Home Attualita “Bangladesh: il mio cuore è insanguinato”

“Bangladesh: il mio cuore è insanguinato”

Dacca-funerali-allo-stadio

Nel dicembre scorso, dopo 22 anni ed 1 mese di vita missionaria in Bangladesh, Madre Luisa Falsetti è ritornata in Italia e si è reinserita nella comunità delle Maestre Pie di Rimini. I suoi 86 anni, anche se portati ottimamente, assieme alla fatica di vivere in un ambiente climatico caldissimo ed umido, le hanno fatto accettare il consiglio di ritornare in Patria, anche se per lei il Bangladesh era diventata la seconda Patria! La sua soddisfazione è però grande, sapendo che lascia una comunità di tante suore bangladesi giovani, ben preparate, attive e ricche di fede: con loro continuerà a collaborare da Rimini cercando di provvedere alle tante necessità ed ai progetti sempre nuovi.
In questi giorni l’abbiamo incontrata ed abbiamo colto come la sua “passione missionaria” (così si intitolava il libro del 25° della Missione in Bangladesh delle Maestre Pie) oggi è diventata “pena missionaria” con un dolore straziante per quanto accaduto la settimana scorsa a Dhaka. Piange gli amici uccisi, quelli con cui tante volte aveva condiviso momenti di ritrovo tra italiani e spesso la Messa domenicale, quelli che non mancavano di farle avere un aiuto concreto per le sue opere a favore dei più poveri; e piange per i bangladesi ancora una volta coinvolti in storie tragiche di vessazione, di ricaduta nel baratro della povertà proprio quando la loro intraprendenza e la voglia di lavorare aveva dato loro la speranza di una vita migliore.
“È stata uccisa la speranza – dice tristemente M. Luisa – in un Popolo che ho ben conosciuto apprezzandone l’indole pacifica, la capacità di accogliere l’altro con gioia e generosità, la curiosità verso lo straniero che poteva stupire a prima vista, ma che significava interesse per chi appariva diverso e si desiderava conoscere”.

Conoscevi degli imprenditori dell’abbigliamento che operano in Bangladesh?
“Ne ho conosciuti parecchi di italiani, ma anche di altre nazioni europee, che per anni sono vissuti a Dhaka alternando viaggi faticosi, brevi soggiorni in Italia ed affrontando rischi e delusioni oltre a successi, non sempre assicurati. Tanti di loro, conoscendo attraverso i collaboratori del luogo anche le loro storie e le loro difficoltà, si erano fatti promotori di gesti concreti di solidarietà per chi affrontava malattie e cure costose, per chi non aveva la casa o non riusciva ad assicurare la scuola ai numerosi figli. Molti di loro non si dimenticavano del mio impegno con i bambini di strada e venivano a trovarmi, mai a mani vuote. Quanti episodi belli sono stampati nei miei ricordi!“

Ti ho visto piangere quando hai saputo della morte crudele di Claudia D’Antona.
“Claudia era venuta in Bangladesh due anni dopo di me, verso il 1995. La conobbi e nacque subito una simpatia reciproca. Alta, elegante in modo semplice, cordiale e generosa volle sapere il motivo della presenza di noi, Maestre Pie, in questo Paese. Le raccontai della grande povertà della popolazione soprattutto nel campo educativo: molti bimbi erano «di strada». Claudia fece un attimo di silenzio e poi soggiunse: «Anche le donne hanno una grande povertà e spesso si trovano sole. Ho saputo che è urgente approntare un primo soccorso alle donne, giovani e non, sfregiate con l’acido. Un fenomeno terribile ed ancora praticato dagli uomini che le vogliono punire. Mi voglio interessare di loro». Infatti, si buttò anima e corpo in quest’opera con l’aiuto di un medico italiano, anche se i fondi per iniziare non c’erano! Ma la sua tenacia riuscì ad arrivare a tutto. Anch’io diedi il mio obolo: era un’offerta ricevuta da amici in vista del lavoro con i bambini che allora non avevamo ancora iniziato. Spesso Claudia mi ricordava questo episodio con gratitudine quando ormai la sua opera con le donne sfigurate dall’acido cloridrico era diventata solida, importante, allargata alla collaborazione di tanti medici italiani che venivano per interventi di chirurgia plastica e che lei ospitava a casa sua durante il periodo di lavoro a Dhaka. Claudia era felice per questo Centro specialistico voluto da lei e cresciuto nel tempo per mole di lavoro e per interventi speciali.
Conservo il biglietto che accompagnava un suo dono come segno di saluto prima del mio rientro in Italia: ricordava questo amore per i Poveri imparato e vissuto insieme…”.

Mi raccontavi della capacità di accoglienza ed ospitalità di Claudia.
“Un altro fatto che svela il suo amore per gli Italiani e il desiderio di farli sentire «a casa» è memorabile per me. Era il 26 novembre del 2000 e ricorrevano 50 anni dalla mia entrata in Convento: venutolo a sapere Claudia ha voluto festeggiare questa ricorrenza assieme al compleanno di Simona Lepri, da poco arrivata a Dhaka ed ancora un po’ disorientata. Sul suo terrazzo preparò una semplice festa preceduta da una breve preghiera, poi musica, canti, danze… Gianni, il marito, funzionava da cuoco, addetto alla griglia con salsicce, ecc.
Claudia non perdeva occasioni per invitare in casa sua italiani arrivati da poco oppure ormai residenti in Bangladesh. Non misurava spese e fatica e Gianni era sempre al suo fianco. Esprimevano davvero amore per la bella ITALIA venato da un po’ di nostalgia. Claudia rimarrà sempre nel mio cuore, mentre prego che possa godere per sempre la gioia che ha saputo donare agli altri”.

Conoscevi bene anche un’altra vittima dell’attacco terroristico al ristorante di Gulshan, Nadia Benedetti.
“Anche Nadia Benedetti era un’amica fedele e generosa. Da circa 15 anni sosteneva alcuni studenti del Centro Carlotta con una borsa di studio gestita dalle Maestre Pie di Dhaka. Il primo lo aiutò fino al diploma di scuola superiore. Altri li stava seguendo ora, sempre puntale con il suo contributo. Quando parlavo con Nadia del suo primo studente così bravo, i suoi occhi brillavano di lacrime vere: la sua sensibilità tradiva il grande amore che nutriva per questi ragazzi…
Prego anche per Nadia affiché Dio doni a lei un amore eterno e grande”.

Dhaka oggi è una grande città popolosa e caotica in cui il terrorismo ha potuto impunemente fare stragi: del cooperante italiano Tavella prima, di 20 persone oggi. È stato difficile ambientarti in Paese così complesso e tanti anni fa?
Quando sono arrivata la Capitale era un ammasso di capanne e di case fatiscenti, con due tre strade asfaltate, fogne a cielo aperto, ed una povertà diffusa che stringeva il cuore. Questo ha spinto le Maestre Pie ad andare proprio in Bangladesh. In quanto a me,ero consapevole che dovevo cambiare stile di vita e non pensare più ai gravi problemi di salute degli anni precedenti. Non nascondo che non fu facile per cibo, acqua, igiene,trasporti… E poi il caldo torrido per mesi e mesi, il freddo pungente in dicembre, le piogge monsoniche.. Però una cosa mi ha sostenuta: la certezza della volontà di Dio. Mai mi ha lasciata sola!  La Sua Presenza, toccata spesso con mano, mi ha permesso di non avere mai paura, di non indietreggiare, di non trovare scuse per sottrarmi: il Bene da fare ti aspetta sempre, anzi ti rincorre.

Cosa ti sei portata via dal Bangladesh, dopo 22 anni di vita trascorsa là?
“Il Bangladesh è un mondo bello, fatto di luci ed ombre, di acqua che nutre e altra che distrugge, di belle case e di capanne di fango,  di gente poverissima ed altra molto ricca, di chi urla e di chi non ha voce. Ho imparato molto dalla povertà «pulita», quella che non fa chiasso ma che ti tocca il cuore e ti invita a far qualcosa, a provvedere. Questi sono stati veri insegnamenti silenziosi che si sono depositati nel cuore in attesa di costruire risposte. E le risposte arrivano quando si è pronti a gettare la rete «dalla parte destra» su comando del Pastore e Padre di tutti.
Mi porto via anche la capacità di dimostrare gratitudine dei bangladesi, in modo semplice e discreto; mi porto via i grandi occhi neri dei bambini che ti sorridono anche senza conoscerti che corrono incontro, che si assiepano per fare una fotografia con te! E poi mi porto la misura diversa del tempo: in Bangladesh la fretta non esiste, la dimensione del tempo è un’altra: ci si ferma per ascoltare, guardare, parlare, consolare, condividere. Il tempo là è una moneta preziosa da spendere con pazienza non con la frenesia che abbiamo noi”.

Che messaggio vuoi mandare oggi?
“Non dimentichiamoci del Bangladesh: i recenti fatti terribili di cronaca lo hanno chiamato alla ribalta ma presto verrà ignorato. La «mia» gente, i bambini del Centro Carlotta, i ragazzi che stiamo sostenendo negli studi superiori e nell’inserimento al lavoro, le bravissime ricamatrici dei due centri di Natore e Rajshahi aspettano, oggi addolorati e spaventati, che noi non li abbandoniamo”.

Silvia Tagliavini