Qualche giorno fa ho incrociato un video sulle “dieci scelte di marketing più disastrose della storia”: idee che all’ufficio pubblicità parevano geniali ma che, alla luce dei fatti, hanno costretto aziende più o meno grandi a marce indietro precipitose, scuse pubbliche e in diversi casi a far saltare teste.
Negli stessi giorni usciva la notizia dell’azienda santarcangiolese di vongole surgelate estromessa da una fiera internazionale in Spagna per avere usato immagini di donne nude nel proprio materiale promozionale. Espulsione condivisibile, soprattutto perché la presenza dell’azienda era sotto il marchio istituzionale del Ministero. Ma, parlando solo ed esclusivamente in freddi termini di marketing, sono meno d’accordo con chi ha parlato di passo falso o scivolone – o altre metafore meno eleganti da parte dell’azienda.
Nessun ritrattamento, nessuno smussamento della propria posizione.
Almeno nell’immediato: che è quello che conta perché poi delle cose ci si dimentica dopo pochi giorni. Il mettersi o rimettersi in discussione, che qualche decennio fa era visto come valore, oggi non paga. Piaccia o no, è questo l’atteggiamento che funziona in una realtà sempre più a immagine e somiglianza dei social network: conta la viralità, far parlare di sè, bene o male non importa. O meglio, se ne deve parlare bene e male: più crei fazioni ben definite pro e contro, più l’algoritmo frulla.
E le riflessioni, in questo caso sull’utilizzo del corpo della donna? Ampiamente sconsigliate se superano la riga e mezzo.

