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Chi è Paolo Danei della Croce

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Paolo Danei della Croce

Paolo Danei della Croce

Il Fondatore dei Passionisti è nato in Ovada, provincia di Alessandria, il 3 gennaio 1694 da Luca Danei e Anna Maria Massari famiglia benestante e cristiana. Luca era commerciante di stoffe, tabacchi e altri generi, in un piccolo negozio e ambulante nei mercati. Anna Maria dedita alla faccende di casa e all’educazione dei figli. Coppia felice e feconda. Ebbero ben 16 figli. A causa di malattia, solo 6 raggiunsero l’età adulta: Paolo, il più grande, Giambattista, il secondo, poi Teresa, Giuseppe, Caterina e Antonio.

Anna Maria educava i suoi figli anche attraverso la lettura della vita dei Padri del deserto, la vita avvincente di quei santi che, con i loro esempio di preghiera, penitenza, ascolto della parola di Dio, erano dei veri combattenti contro i vizi e le tentazioni del demonio. Altre volte raccontava loro la Passione di Gesù.

Mostrava il Crocifisso come modello con cui confrontarsi e mentre lo pettinava con i capelli ricci gli diceva: “Guarda, figlio mio, quanto ha sofferto Gesù!”. C’è da chiedersi se nell’oggi, l’educazione che presenta ai bambini solo modelli di vita assertivi e volitivi, non sia poi all’origine di tante vite distrutte, infelici, incapaci di portare a termine un impegno!

Intorno ai dieci anni, il papà Luca, vedendo Paolo ben dotato di intelligenza e memoria, lo affidò ad un amico religioso carmelitano di Cremolino. In casa si dedicava allo studio e alla lettura.

Per il lavoro, la famiglia Danei si trasferisce a Cremolino, a Campo Ligure, vicino Genova, per cinque anni, poi a Tortona per tre. Paolo crebbe all’ombra del papà e del suo lavoro di commerciante. Con lui trascorse la sua gioventù, aiutando secondo le esigenze che si presentavano.

Cresceva in lui la sua esperienza spirituale, tanto che un giorno, mentre ascoltava il discorso di un parroco, ebbe una particolare illuminazione interiore. Aveva 19 anni e una luce soave lo guidò a guardare in profondità sé stesso e a scoprirsi bisognoso di conversione. Fece allora una confessione generale e concluse di impegnarsi totalmente per Dio.

Gli vennero forti dubbi di fede che gli facevano perdere la serenità. Cercò conforto nella preghiera e frequentò l’adorazione eucaristica. Il giorno di Pentecoste sentì la sua anima risollevarsi. Ma sentiva di dover dare tutta la sua vita per Gesù. L’occasione propizia fu l’allarme di papa Clemente XI ai prìncipi d’Europa affinché organizzassero un esercito a difesa dei regni cristiani contro l’espansionismo dell’impero mussulmano.

Si recò a Crema, in Lombardia, e si arruolò volontario. In attesa della partenza passava il suo tempo libero in una chiesa dove era esposta l’Eucaristia per l’Adorazione delle Quaranta Ore. Paolo comprese che non era quella la strada per cui lo chiamava Iddio. Da tempo notava l’enorme differenza tra la sua vita e quella degli altri soldati, l’opportunismo delle loro scelte, la mondanità dei loro pensieri e progetti. Si disimpegnò da loro e tornò in famiglia a Castellazzo.

Cresceva in lui il desiderio di servire Dio. Si iscrisse alla confraternita di Sant’Antonio Abate. Ne seguì tutti gli esercizi e le preghiere. Ne divenne priore. Lo zio sacerdote don Cristoforo Danei pensò di lasciare a lui in eredità i suoi beni per farlo sposare una giovane del suo paese.

Paolo aveva ventiquattro anni. Conservò per sé solo il breviario dello zio e continuò ad animare la confraternita e a fare catechismo la domenica, a interessarsi dei poveri e visitare gli ammalati e fare ritiri nelle campagne circostanti. Organizzò un gruppo di carità tra i coetanei per raccogliere offerte per i poveri e cure per i malati.

Il parroco di Castellazzo padre Girolamo cappuccino invitò Paolo a farsi consigliare dal confratello padre Colombano di convento a Ovada. Paolo accettò e periodicamente si recava da Colombano, percorrendo a piedi i trenta chilometri che separano Castellazzo da Ovada.

Paolo rivelò a padre Colombano che da qualche tempo si sentiva ispirato a ritirarsi dal mondo, nella solitudine e nella preghiera, ma non si sentiva libero dagli impegni che aveva nella sua famiglia. Per una ferita al piede fu costretto a stare a letto. Fu improvvisamente agitato da qualcosa, ed emise grida altissime di rabbia e disperazione.

Il fratello Giambattista e la sorella Teresa furono presi da grande spavento. Quando ritornò in sé Paolo aveva l’orrore dipinto nel volto. Chiese di vedere padre Girolamo e a lui raccontò la visione orribile che aveva avuto dell’Inferno, dell’eternità di quella pena e della fatica che faceva anche solo a parlarne. In questo tempo furono trasferiti i padri Girolamo e Colombano e subentrò a suo direttore spirituale don Policarpo Cerruti nuovo parroco.

Questi, per un misterioso progetto del Signore, gli consigliò proprio le meditazioni dei novissimi, dell’Inferno e del Paradiso, del giudizio di Dio e della morte. Lo Spirito Santo accompagnò questo cammino e nella meditazione del Paradiso si sentì nuovamente rapito e conobbe come l’anima beata si comunica in Dio. Don Policarpo riconobbe in Paolo i segni dell’azione particolare di Dio e lo mise in contatto con monsignor Francesco Maria Arborio di Gattinara, religioso barnabita, Vescovo di Alessandria e poi di Torino. Il Vescovo rimase colpito dal giovane e gli chiese di mettere per iscritto ogni cosa.

Paolo racconta la sua esperienza al Vescovo

“L’estate passata (1720), non mi sovviene né il mese, né il giorno, perché non l’ho scritto, so bene che era in tempo che si raccoglie il grano, in giorno feriale feci indegnamente la santa Comunione nella chiesa dei padri Cappuccini di Castellazzo, e mi ricordo che fui molto raccolto, dopo mi partii per andarmene a casa e per la strada andavo raccolto come in orazione.

Quando fui in una strada per voltare verso casa, fui elevato in Dio con altissimo raccoglimento, con scordamento di tutto e grandissima soavità interiore. In questo tempo mi vidi vestito di nero sino a terra, con una croce bianca in petto e sotto la croce avevo scritto il Nome Santissimo di Gesù in lettere bianche, ed in questo istante mi sentii dire queste parole: E’ questo in segno di quanto debba esser puro e candido quel cuore che deve portare scolpito il Nome Santissimo di Gesù”.

“Di lì a poco tempo vidi in spirito a porgermi la santa tunica con il Nome Santissimo di Gesù e la croce tutta bianca, a riserva la tunica nera; ed io con giubilo di cuore l’abbracciavo… Nel vedermi porgere la santa tunica non vedevo forma corporea, come dire figura d’uomo, questo no, ma in Dio; cioè l’anima conosce che è Dio, perché glielo fa intendere con moti interni del cuore ed infusa intelligenza nello spirito, e tanto altamente, che è difficilissimo a spiegarsi, perché l’anima è tanto quello che intende, che non si può né dire, né scrivere”.

“Dopo queste visioni della santa tunica con il santo segno, mi ha dato Iddio maggior desiderio ed impulso di aggregare compagni e con il permesso di Santa Madre Chiesa fondare una Congregazione intitolata: I poveri di Gesù. E dopo ciò il mio Dio mi ha fatto restare infusa nello spirito la forma della Regola santa da osservarsi dai poveri di Gesù e da me suo minimo ed indegnissimo servo”.

Ricevuta questa relazione, il Vescovo esaminò ogni cosa e prese tempo per dare il suo giudizio. Contattò il padre Colombano per sentire il suo parere e avere ulteriori lumi sulla bontà del cammino di Paolo.

Paolo fu tormentato dal dubbio se non fosse meglio per lui, semplicemente laico, abbracciare una delle forme di vita religiosa che già esistevano. A questo punto ebbe una visione mariana: gli apparve la Madonna vestita con l’abito nero e con il segno del cuore e della croce sul petto. Questa visione lo riempì di serenità, sentendosi protetto e incoraggiato dalla Vergine Maria.

Il 21 novembre visitò tutte le chiese di Castellazzo e la sera salutò i familiari, cantando insieme a loro il Te Deum e il Miserere. L’indomani, venerdì 22 novembre 1720, partì per Alessandria. Il Vescovo, in una cappella privata dell’episcopio, benedisse l’abito e vi rivestì Paolo nella stessa ora in cui Gesù offrì la sua vita per l’umanità.

Vestito l’abito di penitenza, senza ancora alcun segno sul petto, il Vescovo ordinò a Paolo di fare un ritiro di quaranta giorni, un tempo di preghiera e discernimento sulle ispirazioni che Dio gli dava e, in particolare, un tempo per mettere per iscritto la Regola di vita per lui stesso e per i compagni che lo avrebbero seguito.

Paolo scelse di ritirarsi nella chiesa parrocchiale di San Carlo a Castellazzo. Vi era una stanzetta vicino alla sacrestia, un sottoscala, lì avrebbe atteso le mozioni dello Spirito Santo e redatto una relazione dettagliata per il Vescovo. Incominciò il 23 novembre 1720 e finì il 1° gennaio 1721. Per scrivere la nuova Regola impiegò sei giorni, dal 2 al 7 dicembre. Scrisse con grande impulso interiore, come guidato dallo Spirito Santo.

Consegnò la Regola al Vescovo e questi al padre Colombano perché la esaminasse. L’esito fu molto positivo e il Vescovo approvò la regola e gli fissò, come primo luogo della sua residenza, l’eremo della Santissima Trinità, una chiesa a un paio di chilometri da Castellazzo e dopo quindici giorni lo trasferì nella chiesa di Santo Stefano, più vicina al paese, in modo che potesse trovare un maggior frutto nell’apostolato tra la gente facendo il catechismo.

La domenica prese il crocifisso e andò per le vie del paese, suonando un campanello e invitando nella chiesa di San Carlo. Accorsero da ogni parte, bambini e adulti, per ascoltare il singolare predicatore. Il vescovo fu entusiasta di questo inizio, tanto che gli diede un permesso speciale per predicare dal pulpito. Dai paesi vicini lo richiedevano a predicare. Si unì a Paolo il fratello Giambattista e resteranno uniti sino alla morte.

Comincia il lungo peregrinare a Roma per l’approvazione del Papa, nel settembre 1721. Non fu ricevuto. Prima di lasciare Roma visitò la basilica di Santa Maria Maggiore e lì, di fronte all’immagine della Madonna, Salus Populi Romani, si consacrò alla Passione di Gesù e promise di propagandarne la devozione nel mondo.

Paolo ha 27 anni ed ora inizia la parte più difficile e complicata per impiantare la Congregazione: nuove vocazioni; costruzione di conventi; richiesta di permessi e varie difficoltà; presenza diabolica in varie situazioni; direzione spirituale; epistolario; guida della congregazione; predicazioni di missioni al popolo ed esercizi spirituali. La sua lunga vita termina il 19 ottobre 1775 a Roma, alla bella età di 81 anni.

Papa Clemente XIV Ganganelli

Papa Clemente XIV fu grande amico e ammiratore di san Paolo della Croce. Con la Bolla Supremi Apostolatus ha approvato solennemente il 16 novembre 1769 la congregazione passionista e le monache passioniste di Tarquinia (VT).

Il Papa ha mantenuto la promessa fatta a Paolo di procurargli una casa più grande a Roma: la casa e la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo posta sul colle Celio, in prossimità delle rovine del Colosseo il 9 dicembre del 1773. La basilica risale alla fine del IV secolo dell’era cristiana.

Era allora frequentata da gente povera, campagnoli e ortolani, ai quali i passionisti furono ben lieti di dedicare le loro cure pastorali. Diciassette religiosi vi si trasferirono in quel giorno privatamente , cantando il Te Deum di ringraziamento. Quella stessa notte si alzarono per la preghiera in canto del mattutino. Pochi giorni dopo il numero dei religiosi salì a trentaquattro. Il Papa fece inviare libri e suppellettili ai Santi Giovanni e Paolo. Ben presto si poterono accogliere persone ecclesiastiche e laiche per gli esercizi spirituali.

Un libro che non può mancare nelle famiglie

La copertina del libro Beato Pio Campidelli. Fa rivivere quanto celebrato, sperimentato e condiviso nel centenario del 150° della nascita del Beato Pio. E’ un libro che non può mancare in ogni famiglia della nostra Diocesi. Manifesta la gratitudine verso il giovane Beato Pio il quale prima di morire esclamò: “Offro la vita per la mia diletta Romagna”.

Richiederlo ai Padri del Santuario, tel. 0541/680138; cell. 333.4700174.

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