Lettera Aperta della “Rete Italiana Preti contro il genocidio” a Giorgia Meloni, alla stampa, e ai politici che si ispirano al Vangelo
Presidente, onorevoli, sorelle e fratelli nella responsabilità pubblica, alla luce delle odierne comunicazioni del ministro degli Esteri Tajani sulla partecipazione dell’Italia al Board of Peace, desideriamo farvi giungere una parola franca e rispettosa, ma non neutra. Quando la vita dei civili viene schiacciata, la neutralità diventa complicità.
Noi siamo sacerdoti e vescovi, pastori di comunità, ma siamo anche cittadini: non parliamo “da tifosi”, né per finalità partitiche. Lo diciamo con chiarezza: non cerchiamo odio, non alimentiamo divisioni.
Condanniamo il terrorismo e ogni strage di civili. Rifiutiamo l’antisemitismo e ogni razzismo. Proprio per questo riteniamo doveroso denunciare scelte politiche che, nei fatti, indeboliscono il diritto, la dignità umana e la possibilità stessa della pace.
Il Ministro, alla Camera dei Deputati, ha richiamato l’obiettivo – che condividiamo come desiderio umano prima ancora che politico – di tenere insieme la sicurezza di Israele e la dignità del popolo palestinese. Ma oggi dobbiamo dirlo con nettezza: non ci sarà né sicurezza né dignità se non si assicura e si costruisce un incontro “ alla pari” tra le parti. Servono diritti garantiti, responsabilità accertate, tutele effettive per i civili. Serve la fine di ogni doppio standard che rende alcuni “degni” e altri “invisibili”.
Se la comunità internazionale continua a coprire, giustificare o relativizzare le violenze in Palestina – tanto dell’esercito regolare quanto dei coloni israeliani – senza porre condizioni chiare e senza garantire un orizzonte credibile di diritti e autodeterminazione per i palestinesi, allora quelle parole diventano retorica. E noi, come Paese, rischiamo una corresponsabilità non solo materiale (armi, scelte economiche, silenzi diplomatici), ma anche culturale e morale.
La “Rete italiana Preti contro il genocidio”, nata a settembre 2025, con 550 sacerdoti e religiosi, si è diffusa anche fuori dei nostri confini e oggi conta circa 2000 sacerdoti e religiosi, alcuni vescovi e due cardinali. Ne fanno parte anche un buon numero di sacerdoti riminesi, giovani e anziani. Promuove la fine del conflitto in Palestina, il disarmo e la giustizia, agendo con preghiere, testimonianze e azioni concrete, chiedendo la fine del sostegno militare a Israele
La pace non è “forma”, è cooperazione, riconciliazione, garanzie La nostra tradizione cristiana lo ripete persino nella preghiera eucaristica: la pace è quando i nemici si aprono al dialogo e gli avversari si stringono la mano.
Non è un gesto scenico: è un processo che costa. Richiede tempo, fiducia, mediazioni credibili e soprattutto pari dignità.
Per questo ci colpisce e ci orienta ciò che la Chiesa insegna: la pace non nasce dal terrore delle armi, né dalla potenza e dalla pressione economica, ma dalla fiducia. E l’impegno internazionale deve mirare a interdire il ricorso alla guerra e a fermare la corsa agli armamenti. Già il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes (n. 82), lo affermava con forza: “ Dobbiamo con ogni impegno sforzarci per preparare quel tempo nel quale, mediante l’accordo delle nazioni, si potrà interdire del tutto qualsiasi ricorso alla guerra… [e] dotare l’azione internazionale di efficace potere per garantire a tutti i popoli sicurezza, osservanza della giustizia e rispetto dei diritti”.
Board of Peace e art. 11: il nodo della parità
In questo quadro, la partecipazione italiana al Board of Peace – presentata come scelta “da osservatori” – appare ambigua e politicamente rischiosa, perché può comunicare subalternità invece di cooperazione tra pari, come richiesto dall’art. 11 della nostra Costituzione.
Gli elementi statutari del Board non descrivono un organismo multilaterale tra pari: descrivono una struttura fondata su invito e approvazione di una figura presidenziale.
In particolare, secondo lo statuto del Board: 1. Si entra su invito: l’adesione è limitata agli Stati invitati dal Presidente del Board.
2. Il Presidente è per statuto Donald Trump, e le decisioni risultano, in vari passaggi, soggette alla sua approvazione.
3, La successione è prevista per designazione dello stesso Presidente.
4. L’idea di “osservatore”, così come viene raccontata nel dibattito pubblico, non coincide chiaramente con le categorie statutarie: lo statuto prevede piuttosto la partecipazione come Non-Voting Member (non votante) in attesa delle procedure interne, comunque “ subject to approval by the Chairman”.
Comprendiamo il tentativo di muoversi “con prudenza”. Ma la prudenza non può trasformarsi in confusione strategica.
Oggi l’Italia e l’Europa hanno bisogno di una politica estera chiara, coerente, multilaterale; non di posture che indeboliscono ulteriormente l’unità europea e rendono opaca la nostra collocazione internazionale.
Per questo chiediamo al Governo
di sospendere e riconsiderare qualunque adesione o partecipazione ambigua al Board of Peace (anche “da osservatori”) che non garantisce parità, trasparenza e coerenza con l’art. 11; di rilanciare invece, con atti verificabili, la via del multilateralismo e del diritto internazionale.
Leone XIV: un criterio di discernimento, non una citazione ornamentale
Alla Camera dei deputati, il ministro Tajani ha citato la visita del Santo Padre al Quirinale lo scorso 14 ottobre 2025.
In quest’ottica vogliamo ricordare come Leone XIV abbia invitato a promuovere giustizia, equità e cooperazione tra i popoli. E abbia denunciato la logica della prevaricazione e dell’esibizione di forza come strada che, al contrario, non costruisce pace.
Non sono frasi ornamentali: sono un criterio di discernimento per chi governa, specialmente per chi si riconosce cristiano.
Le nostre proposte concrete
Per questo, rivolgiamo un appello a voi – maggioranza e opposizione – e a quanti si ispirano ai valori laici di libertà, fraternità e uguaglianza tra i popoli: 1. Rimettere al centro il multilateralismo vero: Nazioni Unite, Unione Europea, diritto internazionale, organismi di garanzia e di verifica indipendente.
2. Per Gaza: impegnarsi concretamente perché sia rispettato il cessate il fuoco; perché siano garantite la tutela piena dei civili e la continuità dell’accesso umanitario; perché la ricostruzione avvenga con meccanismi trasparenti; e perché ogni piano politico includa realmente la rappresentanza palestinese, senza scorciatoie “senza i Palestinesi”.
3. Nei Territori Occupati: condannare e contrastare ogni escalation e ogni prassi che nega diritti fondamentali e alimenta l’odio, in particolare: il “censimento delle terre dell’area C”, come ulteriore escalation verso la completa annessione allo Stato di Israele; ogni violenza e discriminazione ad opera dei coloni israeliani; distruzioni, devastazioni e misure che rendono la popolazione palestinese senza protezione e senza futuro.
4. Stop alla corsa agli armamenti e rispetto degli accordi che vietano forniture a chi compie crimini contro i civili, in Terra Santa e in ogni parte del mondo, secondo gli impegni europei richiamati anche nel nostro documento comune.
5. Per l’Ucraina e per ogni conflitto: adottare lo stesso criterio di pace giusta, fondata su diritto e garanzie reciproche, rifiutando doppi standard e scorciatoie unilaterali.
Noi continueremo a pregare e ad agire perché la pace sia disarmata e disarmante, umile e perseverante. Ma vi chiediamo, con rispetto e fermezza: non piegatevi a logiche economiche o di utilità politica. Se dite di essere credenti, difendete invece la tradizione – che il Papa, il Magistero della Chiesa e la Santa Sede hanno sempre ribadito – del multilateralismo, della cooperazione, del diritto e della pari dignità, valori ricordati in queste ore anche dal Segretario di Stato Vaticano, card. Parolin che sul Bord of Peace ha dichiarato “ Ci sono punti che lasciano un po’ perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni (…) criticità che dovrebbero essere risolte. La preoccupazione è quella che a livello internazionale sia l’Onu a gestire queste situazioni di crisi”.
Infine chiediamo alle comunità cristiane, e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, di non delegare in silenzio: informatevi, promuovete momenti pubblici di discernimento nelle parrocchie e nelle associazioni, scrivete ai parlamentari del vostro territorio, domandate trasparenza sulle scelte di politica estera. La pace non nasce dall’inerzia: nasce da coscienze sveglie e da responsabilità condivise.
Con stima e responsabilità,
La Rete italiana Preti contro il Genocidio

