Home Fiscalità Dal Tfr ai Fondi con il silenzio assenso

Dal Tfr ai Fondi con il silenzio assenso

La Legge di Bilancio 2026 ha cambiato le regole sul Trattamento di Fine Rapporto (Tfr) e previdenza complementare: per i neoassunti del settore privato (esclusi i lavoratori domestici) arriva la destinazione automatica del Tfr al fondo pensione, tramite il meccanismo del silenzio-assenso. Questo a decorrere dal 1° luglio 2026. Vuol dire che senza una scelta espressa il Tfr confluisce automaticamente nel Fondo pensione previsto dagli accordi o contratti collettivi (anche territoriali o aziendali). Resta la possibilità di revocare l’automatismo entro 60 giorni dall’assunzione, scegliendo di: lasciare il Tfr in azienda, oppure destinarlo a un’altra forma di previdenza complementare. Attenzione: se si sceglie il conferimento del Tfr al Fondo, la scelta diventa definitiva e non più reversibile. Cioè non si può tornare al Tfr in azienda. Altra cosa da sapere: l’opzione, aderire o meno ad un Fondo, è da rinnovare ogni volta che si cambia lavoro. Perché accade tutto questo? Per forzare, fino ad oggi era su base volontaria, le adesioni ai Fondi pensione privati fermi, nel 2024, ad una adesione intorno ad un terzo dei lavoratori. La misura interessa 234 miliardi di euro di Tfr rimasti nella casse delle imprese. Lo scopo, viene detto, è quello di aggiungere, quando si andrà in pensione, una rendita integrativa a quella della pensione pubblica, che si prevede sarà sempre più esigua (tra il sessanta e settanta per cento dell’ultimo stipendio). Ma accade così per chi ha già sottoscritto i Fondi? In realtà no, perché la stragrande maggioranza, giunta alla fine della carriera lavorativa, in luogo di attendere una integrazione mensile, preferisce ritirare tutto il capitale accumulato (il montante, costituito dal capitale versato più gli interessi maturati) in una unica soluzione. Nel concreto, la previdenza complementare è un sistema che anche negli utilizzi rimane molto simile al Tfr lasciato presso le imprese: il capitale accumulato viene liquidato in un’unica soluzione e viene spesso anticipato rispetto al pensionamento. Questo vuol dire che dopo 30 anni di incentivi a questa tipologia di previdenza, i pensionati che ricevono una integrazione pensionistica dal secondo pilastro sono una infima minoranza (2 per cento). Poi c’è tutta la questione dei rendimenti: quelli dei Fondi non sono, mediamente, migliori di quelli del Tfr, con l’aggravante che i primi sono molto più volatili dei secondi. Esito da aggiungere, per i Fondi, a costi di gestione più elevati (due e più per cento circa: meno i negoziali, più quelli aperti), che abbassano di molto i rendimenti netti. A questo punto, dato che sull’efficacia (rispetto all’obiettivo) dei Fondi complementari ci sono molti dubbi, anche in considerazione delle carriere frammentate di lavoro che non consentono grossi risparmi da investire negli stessi, tanti si domandano a cosa e a chi servono.