Si è conclusa da poco in Brasile, a Belém, la trentesima Conferenza tra le Parti, la
cosiddetta COP 30, a cui hanno partecipato 190 Stati. Nell’accordo finale gli aderenti si
sono impegnati, tra le altre cose, ad accelerare la transizione energetica e a triplicare i fondi destinati ai Paesi più in pericolo, tuttavia non è stata stabilita alcuna tabella di marcia per l’eliminazione dei combustibili fossili, cioè della causa principale delle emissioni inquinanti e del riscaldamento globale.
Il cambiamento climatico continua a far pesare i propri effetti negativi con conseguenze disastrose in tutto il mondo, con inondazioni, allagamenti, aumento costante della temperatura. Questi effetti si ripercuotono direttamente anche nei luoghi in cui viviamo. I rapporti che i vari enti stilano ogni anno ci segnalano le varie emergenze climatiche
ed ambientali. Numeri che danno Rimini in grossa difficoltà. Nel contesto provinciale, la superficie complessiva delle aree soggette a pericolosità da frane è pari a 189,87 kmq, equivalente al 22% del territorio complessivo. Per quanto riguarda il rischio idraulico a livello comunale, le aree con maggiore intensità di pericolo di alluvione risultano distribuite lungo la fascia costiera. Dati che significano una cosa sola: non è possibile proseguire con il sistema di produzione e di consumo che ci caratterizza da oltre due secoli.
Serve un cambiamento radicale in cui al centro dell’attenzione sia posto l’ambiente e
la qualità della vita. Invece, troppo spesso ci dimentichiamo degli allarmi e anche delle catastrofi che sono avvenute e continuiamo a far finta di niente senza cambiare nulla o quasi. I cambiamenti nel nostro modo di vivere sia pubblico che privato avvengono troppo lentamente, così soprattutto i ceti più svantaggiati pagano il prezzo più alto.

