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Beni confiscati: Rimini all’ombra della mafia

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Quando si parla di mafia, per istinto si è portati a pensare che non ci riguardi. Purtroppo, però, si è molto lontani dalla verità. La presenza della criminalità organizzata a Rimini è una realtà. Comprovata, concreta, inequivocabile. Per questo motivo è fondamentale la sensibilizzazione, proprio per diffondere il più possibile la consapevolezza che la mafia, purtroppo, è anche affar nostro.

Sensibilizzazione che dal 2013 è portata avanti sul territorio dall’Osservatorio sulla criminalità organizzata della provincia di Rimini, un progetto finalizzato all’approfondimento dei fenomeni mafiosi nel riminese e alla promozione della cultura della legalità. Tanti i lavori prodotti dall’Osservatorio negli ultimi anni: l’ultimo, presentato proprio pochi giorni fa, è Confiscati. Alla scoperta dei beni sottratti alla criminalità organizzata in provincia di Rimini, un tour virtuale nei territori della nostra provincia che ha lo scopo di illustrare, in modo dettagliato, tutti i beni confiscati alla mafia nel territorio riminese.

avvocato Patrick WildUn lavoro, nella forma di un video esplicativo di circa 15 minuti, che rende ancora più evidente quanto la mafia sia vicina ai luoghi della nostra quotidianità. Autore di questo lavoro è Patrick Wild, avvocato riminese (foto piccola) impegnato da anni con l’Osservatorio e fondatore del GAP – Gruppo Antimafia Pio La Torre, altra importante associazione di promozione sociale impegnata sui temi della legalità e dell’antimafia.

Avvocato Wild, da quali esigenze e con quali obiettivi nasce questo lavoro?

“Si tratta di un impegno che incrocia altre precedenti esperienze realizzate con l’Osservatorio. Penso ad esempio al progetto ‘Riviera Mafie Tour’ del 2014: un’iniziativa che consisteva nel portare, utilizzando un bus, gli studenti di Rimini e gli amministratori locali a visitare i luoghi del territorio riminese legati alla criminalità organizzata. Non solamente beni confiscati, ma bische clandestine, luoghi che sono stati teatro di regolamenti di conti tra clan rivali, ecc. Col tempo, poi, è tornata attuale l’esigenza di aggiornare il patrimonio conoscitivo rispetto alla situazione dei beni confiscati alla mafia a Rimini, perché l’ultimo lavoro di questo tipo, realizzato sempre dall’Osservatorio, risaliva al 2015. Tutto questo, unito alle circostanze legate alla pandemia, ci ha portato a voler realizzare questo tour virtuale, con l’obiettivo di diventare un utile strumento per gli amministratori locali che volessero portare avanti dei progetti di riutilizzo di questi beni, per restituirli alla collettività”.

Cos’è cambiato dall’ultimo aggiornamento del 2015?

“È un quadro complesso. L’iter per arrivare al riutilizzo di un bene confiscato è piuttosto lungo, e sostanzialmente questi ultimi anni hanno visto andare avanti queste procedure, anche se a piccoli passi. Una complessità burocratica che ancora non ha portato a uno sblocco definitivo dei beni. Difficile, dunque, rispondere: in termini generali possiamo dire che dal punto di vista del riutilizzo dei beni confiscati la provincia di Rimini è ancora abbastanza indietro rispetto, ad esempio, ad altre province limitrofe della Romagna”.

Allargando la prospettiva: parlando di mafia, spesso ci si immagina quella del meridione, con i suoi metodi “classici”, ben noti nell’immaginario collettivo. Corrisponde a verità o siamo di fronte a uno sviante cliché? Che tipo di mafia è presente a Rimini?

“Occorre prestare attenzione in questo senso, perché da un luogo comune si è poi creato un cliché opposto: per anni, infatti, riferendosi alla situazione del nord Italia si è parlato solo di ‘mafia in giacca e cravatta’. Una sorta di ‘mafia gentile’, che si occupa solo di fare affari. Col tempo, però, diverse indagini hanno evidenziato come dietro a una mafia penetrata nel settore economico romagnolo, soprattutto nel mondo del turismo, rimane sempre costante l’aspetto della violenza. Non mancano le estorsioni, le rappresaglie, le gambizzazioni: in sostanza, dunque, non c’è mai la rinuncia ad un metodo che è quello classico mafioso”.

Confiscati, ecco la situazione a Rimini

rimini antimafiaQuali sono, dunque, i beni confiscati alla mafia nel territorio riminese? Ne riportiamo alcuni di seguito, con l’invito ad approfondire tutti i dettagli sul sito dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata di Rimini (www.osservatoriolegalitarimini.it). Con una dovuta premessa: le informazioni riportate nel lavoro dell’Osservatorio provengono da provvedimenti giudiziari, rapporti istituzionali e articoli di stampa.

Tutte le persone citate sono da considerarsi non colpevoli fino a giudizio di condanna in via definitiva. Bellaria Igea Marina: nel 2012 il Tribunale di Cosenza ha confiscato il Ristorante degli Artisti, facente parte del patrimonio del cosentino Agostino Briguori, secondo i magistrati calabresi personaggio di spicco della cosca della ’ndrangheta dei Muto. Dalle indagini è emerso che il ristorante era stato acquistato grazie a proventi derivanti da estorsione e usura.

Il Comune di Bellaria Igea Marina ha manifestato da subito l’interesse a gestire il bene per realizzare un progetto a fini sociali, ma l’iter giudiziario si è concluso solo nel 2018, stabilendone la confisca definitiva. Viserba: appartamento con garage in via Amendola. La Direzione Investigativa Antimafia di Bari, nel 2013, ne chiede e ottiene la confisca, contestualmente ad altri beni in Puglia. Il filo conduttore è la figura di Antonio Demarzio, noto alla magistratura per reati di estorsione e usura. Sempre a Viserba, confiscati diversi veicoli, anche di lusso, del Parco Auto della Viserba Rent, società di autonoleggio risultata essere in mano alla criminalità organizzata.

Nel 2019, la cosiddetta “Operazione Hammer” della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna ha sventato una violenta guerra tra clan della camorra presente sulla riviera romagnola.

Rimini e Riccione: tre night club finiscono sotto l’attenzione degli inquirenti. Il Lady Godiva (Rimini), La Perla e il Pepenero (entrambi a Riccione). I primi due sono sequestrati nell’ambito di “Mirror”, l’indagine che nel 2013 ha portato alla luce la presenza sul territorio di due organizzazioni criminali in guerra per avere i locali. Qualche mese più tardi, anche il Pepenero è sequestrato a seguito dell’inchiesta sulla bancarotta fraudolenta che ha visto coinvolto anche Francesco D’Agostino, campano, recentemente condannato in via definitiva per usura nei confronti di un imprenditore di Gabicce.

Nel caso de La Perla, la collaborazione tra Comune, Tribunale e Amministratore giudiziario ha reso possibile la riappropriazione di quegli spazi, al fine di realizzare (per un breve periodo) un progetto sociale rivolto al mondo dei giovani (il centro culturale Yellow Factory).

Santarcangelo di Romagna: a pochi passi dal centro storico, la magistratura ha disposto la confisca definitiva di un appartamento nella disponibilità di Rosario Pio De Sisto. Secondo quanto emerso dall’indagine “Idra”, De Sisto sarebbe legato al clan Nuvoletta, e in riviera avrebbe fatto una piccola fortuna operando tra il settore alberghiero, attraverso truffe ed estorsioni, entrando anche in conflitto con i camorristi rivali di Viserba.

Cattolica. Ardian Kazazi, vecchia conoscenza della giustizia italiana, che sulla riviera romagnola aveva costruito un piccolo impero, soprattutto grazie al traffico di droga. Nel 2001 gli viene sequestrata, dal Tribunale di Bari, una villa e lui è incarcerato. Successivamente, Kazazi è coinvolto nell’indagine chiamata “Criminal Minds”, per la quale patteggerà per i reati di tentata estorsione e sequestro di persona ai danni di un imprenditore di San Marino.

Nel 2010, l’immobile è assegnato alla Guardia di Finanza, che però non ne ha mai preso possesso, anche perché nel frattempo la società che aveva venduto l’immobile a Kazazi ne ha rivendicato la proprietà. Nel 2018 la Cassazione rigetta il ricorso, e lo Stato diventa legittimo proprietario del bene. Visto il rifiuto all’utilizzo da parte delle Fiamme Gialle, il Comune di Cattolica l’ha destinato a un progetto di housing sociale, finalizzato a fronteggiare l’emergenza abitativa. Il progetto, però, è ad oggi ancora in attesa: seppure confiscato, infatti, l’immobile risulta occupato da un altro inquilino.

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