Home Osservatorio Musicale Appartiene al cielo il teatro di Bob Wilson

Appartiene al cielo il teatro di Bob Wilson

Al centro il basso Peter Martinčič (Re Marke) - PH Lucie Jansch

All’Opera di Lubiana ha debuttato Tristan und Isolde con la regia postuma di Bob Wilson

LUBIANA, 5 febbraio 2025 – Non si sfiorano mai, neppure durante il duetto d’amore del secondo atto. In una scena completamente nuda, disegnata solo da luci, non compare neanche la coppa da cui Tristano e Isotta bevono il filtro d’amore che innescherà la loro passione: tutt’al più vi allude un taglio luminoso sul fondale. A guidare i gesti dei due protagonisti sono esclusivamente i fili invisibili del destino.

Il mezzosoprano Monika Bohinec (Brangäne), a destra il soprano Magdalena Anna Hofmann (Isotta) – PH Lucie Jansch

Nella regia postuma di Bob Wilson, che mai prima d’ora si era confrontato con Tristan und Isolde, viene messa la sordina alla passione: i movimenti scenici appaiono cristallizzati in una gestualità rarefatta e algida. Dall’impatto emotivo, però, fortissimo. Nello spettacolo il binomio amore-morte, che permea il capolavoro wagneriano, appare orientato più su questo secondo versante: forse il regista americano – consapevole della propria malattia – avvertiva già durante le prove la fine imminente (è scomparso il 31 luglio scorso), anzi è probabile che questo sentimento fosse condiviso anche dai suoi collaboratori.
Lo spettacolo che ha debuttato al Teatro dell’Opera di Lubiana – città dove Wilson aveva già effettuato alcune prove di palcoscenico – è frutto di una coproduzione con La Monnaie di Bruxelles, Teatro Real di Madrid e Opera di Wroclaw (città europee dove andrà in scena prossimamente). A riprendere le fila di un lavoro, già ampiamente avviato, è stata la regista Nicola Panzer, storica collaboratrice dei suoi allestimenti operistici, ma il concept dello spettacolo e la gestualità ultraessenziale portano inequivocabilmente impresso il segno del Maestro. Si rimane stupefatti quando, all’inizio, le due donne – dematerializzate fino a semplici silhouette – cantano senza che sia possibile distinguere da quale delle due sagome provengano i suoni. Potentissimo, poi, il colpo di teatro alla fine del secondo atto: la spada di Melot destinata a trafiggere – seppure in modo qui totalmente virtuale – il rivale Tristano sembra azionata da un gesto perentorio di Re Marke, mentre la scena si tinge improvvisamente di rosso-sangue.
In uno spettacolo dal segno visivo così potente e, al tempo stesso, mai invasivo è dunque immediato immergersi in una musica meravigliosa, autentica protagonista dell’opera. Il direttore polacco Jacek Kaspszyk ha privilegiato una lettura raccolta e quasi intimista, mantenendosi a debita distanza da qualsiasi tentazione enfatica. Da parte sua l’orchestra slovena ha suonato molto bene, dimostrandosi a proprio agio con le morbidezze del suono romantico.
Più problematico l’esito degli interpreti (cantanti ospiti accostati a componenti della compagnia stabile del Teatro), sia per le innegabili difficoltà della partitura sia per lo sforzo di controllare minuziosamente una gestualità tutt’altro che istintiva: la protagonista sta quasi sempre in scena e compie i suoi impercettibili spostamenti, anche quando non canta. Le due interpreti femminili sono comunque riuscite a calarsi nei rispettivi ruoli. Con grande eleganza gestuale, Magdalena Anna Hofmann affronta la scrittura di Isotta in modo nitido e asettico, garantendone in primo luogo la correttezza, ma al contempo sottraendo al personaggio gran parte delle emozioni che scatena la scena della trasfigurazione. Monika Bohinec, come Brangäne, è stata un’affidabile deuteragonista, inappuntabile per correttezza e solidità della linea vocale, oltre che capace di entrare in dialettica con Isotta. È apparso invece sottodimensionato per il ruolo di Tristano il tenore Daniel Frank, nonostante la tradizionale amputazione nel grande duetto d’amore: affronta spesso in affanno la vocalità del protagonista, mostrando anche un certo impaccio nei gesti. Appartiene invece alla compagnia stabile l’ottimo basso Peter Martinčič: giovane, ma in possesso di una vocalità matura e capace di un canto ricco di sfumature come ha mostrato nel suo lungo monologo del secondo atto. Il baritono Jože Vidic, per anni elemento di spicco del Teatro di Lubiana, non è invece riuscito a disegnare un Kurwenal convincente, per una voce ormai compromessa in alto e un certo disagio scenico.
A collegare inizio e fine dello spettacolo è una foglia dorata (la caducità della vita?), o forse una piuma (che suggerisce una poetica idea di volatilità e leggerezza), proiettata su un fondale azzurro e visibile in palcoscenico ancor prima dell’inizio dell’opera: come se lo spirito del regista aleggiasse nella sala. E proprio nel terzo atto, quello che Wilson forse aveva solo abbozzato, gli aspetti legati alla morte creano cortocircuiti autobiografici. Isotta si trasfigura, inaspettatamente, in una sorta di Madonna con tanto di manto e contornata da innumerevoli lucine, come nella tradizionale iconografia religiosa: la piuma sta ai suoi piedi. Evoca la presenza ormai immateriale di Tristano, ma potrebbe sovrapporsi anche al ricordo del regista.