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EDUCAZIONE SESSUALE, TRA SCUOLA E TABÙ

Il disegno di legge Valditara, approvato alla Camera, introduce l’obbligo di preventivo consenso informato da parte dei genitori per attivare percorsi di educazione sessuo-affettiva nelle scuole medie e superiori

Tanti i motivi, dalla tutela del ruolo educativo primario delle famiglie a una perdurante paura verso un eventuale “indottrinamento ideologico” su questi temi. Un focus sul tema e le riflessioni di alcuni giovani riminesi

Tra i banchi delle aule italiane approda una novità che negli ultimi mesi ha provocato dibattiti accesi e confronti contrastanti. Mentre nel resto d’Europa i programmi di educazione sessuale sono parte consolidata del programma scolastico, in Italia rappresenta ancora un progetto inedito che percorre la via della prudenza. Il nuovo Disegno di Legge voluto dal Ministro Giuseppe Valditara ha appena tracciato un confine netto tra il diritto all’informazione dei ragazzi e il potere di scelta delle famiglie. Per ogni attività o progetto riguardante l’educazione all’affettività e alla sessualità, le scuole devono ora richiedere il consenso scritto dei genitori.
Le famiglie hanno il diritto di visionare preventivamente tutti i materiali didattici e i programmi proposti, inclusi quelli gestiti da esperti esterni o associazioni, con l’obiettivo di garantire un approccio basato sul rispetto dei valori educativi condivisi nel nucleo familiare.

Il ddl esclude l’introduzione di tali temi nelle scuole dell’infanzia e primarie, concentrando gli interventi nelle scuole medie e superiori.
Al centro della tempesta si erge il consenso informato preventivo: un modulo, una firma, che a tratti prendono le sembianze di un confine invalicabile. Per la prima volta, il diritto degli studenti a ricevere una formazione sentimentale e relazionale viene subordinato alla “chiave” dei genitori, trasformando potenzialmente la scuola in un territorio a accesso limitato. Mentre in gran parte d’Europa, parlare di consenso e prevenzione è naturale come studiare la storia o la matematica, l’Italia sembra prediligere la via della massima prudenza. L’obiettivo dichiarato è quello di ricucire il patto tra scuola e famiglia, sottraendo i minori a quello che il Ministero definisce “indottrinamento ideologico”. Tuttavia questa mossa solleva un interrogativo etico: nel tentativo di preservare il primato educativo dei genitori, rischiamo di lasciare i ragazzi inermi contro gli unici “educatori” che agiscono senza chiedere mai il permesso: lo smartphone e il web.

Le riflessioni dei giovani

La sfida è in continua evoluzione, da un lato la difesa della libertà educativa delle famiglie in un tema così molteplice e delicato, dall’altro la voce di una generazione che chiede di essere guidata a decifrare la complessità dei sentimenti, del corpo e delle relazioni. È stato analizzato il punto di vista dei politici, dei genitori e delle scuole, ma per capire davvero l’impatto di questa legge bisogna uscire dai palazzi istituzionali e comprendere le necessità di chi le relazioni le vive ogni giorno in prima persona. Le testimonianze di questi giovani raccontano una realtà fatta di dubbi, inadeguatezza e immenso bisogno di essere ascoltati.

“Mi chiamo Ludovica, ho diciassette anni, a scuola ho imparato a comunicare in tre lingue diverse, mi sono immersa nelle parole e nei sentimenti dei poeti più celebri, ho ripercorso tutta la linea del tempo e ho esplorato le leggi fisiche che muovono il mondo, ma su una cosa sono stata lasciata completamente sola: la mia vita affettiva e sessuale. Introdurre l’educazione sessuale a scuola non serve solo a spiegare la biologia e anatomia umana, fondamentale per la prevenzione. È importante perché oggi noi giovani siamo continuamente martellati da domande, curiosità e dubbi, spesso ci sentiamo inadatti e avremmo bisogno di qualcuno che ci guidi tra la foschia delle nostre insicurezze. Siamo quotidianamente immersi in un mare di informazioni, ma spesso sono quelle sbagliate e non rispecchiano quello che veramente sentiamo o viviamo. Così il nostro ‘insegnante’ diventa internet, tra algoritmi, materiale pornografico o commenti sui social, che trasmettono un’idea di sesso e di corpo del tutto distorta e priva di emozioni”.

“Introdurre l’educazione sessuale e sentimentale nella realtà quotidiana, un semplice gesto di cura verso noi stessi e verso chi amiamo. – afferma Luca, 20 anni – Credo che l’educazione sessuale sia un diritto di tutti: ti rende libero di scegliere, ti protegge e, soprattutto, ti insegna che il piacere e il benessere passano sempre attraverso il rispetto reciproco. Le relazioni interpersonali sono una parte fondamentale della vita di tutti gli esseri umani, è importante garantire a tutti informazioni eque e corrette, indipendentemente dal contesto socio culturale della famiglia. L’educazione sessuale non insegna solo la prevenzione, fornisce una serie di strumenti per vivere meglio sia individualmente sia in relazione agli altri. Consenso, affettività, gestione dei pericoli, dei rifiuti e delle false informazioni: l’educazione ai sentimenti si spinge oltre, insegnando già dall’età preadolescenziale a riconoscere i propri limiti e a comunicare nel pieno rispetto delle libertà e necessità altrui”.

Il rischio del nuovo disegno di legge è dunque quello di creare una scuola a due velocità: da una parte ragazzi con famiglie aperte e informate, dall’altra ragazzi lasciati nell’ignoranza a causa dei dubbi etici e metodologici riversati dalle famiglie.
I giovani cercano strumenti per diventare adulti consapevoli, il vero quesito non si concentra più sulla necessità di imparare la sessualità e l’affettività, ma da chi vogliamo che i giovani la imparino. In una società dove la gestione dei sentimenti risulta sempre più complessa, è importante trovare una via comune che rispetti la sensibilità di tutti, che permetta a scuola e famiglia di viaggiare di pari passo, per condurre i giovani tra le complessità dei rapporti umani.

Alice Radavelli