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Geert contro tutti

Il leader olandese cavalca lo scontento popolare e scarica tutte le colpe sull’Europa “matrigna”. I sondaggi più recenti lo danno al 24%. Per convincere gli elettori punta sui risultati di “Nexit”, uno studio sui vantaggi che deriverebbero all’Olanda in caso di uscita dall’euro. Fortissimo il suo anti-islamismo, mentre ha posizioni favorevoli nei confronti degli omosessuali

Il patto d’acciaio tra i populisti francesi di Marine le Pen e quelli olandesi di Geert Wilders in vista delle elezioni per l’Euroassemblea di maggio ha messo in piena luce un altro volto della crisi: l’esasperazione di una fetta degli europei a sopportare ancora il peso della recessione economica e della disoccupazione, unite magari all’immigrazione crescente.

Il patto d’acciaio tra i populisti francesi di Marine le Pen e quelli olandesi di Geert Wilders in vista delle elezioni per l’Euroassemblea di maggio ha messo in piena luce un altro volto della crisi: l’esasperazione di una fetta degli europei a sopportare ancora il peso della recessione economica e della disoccupazione, unite magari all’immigrazione crescente. Il populismo olandese, che cavalca questi fenomeni, lievita assieme alla popolarità del suo leader, Geert Wilders. Mentre sull’Ue si scaricano colpe infinite, tanto da farla apparire sempre più matrigna e sempre meno madre.

Sostegno popolare. I sondaggi olandesi di questi giorni dicono che un’elezione oggi decreterebbe vincitore Geert Wilders, biondo platinato leader di estrema destra del Partito olandese per la libertà (Ppv). La sua carriera politica comincia nel 1997 tra le fila del Partito popolare per la libertà e la democrazia da cui esce nel 2002, in profondo contrasto con la linea filo-europeista. Wilders si presenta per la prima volta alle elezioni del 2006 alla guida del suo partito ottenendo 9 seggi in parlamento (6% delle preferenze), che diventano 24 alle votazioni del 2010 (17%), con un ruolo di appoggio esterno al governo di minoranza di centro-destra. Dopo due anni Wilders ritira il sostegno al governo costringendo il Paese ad elezioni anticipate, cosa che gli costerà una netta perdita e solo 15 seggi nel nuovo parlamento (circa 10% dei voti). Ma i dati pubblicati in questi giorni dall’istituto olandese di ricerca Peilingwijzer indicherebbero una netta ripresa della popolarità di Wilders con numeri che oscillano tra il 17 e il 24 per cento di consensi popolari.

Euroscettico convinto. Una delle possibili cause di questo picco di popolarità, a meno di 100 giorni dalle elezioni europee, starebbe nei risultati di “Nexit”, uno studio commissionato a un centro di consulenza londinese, Capital Economics, su vantaggi e svantaggi che deriverebbero all’Olanda in caso di uscita dall’euro. Wilders ha presentato “Nexit” il 6 febbraio scorso. In sintesi, lo studio dice che se l’Olanda uscisse dall’euro il 1° gennaio 2015, mantenendo una serie di accordi bilaterali con l’Ue, in 20 anni il Pil crescerebbe del 10-13% in più di quanto potrebbe avvenire restando in Eurolandia, con consistenti benefici per i redditi delle famiglie. Secondo gli inglesi, i costi che l’uscita comporterebbe sarebbero facilmente recuperati dalla ritrovata “flessibilità” dell’Olanda e dal venir meno dei parametri monetari e di bilancio a cui impegna il legame con Bruxelles. È con i numeri e la concretezza dei soldi che ora Wilders porta avanti una spietata campagna anti-Ue che lo vede in prima fila da mesi ormai e che lo ha spinto a pre-allearsi con i populisti francesi del Front National di Marine Le Pen. A unirli sembra però ci sia solo l’odio per Bruxelles, definito il “mostro”, oltre che il biondo delle capigliature dei due leader. Ma come potranno due partiti nazionalisti allearsi con altri 5 partiti di 5 altre nazioni per formare – secondo le regole interne del Parlamento Ue – un eurogruppo in Emiciclo, prevaricando i propri interessi nazionali?

Acerrimo anti-islam. Vi sono però significative differenze con la leader francese, come ad esempio le posizioni pro-omosessuali di Wilders e la sua propensione per Israele, coltivata attraverso gli anni e numerosi viaggi in Israele. Uno dei tratti che più identificano il personaggio Wilders è però il suo fortissimo anti-islamismo, con episodi clamorosi come la campagna per eliminare tutte le copie del Corano dall’Olanda o “Fitna”, il cortometraggio prodotto nel 2007 per gettare discredito sul mondo islamico. Nessuno l’ha mai voluto trasmettere, ma da allora Wilders gira con la scorta armata permanente ed è considerato “persona non gradita” in alcuni Stati arabi, perché pericoloso, essendo obiettivo dichiarato di Al Qaeda. Più volte è stato accusato di istigazione all’odio razziale e discriminazione contro i musulmani e contro gli immigrati, come nel caso dell’iniziativa web proposta nel 2012 in cui chiedeva di denunciare i comportamenti scorretti degli immigrati dell’Est in Olanda.

Dietro il leader, gli olandesi. Il fenomeno della popolarità di questa figura politica è però l’elemento su cui tornare a interrogarsi, aldilà dei calcoli probabilistici e degli esiti elettorali di maggio, per comprendere come costruire un futuro “pro-qualcosa” e non “contro-qualcosa”. Lo studioso olandese Ian Buruma sul giornale tedesco “Die Zeit” a fine gennaio, invitando a non prendere troppo alla leggera la critica al populismo, descriveva due tratti delle società europee attuali: una fetta della popolazione vive la propria inadeguatezza nei confronti della globalizzazione, verso la quale non si sente culturalmente attrezzata; per contro le “élite liberali di sinistra” sono inadeguate con i loro vecchi slogan sull’internazionalismo e la ricchezza delle culture diverse. Secondo Buruma, “se le nuove élite dell’economia globale vorranno scongiurare la tempesta dell’odio distruttivo, che spira in questi giorni, dovranno contribuire a governare le forze di un mercato di cui beneficiano tanto”, rendendo più giusta l’economia mondiale, limitando le crescenti ingiustizie e garantendo ai deboli protezione rispetto alle forze del mercato globale.

SARAH NUMICO