrontarsi con altri se non attraverso uno schermo, ha influito sulla vita dei giovani?

Domande alle quali risponde Elisa Zamagni, psicologa di Riccione.

“Le restrizioni adottate dal governo, la quarantena, la solitudine, ma anche le lezioni online e l’interruzione del contatto diretto tra pari, hanno indubbiamente generato un brusco cambiamento di stile di vita dei ragazzi. Basti pensare che da un punto di vista psicologico, l’adolescenza può essere descritta come una fase del ciclo di vita caratterizzata dalla realizzazione di compiti evolutivi che si compiono soprattutto grazie ad esperienze vissute con il gruppo dei pari, rapporti umani fondamentali che in questo periodo sono venuti a mancare”.

Qual è stato il lavoro dell’U.O. Dipendenze Patologiche di Rimini e Forlì?

“Lo scorso anno, durante il lockdown, abbiamo realizzato il questionario ‘Robinson – Strategie di sopravvivenza’ messo a punto da un gruppo di professionisti dell’Unità Operativa (dottoressa Valentina Belli), diretta dal dottor Edo Polidori, per capire come è cambiato il quotidiano degli adolescenti dall’inizio della pandemia in tema di comportamenti a rischio (video games, social-network) e consumo di sostanze. Ad esempio, abbiamo posto domande come: ‘Durante questo periodo di emergenza, ti capita di perdere la cognizione del tempo che passi online? Ti capita di pensare a ciò che sta accadendo, o a ciò che potresti fare in rete, quando non sei collegato? In che cosa Internet ti è stato più utile in questa emergenza?’. Lo studio era rivolto alla fascia di ragazzi d’età compresa tra i 14 e i 25 anni, residenti nel territorio dell’AUSL Romagna”.

E cosa ne è emerso?

“La prima indagine ha messo in evidenza come con la pandemia ci sia stato un incremento dell’uso della rete attraverso i social network, ma anche serie tv, gioco d’azzardo e anche canali pornografici. In generale, è stato rilevato un cambiamento nel tono dell’umore, e le ragazze hanno mostrato maggiore vulnerabilità rispetto ai maschi, una maggiore ansia. Gli stati d’animo più frequenti per tutti erano ansia e rabbia e la difficoltà a contrastare il senso di noia. Per quanto riguarda i social, ad oggi non c’è una diagnosi di dipendenza riconosciuta e l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce solo alcune forme di dipendenza comportamentale come il gioco d’azzardo e i videogiochi. La dipendenza da internet, ad oggi, è annoverata tra quelle condizioni che richiedono ulteriori studi prima di essere classificate definitivamente come disturbi. Tale premura deriva dal fatto che bisogna porre molta attenzione a etichettare nuovi comportamenti e nuove abitudini confondendoli con nuove patologie. Se ad esempio come criterio ci si basasse solo sul tempo trascorso in rete, saremmo tutti dipendenti da internet. Si può iniziare a parlare di dipendenza vera e propria quando la messa in atto di quel comportamento non è più subordinato dalla propria volontà”.

E oggi? Questa prima indagine voleva registrare i cambiamenti repentini della routine dei giovani dovuta ad un’emergenza senza precedenti che sicuramente ha sconvolto la vita di molti. Ad oggi, ad un anno dallo scoppio di questa epidemia, la stessa Unità Operativa sta svolgendo una seconda ricerca, per constatare le differenze a distanza di dodici mesi.

“Vogliamo capire se le alterazioni nei comportamenti osservati si sono mantenute o sono cambiate. – aggiunge la dottoressa Zamagni – Un conto è fronteggiare una situazione che sconvolge la routine per un breve periodo, un altro se perdura per tutto questo tempo. L’obiettivo di queste indagini è quello di rilevare opinioni, stati d’animo e consumi degli adolescenti, al fine di creare interventi psico-educativi mirati post lockdown, che possano migliorare le condizioni di vita dei ragazzi in un momento storico drammatico”.

Martina Bacchetta

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