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Ci si salva solo insieme

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Ogni volta che vengono presi provvedimenti per tentare di arginare i contagi, alla speranza di ottenere gli effetti desiderati sul piano sanitario si accompagna la necessità di interventi per compensare le loro conseguenze economiche.

È stato così nella prima fase della pandemia ed è così nella fase attuale. Con due problemi ulteriori. Il primo è che le nuove misure vanno a incidere in un contesto sociale e produttivo già duramente provato, mentre si stava faticosamente (e con qualche risultato) cercando di risalire la china.

Il secondo è che ora si è diffusa la percezione che non tutti hanno pagato (in tutti i sensi) allo stesso modo. In parte a causa di alcune gravi disfunzioni – per esempio nell’erogazione delle prestazioni compensative – ma soprattutto a motivo della natura stessa delle attività costrette a ridurre o a interrompere il loro percorso ordinario.

A fronte di settori che hanno visto quasi azzerare il loro fatturato, ci sono comparti economici che lo hanno addirittura incrementato. Ed è del tutto evidente che i lavoratori protetti da contratti stabili hanno subìto conseguenze non comparabili rispetto a coloro che operano in ambiti non garantiti, come i precari e gli autonomi.

Se dunque nella prima fase era praticamente inevitabile distribuire aiuti a pioggia (e c’è chi se n’è approfittato accedendo ai sussidi pur non avendone bisogno), adesso gli interventi di sostegno e di ristoro devono essere modulati con molto più discernimento. Perché non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali tra disuguali, come affermava don Milani.

E le risorse, per quanto moltiplicate dagli aiuti europei, non sono illimitate. C’è inoltre il rischio che sulle scelte dell’autorità politica pesino in modo sproporzionato le richieste dei soggetti che hanno più capacità di pressione e che alzano di più la voce, anche se talvolta non sono i più colpiti.

Non a caso il capo dello Stato, che non perde occasione per chiedere alle istituzioni di ogni livello una “leale e fattiva collaborazione”, ha richiamato anche “ogni ambiente produttivo e professionale” alla necessità di non trincerarsi nella difesa della propria nicchia di interesse. “Perché non vi sono interessi che possono essere tutelati se prima non prevale l’interesse generale di sconfiggere la pandemia”, ha detto Mattarella, “qualunque altro interesse particolare sarebbe travolto e scomparirebbe”.

È una pericolosa illusione quella di poter lucrare economicamente e politicamente sulla pandemia. Nel brevissimo periodo può sembrare possibile e redditizio, ma in prospettiva – una prospettiva comunque ravvicinata – resta vero che il Paese si salva tutto insieme o non si salva. I segnali inquietanti che arrivano da proteste violente, orchestrate da gruppi estremisti e da organizzazioni criminali, ricordano a tutti che non è il momento delle ambiguità e delle manovre di palazzo.

Stefano De Martis

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