La Colletta del Venerdì santo per i cristiani di Terra Santa torna quest’anno dentro un contesto segnato da guerra, instabilità e impoverimento crescente. Nel messaggio firmato dal cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese orientali, e da Michel Jalakh, arcivescovo titolare di Nisibi dei maroniti, l’invito rivolto alle Chiese locali è quello di non lasciare cadere l’attenzione su una regione dove, nonostante i richiami alla pace e i tentativi diplomatici, la violenza continua a colpire la popolazione e a mettere in fuga molti cristiani.
“Quanto abbiamo sperato che la pace finalmente potesse riportare vita e speranza in Terra Santa! I cosiddetti dialoghi e gli accordi si sono moltiplicati, ma contemporaneamente le armi non tacevano”, scrivono il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese orientali, e Michel Jalakh, arcivescovo titolare di Nisibi dei maroniti. “Si è detto di aver raggiunto la pace ma, pur parlandone i media molto meno di prima, le armi continuano a sparare, la gente a morire, le terre a essere contese, i cristiani a emigrare per salvarsi la vita”.
Il documento prende atto senza retorica della stanchezza che accompagna appelli ripetuti di anno in anno, ma rilancia con forza il compito proprio dei cristiani: non cedere allo scoraggiamento e continuare a custodire la speranza, anche quando il quadro appare segnato da distruzione, emigrazione e paura diffusa.
“So che rivolgermi a te e alla famiglia cristiana di cui sei responsabile è sempre più difficile e sempre più ripetitive sono le parole che di anno in anno ti rivolgo”, osservano Gugerotti e Jalakh. “Ma noi cristiani non possiamo che sperare, perché Dio è la nostra speranza, e Dio non tradisce”.
Il cuore dell’appello sta proprio qui: la Colletta non viene presentata come un adempimento abituale, ma come un segno di conversione, capace di incidere nella vita delle comunità che donano e di quelle che ricevono. Nel messaggio si sottolinea che il sostegno economico, pur piccolo, diventa una forma concreta di prossimità verso fratelli e sorelle che vivono in condizioni estreme.
“Non dimentichiamoci mai di pregare, perché Dio è la nostra speranza. Ma ora ecco che vengo a proporti un gesto piccolo, che però va proprio nel senso di questa conversione, di questo cambiamento: dare un po’ del nostro denaro per aiutare i fratelli e le sorelle in estremo pericolo a vivere un giorno di più, a trovare la possibilità di sperare e di ricominciare”, scrivono Gugerotti e Jalakh.
L’accento cade anche sul significato liturgico ed ecclesiale di questo gesto, collocato nel Venerdì santo. Proprio nel giorno in cui la Chiesa contempla il dono totale di Cristo, i fedeli sono chiamati a tradurre la memoria della Passione in una forma tangibile di condivisione, a sostegno della Custodia di Terra Santa e delle opere che tengono viva la presenza cristiana nei Luoghi Santi.
“Un gesto che si concretizzerà nel mondo quasi dovunque (perché qualche comunità ha scelto un’altra data) proprio nel Venerdì santo, giorno in cui si ricorda Colui che ha dato non un’elemosina, ma la sua stessa vita”, ricordano Gugerotti e Jalakh. “I Papi hanno voluto questo gesto e continuano a volerlo, perché sono convinti che soltanto nella paternità, nella condivisione e nell’amicizia solidale si può ricostruire una realtà che torni ad avere parvenze umane”.
Nel testo, accanto al richiamo spirituale, trova ampio spazio la descrizione delle necessità materiali. La crisi ha colpito duramente famiglie e comunità che già vivevano in condizioni fragili; a pesare è stata anche la drastica riduzione dei pellegrinaggi, che per molti rappresentavano una fonte essenziale di sostentamento. Da qui l’insistenza sul valore concreto delle offerte raccolte.
“Per vivere c’è bisogno anche del vostro contributo. Moltissimi cristiani di Terra Santa hanno perso tutto, compreso quel lavoro che veniva dal servizio ai pellegrini”, affermano Gugerotti e Jalakh. “I nostri fratelli e sorelle nella fede che abitano i Luoghi Santi sanno che con il vostro contributo, e forse solo con esso, se la loro incolumità non potrà essere garantita, tuttavia almeno le loro scuole potranno riprendere a funzionare, qualche nuova casa potrà essere costruita e, laddove la distruzione è totale, qualche cura sarà garantita”.
Il messaggio chiede poi un supplemento di responsabilità pastorale: far comprendere alle comunità che la Colletta non è una raccolta tra le altre, ma un segno ecclesiale forte. L’obiettivo indicato è quello di accompagnare i fedeli a una partecipazione consapevole, capace di leggere il dono come espressione di fede e appartenenza al Corpo di Cristo.
“Ti prego di far risuonare, con le parole che più si adattano alla sensibilità della tua gente, il nostro dovere di prenderci cura della Terra Santa”, scrivono Gugerotti e Jalakh. “Cerchiamo di fare in modo che la nostra gente arrivi alla Colletta cosciente che dare è un forte segno di fede, che una Terra Santa senza credenti è una terra perduta, perché si smarrisce la memoria viva”.
Su questo punto il richiamo si fa particolarmente netto: custodire la presenza cristiana nei Luoghi Santi non significa solo preservare un’eredità storica o culturale, ma mantenere viva una testimonianza di fede là dove affondano le radici del cristianesimo. Per questo il testo insiste sulla necessità di risvegliare coscienze e senso di comunione ecclesiale.
“Esorta, convinci, risveglia le coscienze, richiamale alla solidarietà di quest’unico Corpo di Cristo che è la Chiesa, estesa su tutte le terre del mondo”, affermano Gugerotti e Jalakh. “Sacrilegio non è solo un atto compiuto contro l’Eucarestia; sacrilegio è anche l’atto compiuto contro il Corpo di Cristo che è la Chiesa”.
Nel messaggio viene richiamato anche il magistero di papa Leone XIV, indicato come voce che continua a tenere desta l’attenzione sulla sorte dei cristiani del Medio Oriente e sulla necessità che possano restare nelle loro terre con diritti, sicurezza e dignità. La prospettiva evocata non è quella di una tregua fragile, ma di una pace vera, costruita nella giustizia e nella condivisione.
“Papa Leone XIV non cessa di richiamare alla mente e al cuore questo impegno ad essere una sola cosa, perché vi sia pace, non provvisoria tregua, non odio perenne, non spese immense per gli armamenti, ma contributo alla rinascita comune”, scrivono Gugerotti e Jalakh. E riportano le parole del Papa: “Vorrei ringraziare Dio per i cristiani che, specialmente in Medio Oriente, perseverano e resistono nelle loro terre, più forti della tentazione di abbandonarle. Ai cristiani va data la possibilità, non solo a parole, di rimanere nelle loro terre con tutti i diritti necessari per un’esistenza sicura. Vi prego, ci si impegni per questo!”.
Nell’ultima parte, il testo assume il tono di una testimonianza diretta e di una supplica. Chi ha visitato quelle comunità, spiegano i due firmatari, conosce da vicino la loro precarietà e sa quanto sia insufficiente limitarsi a parole di consolazione. Da qui l’invito a trasformare la vicinanza spirituale in un aiuto reale.
“Quante volte ho personalmente visitato quelle minoranze cristiane che ogni giorno si svegliano col pericolo di non trovare più spazio per esistere!”, scrivono Gugerotti e Jalakh. “Aiutateci a dare loro una speranza concreta e non soltanto parole di consolazione”.
L’immagine conclusiva riassume bene il senso dell’intero appello: la Colletta può sembrare poca cosa di fronte all’enormità del bisogno, ma proprio per questo non può mancare. Ogni contributo partecipa a una rete di sostegno che consente alle comunità cristiane di resistere, continuare a educare, curare, abitare i Luoghi Santi e custodirne la memoria viva.
“La Colletta per la Terra Santa, con l’inestimabile aiuto quotidiano dei nostri francescani e di quanti animano e lavorano nelle comunità sul posto, sarà una goccia nell’oceano, ma l’oceano, a forza di perdere gocce, sta diventando un deserto”, concludono Gugerotti e Jalakh.

