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Ariadne? Un’occasione mancata

Una scena di Ariadne auf Naxos, al centro A. Fanyo (Ariadne) - Ph Fabrizio Sansoni

Arianna a Nasso di Richard Strauss in scena all’Opera di Roma in un allestimento di David Hermann 

ROMA, 6 marzo 2026 – È una di quelle opere che non si riescono ad apprezzare senza la mediazione di interpreti carismatici e di un direttore fuoriclasse. La terza tappa del sodalizio tra Hugo von Hofmannsthal e Richard Strauss – l’‘opera in un prologo e un atto’ Ariadne auf Naxos, 1916 – si pone obiettivi ambiziosi cui è difficile imprimere verosimiglianza teatrale, al contrario di quanto accade con altri titoli di questo straordinario binomio artistico. Con il suo andamento ondivago appare da un lato piena di fascino, mentre dall’altro crea aspettative che possono essere facilmente disattese: con tale drammaturgia altalenante sono dunque gli esecutori a fare la differenza. In questi giorni Ariadne è in programma a Roma, dove mancava da trentacinque anni: in locandina un cast di apprezzabili professionisti e sul podio dell’Orchestra del Teatro dell’Opera il francese Maxime Pascal, mentre la regia porta la firma del tedesco David Hermann (una coproduzione con la Semperoper di Dresda).

Le quattro maschere: Humm (Harlekin), Rašić (Scaramuccio), Günther (Brighella), Huml (Truffaldino) – Ph Fabrizio Sansoni

Dopo il macchinoso prologo che non a caso librettista e compositore fecero e disfecero, la riflessione sulla figura mitologica di Arianna – afflitta da inconsolabile dolore per l’abbandono di Teseo – cede il passo a una dialettica che mescola tragedia e commedia dell’arte: non troppo verosimile ai nostri occhi, ma probabilmente più congeniale a quelli tedeschi. L’opera diventa così occasione per mettere a confronto differenti filosofie di vita, che trovano nei due personaggi femminili le loro polarità, offrendo l’occasione per pagine musicali di straordinaria bellezza, degne dello Strauss migliore.
Tutto questo, però, a patto che gli interpreti riescano a metterle in evidenza. Protagonista l’espressiva Axelle Fanyo, soprano dotata di voce ben risonate soprattutto nel registro medio-acuto, che ha disegnato un’Arianna di statura quasi tragica; mentre Ziyi Dai, l’altro soprano, è venuta a capo correttamente delle impervie colorature della vivace commediante Zerbinetta. Per mettere a confronto due femminilità di segno completamente diverso, Strauss punta soprattutto su una diversa altimetria vocale: una contrapposizione qui non sempre a fuoco perché Fanyo presenta una zona grave abbastanza sorda e Dai non è così funambolica nelle altezze siderali richieste dalla partitura. Irreprensibile invece la terza voce femminile, il bravissimo mezzosoprano Angela Brower, perfettamente credibile nel ruolo en travesti del Compositore per timbratura vocale non meno che per credibilità scenica.
Sul versante maschile il tenore Tuomas Katajala è stato un Bacco non particolarmente incisivo; i due baritoni erano invece Adrian Eröd, che forse non ha restituito fino in fondo tutte le giravolte caratteriali del Maestro di musica, e Äneas Humm, che ha dato vita a un Arlecchino piuttosto incolore (a differenza delle altre tre maschere, è insignito di un proprio Lied). Difficile esprimersi per gli altri interpreti, poiché il direttore non si è speso troppo nel delineare la loro fisionomia musicale con la necessaria accuratezza, a cominciare dalle tre ninfe, quasi indistinguibili fra loro. Ed è forse la concertazione l’aspetto più deludente dello spettacolo: Pascal ha ottenuto piacevoli sonorità dall’orchestra (a ranghi ridotti, visto che gli autori concepivano quest’opera quasi come un cabaret di quelli di moda in quegli anni in area tedesca), cesellando un suono di epidermica eleganza ma poco icastico, incapace di restituire i contrasti fra aspetti patetici e buffi di un’opera che vive proprio di contrapposizioni dialettiche. 
Lo spettacolo di Hermann, con le scene di Jo Schramm e i costumi di Michaela Barth, prevede per il prologo un algido spazio bianco su cui si affacciano tre porte che, quando si aprono, rivelano interni differenti. Nell’opera vera e propria, attraverso quinte mobili, la regia configura una sorta di foresta tetra e minacciosa per Arianna, mentre un più giocoso boschetto fa da sfondo alla compagnia dei comici. L’immagine che resta più impressa è quella dell’altalena su cui volteggia Zerbinetta: una citazione dello storico Rigoletto di Ljubimov dove, dondolandosi alla stessa maniera, Gilda cantava Caro nome. Allora l’interprete era Edita Gruberova: soprano amatissimo in Germania e certamente la più iconica Zerbinetta di sempre.

Giulia  Vannoni