Chissà se dietro la significativa percentuale di affluenza ai referendum c’è anche un recondito senso di nostalgia. Nel senso che i seggi elettorali oggi sono uno dei pochi posti dove il digitale ancora non è entrato. Già prima del Covid si era cominciato a spostare alcuni servizi nella dimensione online, ma oggi il processo è a un punto avanzato forse anche troppo: capita anche in strutture sanitarie pubbliche, ad esempio, che i pagamenti si possano fare solo alle casse automatiche con qualche inevitabile difficoltà per i più anziani che rischiano di trovarsi smarriti (ma anche i più giovani spesso finiscono a litigare col cardanzone automatico, fidatevi). Al seggio elettorale tutto invece è ancora fermo alla Prima Repubblica: si consegnano documenti fisici a persone in carne e ossa che segnano il nome a penna su un registro cartaceo, a loro volta consegnano una matita e una scheda cartacea da compilare in una cabina assemblata artigianalmente e da infilare, ripiegata con le proprie dita, in una urna reale. Niente spid, niente QR code, niente password, “niente recupera password”, niente “ricordati di cambiare password entro tot giorni altrimenti sei fuori”, niente codici di autenticazione.
Chissà se l’affluenza sale è anche per questa voglia di ritrovarsi per qualche minuto nel passato. O semplicemente perché i cittadini hanno voglia di riprendere in mano le sorti del loro paese dopo che la politica, e non è solo questione degli ultimi anni, si è profondamente impegnata per deluderli.

