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COBRA KAI, LA PERDITA DELL’EQUILIBRIO

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Una pura ventata di aria fresca. Basterebbero queste poche parole per descrivere in sintesi che cosa rappresenti Cobra Kai. La serie, disponibile in due stagioni (la terza è già in produzione) sulla piattaforma Netflix e creata da Jon Hurwitz e Hayden Schlossberg, è il sequel dell’amatissima saga cinematografica in quattro atti di Karate Kid, uscita sui grandi schermi di tutto il mondo tra il 1984 e il 1994. Ed è un sequel completamente filologico: gli eventi si ambientano esattamente 34 anni dopo il primo film della saga cinematografica, così come 34 anni esatti sono passati nel mondo reale (la prima stagione di Cobra Kai è stata rilasciata nel 2018, mentre il primo film è del 1984). Non solo: i protagonisti, i mitici Johnny Lawrence e il “Karate Kid” in persona, Daniel LaRusso, sono interpretati dagli stessi attori che fecero la fortuna del franchise al cinema, rispettivamente William Zabka e Ralph Macchio.

Una grande ventata di aria fresca, si diceva. Sì, perché Cobra Kai è una serie tv che fin dal primo istante presenta un elemento che al giorno d’oggi, nell’epoca della pubblicazione massiva dei prodotti d’intrattenimento, in cui la quantità è prioritaria rispetto alla qualità, non è affatto scontato: un grande cuore. La vicenda narrata vuole fare un grande regalo ai fan dell’originale Karate Kid, rispondendo alla classica domanda “Cosa avvenne dopo?”, e presentando i protagonisti dei film, allora adolescenti, alle prese con la quotidianità della vita adulta nel 21esimo secolo. Ma Cobra Kai non è un prodotto solo per i fan: sono tante, infatti, le scene dei film originali piazzate abilmente durante la narrazione, a mò di flashback, da una parte per scaldare il cuore degli appassionati più nostalgici e dall’altra per spiegare in breve tempo il passato dei personaggi a chi si approccia a questa storia per la prima volta.

È tutta questione di equilibrio

Cobra Kai, però, non è solo puro intrattenimento, divertimento e nostalgia. Nonostante la semplicità delle vicende narrate è una serie che vuole raccontare qualcosa: la perdita dell’equilibrio. L’equilibrio, infatti, è uno dei temi principali dell’intero prodotto. Lo è da un punto di vista strutturale, visto che la storia intera è fondata su una sorta di “equilibrio degli opposti”: Johnny Lawrence, il “cattivo” del primo film di Karate Kid, decide di far resuscitare il dojo Cobra Kai, che propone ai giovani una filosofia di arti marziali basata sulla violenza, sul non mostrare pietà, sull’attaccare per primi senza remore; mentre Daniel LaRusso, padre di una famiglia perfetta e titolare di un business che va a gonfie vele (legato alle auto, tributo molto apprezzato a quel “metti la cera e togli la cera” divenuto ormai leggendario nella cultura pop) che decide di tornare al karate per impedire la rinascita di quel Cobra Kai che tanti guai gli aveva procurato da ragazzino. Un classico buoni contro cattivi, insomma. Ma l’equilibrio è pilastro della storia anche a livello narrativo: il ritorno in campo di Daniel, infatti, corrisponde alla rinascita del Miyagi-Do, ovvero la via del karate imparata dal mitico maestro Miyagi, ormai scomparso (così come è scomparso il suo grandissimo interprete, Pat Morita). Una via in cui è l’equilibrio la cosa più importante, che si traduce nella serenità della mente e del corpo, nell’usare le arti marziali solo per difesa, nel non cedere alla rabbia e nel difendere i deboli.

Ma ecco che, puntata dopo puntata, l’equilibrio comincia a scricchiolare. Particolari della vita di Johnny Lawrence cominciano a essere rivelati, portando lo spettatore a empatizzare con lui che “dovrebbe essere il cattivo”, mentre Daniel LaRusso, il “buono”, per la sua incapacità di ascoltare, di creare dialogo invece di scontro, per i suoi pregiudizi, finisce per riportare a galla una rivalità vecchia di 30 anni che non ha più senso di esistere tra adulti (se non nell’ottica di un’imbarazzante crisi di mezza età in salsa artistico-marziale). Una rivalità che, gradualmente, comincia a trasmettersi ai propri giovani allievi, semplici adolescenti americani che passo dopo passo si trovano invischiati in una vera e propria guerra che, sotto la superficie di coreografici colpi di karate, altro non è che una serie di risse violente tra gang rivali. Fino al finale della seconda stagione che, senza rivelare nulla a chi non l’abbia ancora visto, cambia tutto, rendendo molto più pesante il tono del racconto e segnando un punto di non ritorno per Johnny e Daniel, che da colorate icone pop di un’epoca lontana diventano il simbolo di un mondo degli adulti irresponsabile, distratto e incapace di comunicare con quello dei giovani, diventandone guida virtuosa.

L’equilibrio si è spezzato. Ora cosa accadrà?

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