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Continua la Sagra Malatestiana

Sagra Malatestiana The Tempest Songbook - PH Riccardo Gallini

Proseguono le grandi serate sinfoniche al Teatro Galli con due programmi dedicati alla musica russa e un concerto scenico

RIMINI, 11 ottobre 2026 – Fra gli appuntamenti più attesi della settantasettesima Sagra Malatestiana era senz’altro compreso quello dedicato a Sergej Rachmaninov, compositore adesso molto gettonato in tutte le sale da concerto italiane. A proporre due delle sue più celebri pagine è stata l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, in tournée a Rimini dopo tre serate Rachmaninov – con programmi diversi – all’Auditorium Parco della Musica. Come a Roma, Stanislav Kochanovsky sul podio e Nikolai Lugansky solista nel Terzo concerto in Re minore per pianoforte del 1909: frutto, forse fuori tempo massimo, della grande stagione romantica. Tra i più acclamati interpreti della musica di Rachmaninov, che fu in primo luogo un formidabile pianista, Lugansky ha affrontato con perfetta naturalezza una musica ritenuta fra gli scogli più ardui della tastiera. In realtà il cinquantaquattrenne solista moscovita non solo riesce a superare con estrema facilità ogni insidia tecnica (è dotato di mani prodigiose, con cui abbraccia intervalli amplissimi): possiede anche la capacità di valorizzare quegli echi che in anni di profondi cambiamenti, come gli inizi del novecento, si riflettono inevitabilmente nella partitura. E forse al di là delle stesse intenzioni dell’autore. Si percepiscono in primo luogo le matrici russe – non solo quelle, fin troppo ovvie, di Čajkovskij – come pure gli echi delle novità che arrivavano dalla musica francese. Da parte sua, Kochanovsky ha fatto in modo di lasciare il primo piano al pianista mantenendo, soprattutto quando si trattava di valorizzare i passaggi più difficili, un volume orchestrale quasi sommesso: uno sfondo sonoro mai invadente e al contempo in grado di fornire un efficace supporto melodico.

Il direttore russo Stanislav Kochanovsky – PH Riccardo Gallini

Il Terzo concerto era abbinato alla monumentale Seconda sinfonia in Mi minore, terminata nel 1908. Con la sua elegante gestualità Kochanovsky ha saputo trarre dagli strumentisti di Santa Cecilia – apparsi del tutto a loro agio con questa musica – un’apprezzabile scorrevolezza sonora. Lettura asciutta, la sua, in grado di valorizzare la rigorosa coerenza formale della partitura rispettandone però la costruzione massiccia, con l’unica intrusione del motivo del Dies Irae talvolta serpeggiante fra le note. Seppure poco incline all’enfasi – un rischio in agguato con Rachmaninov – il direttore è riuscito a creare sonorità avvolgenti e appassionate, puntando su archi oltre modo suadenti. Si capiscono meglio, così, anche le ragioni per cui questa musica abbia trovato il suo sbocco più naturale nel cinema, attraverso un ampio utilizzo in colonne sonore, quando Rachmaninov, dopo aver lasciato la Russia, nel 1918 si era trasferito definitivamente negli Stati Uniti.

Il direttore Riccardo Chailly – PH Riccardo Gallini

Completamente diversa invece la musica, sempre di Rachmaninov, scelta da Riccardo Chailly alla guida della Filarmonica della Scala: risalente a un periodo giovanile, quando il compositore non era proiettato verso l’America e, anzi, si sentiva molto radicato nella cultura russa. È il caso del poema sinfonico – ispirato a poesie di Michail Lermontov e a un racconto di Anton Čechov – La roccia, fantasia per orchestra del 1893, dove viene evocato l’incontro tra un uomo anziano, rappresentato da violoncelli e contrabbassi, e una giovane donna, presenza suggerita da un flauto vivace e melodioso. Nella sua lettura Chailly ha esaltato la ricchezza timbrica del brano e le sfumature, continuamente cangianti, sospese fra malinconia e leggerezza che aleggiano nella partitura, per approdare al finale dove gli ottoni disegnano una sorta di marcia funebre che simboleggia il doloroso strazio del vecchio rimasto solo.
Magnifica la ‘Suite orchestrale’ – scritta in pochissimi giorni e articolata in quattro brani sinfonici – tratta da Aleko: prima opera composta dal diciannovenne Rachmaninov nel 1892, che mette in scena una vicenda tratta dal poema Gli zingari di Puškin. Grazie pure a un’intesa perfetta con gli strumentisti della Scala, il direttore ne ha esaltato la magnifica trasparenza strumentale, valorizzandone allo stesso tempo le arditezze armoniche e l’originalità timbrica. Meraviglioso poi il secondo brano, La danza delle donne: un ‘allegretto’ che evoca liquide e struggenti atmosfere slave.
Inevitabilmente dedicata a Čajkovskij – non solo punto di riferimento imprescindibile per Rachmaninov, ma anche suo mentore – la seconda parte del concerto. Primo atto della cosiddetta Trilogia del destino, la Quarta sinfonia in Fa minore – con la levigata ricchezza delle sue soluzioni sonore – conserva l’eco di quel magma di sentimenti che agitavano il compositore al momento della scrittura, terminata nel 1878 quando Čajkovskij stava attraversando uno dei periodi più difficili della sua esistenza. Fin dallo stupefacente primo movimento Chailly è riuscito a comunicare i più coinvolgenti aspetti emotivi della partitura, curandone allo stesso tempo ogni più raffinato aspetto formale: ammirevole il modo con cui ha trasmesso il suggestivo “tema del fato”, facendolo riecheggiare nitidamente da un gruppo di strumenti all’altro. La sua lettura, sempre ben assecondata dall’orchestra con cui sembra esserci un’intesa perfetta, non si limita a esaltare la varietà delle innumerevoli situazioni sonore, ma riesce a rendere quella malinconia di fondo che investe l’intera partitura. E che l’ultimo movimento maschera attraverso una melodia popolare, nel tentativo di alleggerire il pessimismo cosmico e gli oscuri presagi di morte.

The Tempest Songbook, il soprano Laura Zecchini – PH Riccardo Gallini

L’intreccio musicale tra XVII secolo e contemporaneità, alla radice di The Tempest Songbook, funziona con una naturalezza che sorprende per la sua efficacia. Si scivola senza soluzione di continuità dalle antiche sonorità di Henry Purcell a quelle di Kaija Saariaho, attraverso un montaggio che appare del tutto naturale (la compositrice finlandese è stata una pioniera dell’elettronica). Un contributo determinante alla coerenza della pagina viene poi dall’utilizzo delle parole di Shakespeare: La tempesta resta uno dei suoi capolavori assoluti.
Scomparsa tre anni fa, Saariaho non è troppo nota in Italia (poco tempo fa ha però riscosso notevole successo a Roma l’opera Adriana Mater), nonostante nel 2021 le sia stato assegnato il Leone d’oro alla Biennale di Venezia. Una lacuna che la settantasettesima Sagra ha in parte contribuito a colmare attraverso il concerto in forma scenica – proposto in prima italiana il 7 ottobre al Teatro Galli – The Tempest Songbook per soprano, baritono e insieme da camera (anche formato da strumenti antichi), scritto tra il 1993 e il 2014, accostando brani realizzati in tempi diversi in una sorta di work in progress. Tuttavia, pur con la sua breve durata, la composizione possiede un andamento teatrale incalzante che cattura l’ascoltatore. 
L’esecuzione era affidata al Fontana Mix Ensemble, insieme di nove strumentisti diretto da Francesco La Licata, e a due interpreti vocali: Laura Zecchini e Paolo Leonardi. Ai musicisti si sono poi sovrapposte le immagini create dai due artisti visivi Daniele Spanò e Luca Brinchi, che già in passato avevano collaborato con la Sagra (in Perseo e Andromeda di Sciarrino e Aminta): alcune davvero molto suggestive e in grado di potenziare le immagini evocate da testo – riuscitissimo il volto di Calibano, forse il personaggio più iconico della Tempesta, che si scompone e ricompone come un prisma bidimensionale – e altre invece più ripetitive, persino un po’ invadenti nei confronti della musica. Tuttavia il versante sonoro non è rimasto schiacciato da quello visuale, grazie agli ottimi strumentisti, alla voce limpida del soprano e al bel timbro del baritono: unendosi, hanno saputo imprimere rotondità sonora alle splendide armonie di Purcell e a distillarne la raffinata scrittura, sempre accuratamente ponderata, di Saariaho. Un percorso aperto dall’Ouverture in Sol minore di Purcell e che si è concluso – ancora nel segno del compositore inglese – con un intervento di Nettuno che canta il meraviglioso See, see, the heavens smile. Inno alla poesia e invito alla speranza.