Il Ponte

C’È SPERANZA? LA TESTIMONIANZA ALLA VIA CRUCIS DEL PAPA

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Dopo anni così sfidanti e duri per ognuno di noi, il clima che si vive maggiormente è quello di una sfiducia. La sfiducia non è solo rispetto a chi ci governa o a come si amministra lo Stato. Non è una sfiducia sul mercato o su come si possono spendere i propri risparmi, come spesso ci si sente dire. È una sfiducia più radicale; più radicata all’interno dello sguardo che ognuno di noi ha sulla realtà. È come se ci si potesse aspettare di tutto: dopo una pandemia mondiale e una (quasi) terza guerra mondiale, gli occhi sono stanchi e la bocca si apre per poter esaurire le proprie energie con gemiti di lamento. In mezzo a questo trambusto, sorge, nel cuore, la domanda: “Ci può essere unità?”. Che parafrasata è: “C’è speranza?”. Con unità non si deve pensare a un’opinione comune condivisa, perché l’opinione di fronte alla verità non regge. Si intende quell’unità che solo la coscienza di essere fratelli e sorelle può dare. Un’unità che non c’entra con l’essere tutti amici, non si sta parlando di un’unità utopistica. Ma un’unità viva, che lega i cuori perché uniti dalle stesse esigenze, dagli stessi bisogni.

L’immagine di Albina e Irina – quest’ultima è un’infermiera ucraina, mentre Albina è una studentessa russa di Scienze infermieristiche, entrambe lavorano e studiano al Campus biomedico di Roma – che portano la Croce durante la XIII stazione nella via crucis indotta dal Papa, è paradigmatica dell’unità do cui si sta parlando. È un’unità che spacca gli schemi ideologici o partitici e mira all’essenziale. È un’unità che abbraccia – come il colonnato di piazza San Pietro – la comunità degli esseri umani e la bellezza del pianeta in cui l’essere umano prende forma. Etty Hillesum, scrittrice olandese ebrea vittima dell’Olocausto, descrive l’unica medicina contro il male dell’uomo verso l’altro uomo: l’amore. “Tutte le catastrofi vengono da noi stessi. Perché c’è la guerra? Forse perché ogni tanto ho l’inclinazione a trattar in malo modo il prossimo. Perché io e il mio vicino e noi tutti non abbiamo abbastanza amore nel profondo, eppure possiamo sconfiggere la guerra e persino tutte le sue escrescenze interiori, ogni giorno, ogni istante, sprigionando l’amore che abbiamo dentro, in modo da concedergli una chance per vivere”. È un amore verso l’altro fratello che non nasce da un ideale lontano, ma da una vera e propria incarnazione. L’unica incarnazione che ci rende fratelli dei nostri nemici e nessuno come Sophie Scholl, attivista tedesca appartenente alla Rosa Bianca, l’ha descritto così bene: “Quando osservo gli uomini accanto a me, o anche me stessa, provo un profondo rispetto per l’uomo, perché Dio è disceso sulla terra per lui. D’altro canto, però, questa sarà sempre una cosa del tutto incomprensibile per me. Sì, ciò che meno riesco a comprendere di Dio è proprio questo Suo amore”.

Affinché questa unità non sia qualcosa di astratto, ma profondamente carnale, si consiglia la lettura del brano di Dostoevskij, tratto da “Diario di uno scrittore” del 1877 in cui racconta le dinamiche geopolitiche del tempo. Lo scrittore dà uno spunto interessante per leggere quello che anche a noi sta capitando. “È evidente che è arrivato il termine di qualche cosa di eterno, di millenario, di ciò che è andato preparandosi nel mondo dall’inizio stesso della sua civiltà. Tre idee si presentano al mondo. Da una parte – al margine dell’Europa – l’idea cattolica, condannata, in attesa, in grandi sofferenze e dubbi, di sapere se debba essere o non essere, se debba continuare a vivere o se non sia arrivata la sua fine. Io non parlo soltanto della religione cattolica, ma di tutta l’idea cattolica, del destino delle nazioni che si sono formate secondo questa idea nel corso di un millennio e ne sono permeate. In questo senso la Francia, per esempio, sarebbe la più piena incarnazione dell’idea cattolico, nel corso di secoli, alla testa di questa idea, ereditata, s’intende, dai romani e secondo il loro spirito. Questa Francia che adesso ha perfino perduto, quasi tutta, qualsiasi religione (gesuiti e atei sono qui la stessa cosa), che ha chiuso più di una volta le sue chiese ed ha piegato una volta alla votazione di una assemblea perfino Dio, questa Francia che ha sviluppato dalle idee del 1789 un suo proprio socialismo, cioè l’acquietamento e l’organizzazione della società umana senza Cristo e fuori di Cristo, come voleva, ma non seppe, organizzarla in Cristo il cattolicesimo, questa stessa Francia anche nei rivoluzionari della Convenzione e nei suoi atei e nei suoi socialisti è ancora e continua ad essere al massimo grado una nazione cattolica in tutto e per tutto, contagiato dallo spirito e dalla lettera cattolici, e proclama con le labbra dei suoi più duri atei Liberté Égalité Fraternité ou la mort, cioè proprio ciò che proclamerebbe il papa, se fosse costretto a proclamare e formulare una liberté égalité fraternité cattolica, col suo stile, il suo spirito, l’autentico stile e spirito del papato dei secoli di mezzo… Dall’altra parte, insorge il vecchio protestantesimo, che protesta contro Roma già da diciannove secoli, contro la sua idea universale di dominare l’uomo su tutta la terra, e moralmente e materialmente, contro la sua civiltà, fin dai tempi di Arminio e della Foresta di Teutoburgo. È questo il Germano, il quale crede ciecamente che solo in lui sia il rinnovamento dell’umanità e non nella civilizzazione cattolica. In tutta la sua storia egli ha soltanto sognato, ha soltanto bramato la sua unione nazionale per proclamare la sua superbia ideale, già fortemente formulata e concentrata nell’eresia luterana… egli crede che non vi sia null’altro al mondo più alto dello spirito e del verbo tedesco e che soltanto la Germania possa pronunziarlo. Gli sembra perfino ridicolo supporre che ci sia nel mondo qualcosa, sia pure soltanto in embrione, che possa avere in sé qualche elemento che non possa avere la Germania, destinata alla guida del mondo. Non sarebbe tuttavia superfluo notare, sia pure tra parentesi, che nell’arco della sua esistenza la Germania, non facendo altro che protestare, non ha pronunziato affatto la sua nuova parola ed ha vissuto tutto il tempo soltanto negando e protestando contro il suo nemico, così che, per esempio, è possibilissimo che si verifichi la strana circostanza che quando la Germania riporterà definitivamente la vittoria e distruggerà ciò contro cui ha protestato per diciannove secoli, ad un tratto toccherà anche a lei di morire spiritualmente, subito dopo il suo nemico, perché non avrà più ragione di vivere, non avendo nessuno contro cui protestare…

Effettivamente ad Oriente s’è accesa e brilla di una luce inaudita e mai vista la terza idea mondiale, l’idea slava, un’idea sempre crescente, forse la terza futura possibilità di decidere i destini umani e dell’Europa. È a tutti chiaro, ora, che con la soluzione della questione d’Oriente entrerà nell’umanità un fattore nuovo, un elemento nuovo, che finora è stato passivamente inerte, ma in ogni modo, per dirlo in poche parole, non potrà non influire sui destini del mondo con eccezionale forza e decisione. Che idea è mai questa, che cosa porta in sé l’unione degli slavi? Tutto ciò è ancora troppo indeterminato, ma che veramente debba essere detto qualcosa di nuovo, nessuno ne dubita. E tutte e tre queste enormi idee mondiali si sono incontrate nella loro soluzione, quasi nello stesso tempo. Tutto ciò naturalmente non sono capricci, non è la guerra per una qualsiasi successione o per dispute di due dame d’alto rango. Qui c’è qualcosa di generale e di definitivo, che se non decide di tutti i destini umani, porta tuttavia senza dubbio con sé il principio della fine di tutta la precedente storia dell’umanità europea, il principio della decisione dei suoi più lontani destini, che sono nelle mani di Dio e di cui l’uomo non può indovinare quasi nulla, sebbene possa averne il presentimento”.

Quello che vedeva Dostoevskij quasi due secoli fa, è il presagio di ciò che sta accadendo oggi e le parole di Etty e Sophie ci aiutano a rispondere alla domanda iniziale: “C’è speranza?”.

Emilia Protti

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