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COSTITUZIONE Il faro dell’articolo 11

In una fase storica in cui sono saltati tutti i riferimenti del diritto internazionale e anche l’ondata sovranista si dibatte nelle contraddizioni più eclatanti – perché c’è sempre qualcuno che si sente più sovrano degli altri – l’articolo 11 della nostra Costituzione offre una formidabile base di pensiero e di azione per la politica italiana. E che non si tratti soltanto di un discorso teorico lo dimostra il fatto che tale articolo si sia rivelato un efficace baluardo contro il rischio di una frettolosa adesione al conturbante progetto del presidente americano di una sorta di Onu privata e a pagamento.

L’articolo 11 dovremmo conoscerlo tutti, ma non è inutile andarlo a rileggere. Si compone essenzialmente di due parti. Nella prima si afferma
che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Nella seconda che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” e “promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Viene solitamente definito un testo profetico e lo è senza alcun dubbio. Che i costituenti avessero lo sguardo lungo e una visione ampia è fuori discussione, ma avevano ben chiara anche la situazione concreta in cui erano immersi, le rovine della guerra e della dittatura su cui bisognava cercare di costruire un nuovo ordinamento nazionale e internazionale. Le due parti dell’articolo sono distinte eppure strettamente collegate. La seconda è funzionale al principio scolpito nella prima. Le “limitazioni di sovranità” non sono una delega in bianco, ma lo strumento per perseguire quel principio così solennemente enunciato. In origine erano state pensate in vista dell’Onu, poi sono state applicate anche per la Nato e per la Ue. L’articolo specifica le condizioni che devono essere soddisfatte e che vincolano l’adesione italiana a iniziative di questo genere: la “parità” con gli altri Stati e il fine di “pace” e “giustizia” tra le Nazioni. L’adesione al “board” trumpiano si è arenata su questo terreno e difficilmente potrà essere sbloccata in assenza di modifiche sostanziali.

Piuttosto che rincorrere un progetto su cui è doveroso nutrire fortissimi dubbi (per usare un eufemismo) sarebbe il caso di puntare su un coordinamento con le altre grandi democrazie europee, secondo l’ispirazione originaria dell’articolo 11, per orientare la ricerca di soluzioni rispettose della libertà delle persone e dei popoli. Il grande paradosso di certi sovranismi è che essi si mettono di traverso su tutto ciò che potrebbe concorrere a rafforzare l’Unione europea in chiave di giustizia e di pace e poi sono pronti ad accodarsi al superpotente di turno. La reazione della premier alle offensive parole di Trump sulle truppe in Afghanistan va nella giusta direzione, ma deve essere accompagnata dalla consapevolezza che il ruolo del nostro Paese sulla scena internazionale passa necessariamente per l’Europa.

Stefano De Martis